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	<title>letteratura contemporanea &#8211; Racconticon | Portatori di storie</title>
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	<title>letteratura contemporanea &#8211; Racconticon | Portatori di storie</title>
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		<title>A UN MOSÈ NERO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucille Clifton]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 12:14:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poeticon]]></category>
		<category><![CDATA[Emancipazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Poesia di Lucille Clifton   tu sei quello per cui sono illuminata. Vieni con la tua verga che si contorce ed è un serpente. Io sono il cespuglio. sto bruciando non sono consumata]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Poesia di <strong><em>Lucille Clifton</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tu sei quello<br />
per cui sono illuminata.<br />
Vieni con la tua verga<br />
che si contorce<br />
ed è un serpente.<br />
Io sono il cespuglio.<br />
sto bruciando<br />
non sono consumata</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>LE PAROLE CHE MI SONO CAPITATE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Baricco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 12:14:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Alessandro Baricco   Questa è una storia che non so da dove cominciare. Potrei iniziare da Novecento, perché è corta, sembra gentile e invece fa male. È un monologo, sì, ma è anche un destino. Io non lo sapevo mentre lo scrivevo, ma stavo parlando di me. Un uomo che non scende mai dalla nave.  [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong><em>Alessandro Baricco</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa è una storia che non so da dove cominciare.</p>
<p>Potrei iniziare da <a href="https://amzn.to/4m7pgTq"><strong>Novecento</strong></a>, perché è corta, sembra gentile e invece fa male. È un monologo, sì, ma è anche un destino. Io non lo sapevo mentre lo scrivevo, ma stavo parlando di me. Un uomo che non scende mai dalla nave. Che guarda il mondo da lontano e poi torna dentro, a suonare il suo pianoforte invisibile. Un tipo strano, penserete. Ma io l’ho capito dopo anni: scrivere è esattamente questo. Restare sulla nave. Mentre tutti scendono.</p>
<p>Oppure potrei cominciare da <a href="https://amzn.to/3SmFUk5"><strong>Oceano Mare</strong></a>. Quel libro lo scrissi come si scrive una lettera d’amore a qualcuno che non conosci o a qualcosa che non sai spiegare. All’acqua, forse. Alla donna che non hai mai avuto. Alla possibilità di guarire, ma solo con la bellezza. Mi dicono: “Ma perché in quel libro succedono cose così strane?”. Io rispondo: “Perché era tutto vero, solo che nessuno lo sapeva ancora”.</p>
<p>C’è una cosa che ho imparato scrivendo: le parole non sono nostre. Le parole sono creature, si muovono, si nascondono. Alcune escono da te come una sinfonia. Altre, restano lì, impigliate nei denti, come una verità che non hai il coraggio di dire.</p>
<p>Quando ho scritto <a href="https://amzn.to/3RQ3yoT"><strong>Seta</strong></a>, invece, ho capito che si può raccontare una storia d’amore in trenta pagine. Che si può parlare dell’invisibile. Dell’impalpabile. Del desiderio che non diventa mai possesso. Ho capito che certe parole vanno dette una sola volta, come se le sussurrassi a qualcuno che sta dormendo accanto a te, nudo e ignaro. “Era il tempo in cui si compravano i vermi.” Così inizia. Ma non era una storia sui vermi. Era una storia sulla distanza. Sulla grazia di non toccare.</p>
<p>Una volta mi hanno chiesto: “Ma lei, Baricco, ci crede ancora nella letteratura?”. Io ho risposto: “Ci credo come si crede in un sogno che si fa sempre alla stessa ora”. Non serve a niente, ma se smetti di farlo, ti senti unicamente più solo.</p>
<p>Le mie storie sono così: sembrano leggere, ma hanno le ossa rotte. A volte sorridono, ma portano in tasca un addio. E io ci cammino dentro con la voce bassa, cercando di non svegliare nessuno.</p>
<p>La verità è che io non ho mai voluto solo scrivere libri. Volevo costruire luoghi. E la musica è stata il primo. Prima della carta, prima dell’inchiostro. La musica è stata il mio primo modo di dire al mondo: “Eccomi, ci sono anch’io, anche se non urlo”.</p>
<p>Scrivere e suonare, per me, sono la stessa cosa. Non è una metafora — è proprio la stessa cosa. Cambia lo strumento, ma il gesto è identico: provi a toccare qualcosa che non si vede. In musica, quel qualcosa è il silenzio. In letteratura, è il pensiero non detto. Cerchi di suonarlo, quel pensiero. Di renderlo udibile. Di trasformarlo in voce.</p>
