Racconto di Monica Cerullo

(Quinta pubblicazione)

 

In quel momento Skye gli stava dando le spalle, fingendo di interessarsi alla solita tazza di tè che beve dopo i pasti, ma lui la conosceva, forse meglio di chiunque altro. Mark riusciva a immaginare benissimo cosa le stesse passando per la testa. Quasi sentiva i suoi pensieri. Dopotutto, l’atteggiamento assunto a tavola, durante la cena, era stato eloquente.

Aveva trascorso anni a rinnegare ciò che provava per lei. Credeva fosse la cosa più sensata, dato che Skye era ancora giovane quando l’aveva conosciuta la prima volta.

All’epoca, Mark era stato invitato da Michael, a casa della sua famiglia, per il pranzo del Ringraziamento, durante il secondo anno alla Facoltà di Economia e Gestione Aziendale. Era nata una sana e sincera amicizia tra lui e Michael, talmente schietta che gli era stato ordinato di non posare gli occhi sulla sua sorellina. E lui aveva acconsentito. Si era mantenuto a debita distanza all’inizio. Tuttavia, l’aveva vista crescere, diventare donna. Una bellissima donna. E resistere a certi impulsi non era stato semplice. Anche perché la giovane Skye lo aveva adocchiato. Aveva cominciato a ricambiare un certo tipo di sguardi. Non ci aveva mai provato in modo spudorato. D’altronde a lei era stato impartito lo stesso “suggerimento” da Michael. Non per cattiveria o ripicca.

È che lui, Michael, non avrebbe voluto, un domani, trovarsi in una scomoda situazione in cui decidere da che parte stare qualora la storia tra i due si fosse conclusa male. Ma in particolare non voleva che il suo migliore amico facesse soffrire sua sorella. Quindi, meglio non iniziare proprio; così aveva spiegato. E sia Mark che Skye si erano attenuti.

Questo, fino a tre anni fa, quando una sera d’aprile, Skye, in compagnia di due compagne del college, si accorse di lui seduto poco lontano. Si trovavano entrambi nello stesso pub. Non era una novità, tranne che per l’assenza di suo fratello. E forse fu per quel motivo che Skye trovò il coraggio di avvicinarsi. Mark non stava bene, non molto in quel periodo. Era già un caso eccezionale che fosse uscito.

Aveva alzato la voce con un tizio e gli si era accerchiato un gruppo di ragazzi per farlo calmare. Mark aveva bevuto un po’. Persino quando Skye lo aveva affiancato lui ci aveva messo del tempo per tornare lucido. Lei aveva ignorato qualsiasi parola gli uscisse di bocca, perché sapeva cosa stava facendo: voleva sfogare la rabbia che covava a lungo allontanando le persone.

Si era messa alle sue spalle e lo aveva spinto fuori, fingendo di non ascoltare le proteste. Aveva richiesto un Uber, poiché era arrivata al locale con una sua amica, e lo avevano aspettato insieme. Intanto lui faceva di tutto per farsi odiare. Si stava mettendo davvero d’impegno. Ma Skye era diventata una donna forte, abbastanza.

La macchina aveva accostato e lei aiutò Mark a salire sulla vettura. Il tragitto fino a casa non durò molto. Scesero e, fermi sul marciapiede che costeggiava il palazzo di sette piani dove viveva Mark, continuò la discussione animata. A quel punto lei perse la pazienza. «Santo Iddio! La pianti di fare lo stronzo per due minuti?» E, in effetti, per alcuni secondi lui smise di sbraitare, più che altro perché non era da lei imprecare. «Dammi le chiavi, piuttosto, Mark!»

«Faccio da solo. Vattene Skye. Non ho bisogno di nessuno, soprattutto di te, è chiaro?» Lei gli strappò le chiavi di mano e lo costrinse a guardarla.

«Perché soprattutto di me? Che diavolo ti ho fatto?» Per la prima volta i loro volti si trovavano a pochissima distanza. Entrambi potevano scrutare ogni piccolo dettaglio del viso dell’altro. «Sono mesi che mi tratti di merda. Come se ti facesse schifo la mia presenza, la mia vicinanza. Ma con me non funziona il tuo patetico piano. Lo so che ti piaccio, ok? E non da ieri. Come tu sai che piaci a me, da sempre! Perciò smettila. Farai soltanto perdere tempo a tutti e due».

«Non sai niente, Skye». Desiderò che il tono della sua voce fosse stato fermo, determinato. Invece ottenne solo la conferma dei lievi dubbi di Skye che, in tutta risposta, si chinò e, prendendogli il viso con una mano, lo baciò. L’esitazione di Mark non vacillò subito, però lei aveva ragione: Skye gli piaceva. Tantissimo.

