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	<title>leggere ovunque &#8211; Racconticon | Portatori di storie</title>
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		<title>A QUINDICI CENTIMETRI DAL VISO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 12:14:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Articolo di Redazione   Il mondo attraverso gli schermi segnala vari problemi: miopia, ma anche presbiopia. Emerge la difficoltà nel vedere da lontano o da vicino. Quelle immagini che scorrono come ruscelli dalle Alpi del dolore presentano tutto il materiale umano in maniera incessante, insistente, macerante e macerata, condendolo con salse alla risata sguaiata o  [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo di <strong><em>Redazione</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mondo attraverso gli schermi segnala vari problemi: miopia, ma anche presbiopia. Emerge la difficoltà nel vedere da lontano o da vicino. Quelle immagini che scorrono come ruscelli dalle Alpi del dolore presentano tutto il materiale umano in maniera incessante, insistente, macerante e macerata, condendolo con salse alla risata sguaiata o alla lacrima estorta, su uno schermo a 15 centimetri dal viso. Si tratta di una <strong>pericolosa vicinanza</strong> per cui la sfida è trovare la <strong>misura per restare umani</strong>, nonostante tutti questi attentati spesso autoprodotti lanciati senza sosta.</p>
<p>Un ritorno al limite diviene un <strong>atto sacro</strong> per fermare la blasfemia delle immagini che deformano <em>morte, nascita, verità, sofferenza, felicità</em>, parole diventate hashtag per fare spettacolo, da visualizzare semplicemente e non più da vivere. La poesia è, resta e rimarrà il vero percorso per sentire il limite e vivere il limitare umano, praticando la pazienza della ricerca e l’arrendevolezza alla meraviglia.</p>
<p>Grazie alla lanterna del poeta è possibile sentire e vedere ciò che Franco Arminio ci ricorda in una lirica della silloge <em>Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere </em>(2023)<em>:</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ho un alloggio di fortuna:</em></p>
<p><em>il mio corpo.</em></p>
<p><em>Ieri sera non sapevo dove sistemarmi:</em></p>
<p><em>[…]</em></p>
<p><em>Bisogna prendere casa nel mondo,</em></p>
<p><em>[..]</em></p>
<p><em>Così quando moriamo</em></p>
<p><em>muore il corpo</em></p>
<p><em>e noi siamo immortali</em></p>
<p><em>perché siamo in un rovo,</em></p>
<p><em>nella tasca di un cappotto,</em></p>
<p><em>nella gamba di un tavolo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è lo smantellamento dell’urlo perché c’è una mano che si allungata per sorreggere, c’è l’evitamento del bagliore accecante perché l’altra mano del poeta protegge gli occhi e poi scivola sulla spalla del lettore per rassicurarlo: la vita dialoga con tutto, anche con la morte e attraverso la parola cerca di addomesticarla, di accettarla, di abbracciarla nella sua completezza. Il <strong>senso viene modellato a misura di cuore</strong> ed è figlio dello stare sul <em>limes, </em>sul confine che permette di osservare, di ascoltare, di compiere le azioni che esigono l’attenzione al mondo che si sta sciogliendo tra gli acidi del mare degli schermi.</p>
<p>Sempre Arminio in <em>Tre poesie di Franco Arminio, Bompiani</em>, come un genitore che sa che poi è il figlio che deve andare, lancia un monito senza fare al posto suo, “si limita” per non limitarlo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Da oggi falla finita </em></p>
<p><em>coi lamenti,</em></p>
<p><em>non servono a niente. </em></p>
<p><em>Non dedicare neppure </em></p>
<p><em>un respiro a chi ti odia. </em></p>
<p><em>Pensa che hai poco tempo</em></p>
<p><em>per stupirti della tua gioia. </em></p>
<p><em>Te la sei costruita mentre</em></p>
<p><em>stavi male, ora è tua</em></p>
<p><em>e loro la sentono,</em></p>
<p><em>[…]</em></p>
<p>Attraverso la poesia dunque si può dire senza urlare, si può muovere senza urtare, si può vivere senza “dopa-minare” l’esistenza. Le parole poetiche presentano un allenamento di tutti i sensi e in tutti i sensi: se è vera poesia. dentro ci sono la consapevolezza della vista, l’ardore del tatto, l’audacia del gusto, l’insospettabilità dell’ascolto, la curiosità dell’olfatto. In un termine si coagulano tutte le sensazioni, i contorni vengono disegnati bene dalla grafite del suono e il fascino della bellezza fa da colla.</p>
<p>Poetare quindi, sempre poetare per mitridatizzarsi al veleno sputato dagli schermi. L’uomo non di solo occhio vive, ma anche di una sensibilità che lo vede come il pesce immerso nell’acquario che presume di conoscere dandolo per scontato. L’acqua però non è mai la stessa e lui cambia continuamente la qualità delle sue scaglie. Si vive nuovi e vecchi contemporaneamente.</p>
<p>Poetare quindi, sempre poetare per allenarsi alla variabilità del Caso per farci caso, lasciando poi tutto al proprio posto e capendo che è anche questione di maiuscole e di minuscole.</p>
<p>Poetare quindi, sempre poetare per esercitare la fatica della semplicità, per scottarsi con il fuoco della tecnica e refrigerarsi con il sollievo del contenuto.</p>
<p>Poetare quindi, sempre poetare per comprendere che “l’amore per la sapienza” passa anche veloce per lo spazio volutamente limitato della speculazione poetica. L’appello a cui si risponde è sempre lo stesso: pensare per non dimenticarsi le domande necessarie per vivere. È solo l’abito che si fa indossare alle riflessioni a cambiare.</p>
<p>Poetare quindi, sempre <strong>poetare per evitare la dipendenza, le dipendenze, l’afonia del pensiero e l’anestesia permanente al mondo</strong>. E per poetare c’è sempre un angolo della mente in cui intrecciare fili di suoni al sapor di lirica.</p>
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