<p>Quando ho scritto <a href="https://amzn.to/3EHiUJA"><strong>City</strong></a>, molti si sono spaventati. Troppe voci, troppe storie. Ma City era una partitura. Un’orchestra intera. C’erano il bambino che parlava come un filosofo, e i cowboy immaginari, e il pugile che non voleva più combattere. Ognuno suonava la sua parte. Io ero solo il direttore d’orchestra. Quello che alza le mani e spera che tutto si tenga, anche se sa che prima o poi, inevitabilmente, qualcosa andrà fuori tempo.</p>
<p><a href="https://amzn.to/3Sl0LEi"><strong>Mr. Gwyn</strong></a>, invece, è il più simile a me. Anche se non gli somiglio per niente. È uno scrittore che smette di scrivere. Per diventare qualcos’altro: qualcuno che osserva le persone e poi le “ritrae” con le parole. Una specie di pittore con la macchina da scrivere. Una follia bellissima. Forse perché io ho sempre sentito il desiderio di sparire dentro le storie. Non di comparire. Di essere presente come una luce accesa in una stanza vuota. Che non vedi, ma senti.</p>
<p>Scrivere, per me, non è mai stato un mestiere. È stato un gesto. Come accarezzare, come trattenere il fiato. Come ascoltare un pianoforte in una stanza al buio. Nessuno lo suona, eppure la musica c’è. Devi solo stare fermo. E non avere fretta.</p>
<p>Alla fine, se guardo indietro, non vedo una carriera. Vedo una strada. Un po’ storta, piena di deviazioni. Alcune bellissime, altre inutili. Ma era l’unica che potevo fare. Perché io, da sempre, scrivo storie per chi si sente diverso, stonato, fuori tempo. Per chi ha bisogno di una voce che non urla. Una voce che racconta, come se cantasse sottovoce a un bambino che ha paura del buio.</p>
<p>E oggi?</p>
<p>Oggi non so più esattamente cosa cerco. Ma continuo a scrivere. Non perché abbia qualcosa da dire, ma perché qualcosa vuole essere detto. E io, ogni tanto, riesco a essere il tramite. Come un vetro pulito tra la luce e chi la guarda.</p>
<p>Forse cerco la leggerezza. Ma non quella sciocca, no — quella che solo chi ha visto la profondità può permettersi. Cerco la parola giusta che si posa sul silenzio come neve che non fa rumore. Cerco ancora il momento in cui un lettore chiude un mio libro e resta lì, sospeso, con gli occhi che non vedono più la pagina ma qualcosa oltre. Se succede, anche solo una volta, allora è valsa la pena.</p>
<p>E nella musica… cerco lo stesso. Quella nota che fa tremare qualcosa che non sapevi di avere. Una sinfonia che sembra parlare di te, ma senza dire mai il tuo nome.</p>
<p>A volte penso che un giorno smetterò. Che farò silenzio. Ma poi sento un ritmo, una frase, un nome, e tutto ricomincia. Non si smette mai davvero, quando si scrive per rimanere umani. E non per essere ricordati.</p>
<p>Perché in fondo, il mio sogno è semplice: che qualcuno, tra dieci anni o cinquanta, trovi una mia storia su una panchina, inizi a leggerla per caso, e pensi:</p>
<p>“Non so chi fosse questo Baricco. Ma sembra che mi conoscesse.”</p>
<p>-°-</p>
<p>Da: <a href="https://www.ilsecondomestiere.org/alessandro-baricco-storia/">https://www.ilsecondomestiere.org/alessandro-baricco-storia/</a></p>
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		<title>BELLEZZE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Rigliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2020 23:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I vostri racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Abbandono]]></category>
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					<description><![CDATA[Racconto di Federica Rigliani (prima pubblicazione – Primo luglio 2020) - il testo è dedicato a Amy Hampel -   Ogni volta che incontri una bella donna, ricorda che qualcuno è stanco di lei. Le lasciarono sul parabrezza un racconto che iniziava così. Parlava di quelle donne che, per dimenticare di essere state dimenticate, si dedicano  [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Racconto di <strong><em>Federica Rigliani</em></strong></p>
<p>(prima pubblicazione – Primo luglio 2020)</p>
<p>&#8211; il testo è dedicato a <strong>Amy<em><strong> </strong>Hampel</em></strong> &#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ogni volta che incontri una bella donna, ricorda che qualcuno è stanco di lei.</em></p>
<p>Le lasciarono sul parabrezza un racconto che iniziava così. Parlava di quelle donne che, per dimenticare di essere state dimenticate, si dedicano agli animali e diventano <em>mamme</em> di cuccioli. Dicono loro <em>vieni da mamma, </em>li amano quando non hanno nessuno da amare, ma non li lasciano se hanno qualcuno da amare. In calce, un indirizzo e-mail.</p>