«Io so tutto», si raddrizzò, girò il busto e aprì il portone. «Che fai? Vieni?» Mark sapeva che seguirla sarebbe stata una pessima idea, la peggiore, eppure non voleva passare quella notte da solo. Voleva tornare a sentirsi di nuovo un uomo normale, anche se lei non era decisamente la persona adatta, ma era l’unica che desiderava.

La guardò quasi furibondo -furibondo con sé stesso-, poi avanzò e diede inizio a una relazione proibita. La più bella che avesse mai vissuto, anche se si vedevano all’oscuro di tutti, e in primo luogo di Michael. Erano come due amanti. Entrambi si sentivano in colpa nell’agire alle spalle di una persona a cui volevano bene, purtroppo quello era l’unico modo per loro di stare insieme e di amarsi. Perché in fondo così era andata. Non si era mai trattato di solo sesso.

Ed ora, Mark era pronto a scommettere che lei stesse accantonando la proposta di partire e unirsi a un nuovo team di fotoreporter ambientalisti nella sede distaccata di New York.

Quando Skye aveva tirato in ballo il discorso -a sua insaputa- lei aveva aggiunto subito: «Ci sto ancora pensando» per smorzare i toni concitati della famiglia. Skye aveva fatto molti sacrifici per farsi notare dal capo della redazione londinese per il quale lavorava da due anni. Si era dovuta accontentare di servizi di poco conto, fare da porta-caffè, in principio e anche dopo. Si era lamentata -giustamente- di come veniva trattata certe volte. Aveva dovuto fare tanta gavetta -anche questo giustamente. Adesso aveva ottenuto una chiamata imperdibile: partire per gli Stati Uniti per dieci mesi, quindi viaggiare, conoscere gente nuova, mettersi alla prova, crescere dal punto di vista professionale, arricchire il suo bagaglio di esperienze.

E per quale assurdo motivo dovrebbe rinunciare a quel sogno? Per badare a lui, paraplegico da cinque anni? No, non glielo avrebbe mai permesso! Lei meritava il meglio dal mondo. E lui, in un modo o nell’altro, aveva imparato a cavarsela. Aveva un lavoro. Una vita quasi normale. Non era più rancoroso. Non voleva essere un impedimento per lei, né per qualcun altro.

«Smettila di rimuginare, Skye. È giusto così. Non c’è nulla su cui riflettere». Mark aveva approfittato dell’attimo in cui erano rimasti soli. Aveva poco tempo per dire ciò che doveva.

«Nulla? Che mi dici di noi?» Lo incalzò, voltandosi piano. Nelle mani la tazza di tè. Lo sguardo perso. Tormentato.

«Non è un addio. Quando tornerai, tra poco più di un anno, mi troverai ancora qui, se vorrai». Le disse, per convincerla.

«Lo prometti?» Mormorò, ansiosa.

«Certo». Si sforzò di sorridere. Questa, però, era una bugia. Lo sapeva lui, e forse lo sospettava lei.

Mark stava per aggiungere altro, quando Michael tornò nel salone e cinse sua sorella dandole un bacio sulla guancia interrompendo la conversazione, ma non il contatto visivo tra lui e Skye.

«Cosa confabulate voi due?»

«Non stavamo confabulando» rispose subito Mark. «Stavo dicendo a tua sorella che non dovrebbe perdere questa opportunità. Credo sia solo spaventata, ed è normale, ma io so che andrà tutto bene. La rassicuri pure tu?»

«Ma dai sorellina. Cosa ti spaventa? Noi Barrows non abbiamo paura di niente. Tu sei una tosta, perciò stai serena e goditi questa esperienza. Come ha detto Mark, andrà tutto bene. Anzi, alla grande! Diventerai famosa e tutti parleranno del mio piccolo genio!»

Tutti e tre si guardarono. Skye, messa alle strette, non poté fare altro che annuire e accettare la svolta che la vita le stava offrendo, nonostante le si leggesse in faccia che aveva paura. Ma non era quella che credeva Michael. Mark, invece, aveva capito che lasciarla andare fosse la cosa giusta, nonché la possibilità di dimostrare davvero quanto l’amasse, anche se il suo cuore e il suo corpo la desideravano accanto a sé per sempre. Sarebbe stato difficile abituarsi a vivere senza di lei ma con il tempo avrebbe imparato. E anche lei, solo che in quel momento non era disposta a prenderne atto.

Se il destino fosse stato clemente con loro, c’era la probabilità che un giorno si sarebbero rivisti e magari avrebbero persino potuto sognare di fare un passo importante. Sino ad allora avrebbero accettato ciò che la vita avesse in serbo. Senza rimpianti.