<p>La donna scrisse per sapere di chi fossero quelle parole. <em>Di un’altra donna</em>, rispose l’uomo.</p>
<p>L’uomo, di cui non conosceva il nome, era al corrente del suo interesse per la scultura, e in link allegati cominciò a inviarle libri, immagini e aneddoti sui grandi interpreti del marmo.</p>
<p>– Regalo – scriveva.</p>
<p>Così lei scoprì che Rodin, a chi gli chiedeva come facesse a tirar fuori le sue statue, rispondeva: <em>Scelgo un blocco di marmo e tolgo quello che non mi serve.</em></p>
<p>La donna prendeva tutto e dava quello che poteva.</p>
<p>L’uomo dava tutto e prendeva quello che poteva.</p>
<p>Il <em>maestro</em> era lui, non tanto perché avesse un <em>atelier</em>, quanto perché <em>maestro</em> nel darle ciò che la interessava. Lei approfondiva le informazioni e riportava tutto in un confronto che cresceva.</p>
<p>Conobbero così i loro segreti.</p>
<p>Quelli di lei: il peso dell’abbandono e le donne bionde. Non le piacevano.</p>
<p>Quelli di lui: il rasentare i muri per non essere visto e le donne more. Non gli piacevano.</p>
<p>In pochi mesi divennero amanti speciali. Senza i <em>ti amo</em>, senza i <em>per sempre</em>. Forse i loro corpi avrebbero goduto se si fossero incontrati, ma altro si era dato in quel rapporto: saldi su un basamento comune, la scultura in corso erano loro e si modellavano con scalpelli che intagliavano anime affini per scoprire forme superiori.</p>
<p>Ciò che restava a terra non serviva.</p>
<p>La polvere di marmo era limatura dell’eccesso.</p>
<p>Un giorno la donna gli scrisse: – È come se una conoscenza atavica ti precedesse.</p>
<p>L’uomo rispose con un ghigno nell’<em>emoticon</em>, poi cominciò a ritirarsi e a concedersi sempre meno.</p>
<p>Alla donna vennero in mente le parole dell’uomo nei loro primi scambi: – Non voglio perderti. Trovarti nelle mail è come prendere il caffè la mattina.</p>
<p>E ricordò le sue, di parole, negli ultimi messaggi a lui: – Perché non parliamo più? Mi manchi.</p>
<p>Libera da pensieri coercitivi, non intendeva appartenenza. Quell’uomo era un soffio, non una promessa, era il presente nel momento in cui appariva e lì si consumava.</p>
<p>Prima lui le scrisse: – Sei buona. Ti hanno fatto del male, ma sei sempre tu a consolare gli altri.</p>
<p>Dopo le parlò di costanza, di quanto non gli appartenesse come requisito, e diradò le mail fino a renderle monosillabi e faccine senz’anima.</p>
<p>Non lo entusiasmava più. Contattarlo era come andare a una festa a cui non si è invitati.</p>
<p>In ogni caso, lei gli inviò le impressioni avute sul suo ultimo lavoro.</p>
<p>Lui rispose un asettico <em>Grazie </em>e disattivò l’account.</p>
<p>Lei scese dal basamento con il sorriso spezzato e raccolse polvere di marmo.</p>
<p>Ogni volta che un uomo si stanca di lei, lei ha già un cucciolo a cui non ha mai detto <em>amore di mamma. </em>Condivide con lui la mancanza, mette acqua sempre più fresca nella sua ciotola e cucina sovente umido per lui.</p>
<p>Ieri prendeva sentieri di montagna e raggiungeva luoghi solitari in cui si poneva domande, oggi porta la sua bellezza stanca ovunque e domande non ne ha. Conosce gli uomini annoiati dall’amore, loro dimenticano gli amori appassiti. Come Ettore, che l’aveva abbandonata senza una parola, facendole capire quanto le dinamiche da separazione portassero con sé orrori.</p>
<p>L’uomo senza nome, però, aveva fatto peggio.</p>
<p>Lui era un’idea, non un giuramento.</p>
<p>– Signora, per favore…</p>
<p>La donna era seduta sull’argine cementato del fiume, gambe penzoloni. Un poliziotto le tendeva la mano, stava a lui convincerla a non farlo. Erano tutti sicuri: non si sarebbe mossa di lì se non per spingersi in avanti. Le Forze dell’Ordine avevano bloccato l’accesso al vialetto su entrambi i lati e i Vigili del Fuoco, bombole e mute, fluttuavano sotto i suoi piedi.</p>
<p>– Signora, per favore…</p>
<p>Si voltò meravigliata. Vide l’orologio al polso del poliziotto e disse che era ora di cambiare l’acqua al cane. Senza prendergli la mano, si mise in piedi e se ne andò.</p>
<p>Gli uomini non sanno che le donne custodiscono la polvere di marmo in disavanzo.</p>
<p>Serve a riparare brecce.</p>
<p>-°-</p>
<p><a href="https://www.ibs.it/libri/autori/federica-rigliani?srsltid=AfmBOoo0Iw_y8DAy5CaJZCcCmmmqA6EacSTOR_yU0GNZgOG6R22t9JpM">https://www.ibs.it/libri/autori/federica-rigliani?srsltid=AfmBOoo0Iw_y8DAy5CaJZCcCmmmqA6EacSTOR_yU0GNZgOG6R22t9JpM</a></p>
<p><a href="https://www.amazon.it/Libri-Federica-Rigliani/s?rh=n%3A411663031%2Cp_27%3AFederica%2BRigliani">https://www.amazon.it/Libri-Federica-Rigliani/s?rh=n%3A411663031%2Cp_27%3AFederica%2BRigliani</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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