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	<title>Ironia E Autobiografia &#8211; Racconticon | Portatori di storie</title>
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		<title>FREDDO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Willy Torres Reyna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 12:14:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Racconto di Willy Torres Reyna (Prima pubblicazione)   In questa notte di quarantena, il vento ulula alla mia finestra e mi fa pensare a freddi antichi, quelli rimasti nella memoria e che mi ricordano che, per i tibetani, l’inferno è gelato. Ho parecchie storie sul freddo. Paradossalmente, benché mi piaccia pescare, non ho mai sentito  [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Racconto di <strong><em>Willy Torres Reyna</em></strong></p>
<p>(Prima pubblicazione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questa notte di quarantena, il vento ulula alla mia finestra e mi fa pensare a freddi antichi, quelli rimasti nella memoria e che mi ricordano che, per i tibetani, l’inferno è gelato. Ho parecchie storie sul freddo. Paradossalmente, benché mi piaccia pescare, non ho mai sentito davvero freddo durante una battuta. Per me il freddo lo hanno inventato gli italiani. La prima ipotermia è arrivata camminando per Milano, quando mi sono letteralmente inzuppato sguazzando dentro le mie scarpe peruviane, che non conoscevano l’acqua. Non avevo valutato il pericolo e da allora ho imparato a usare l’ombrello. Anche l’inverno a Comazzo, un paesino dove ho vissuto, è stato istruttivo. Non c’era un solo momento in cui non sentissi freddo.</p>
<p>Come un Dedalo peruviano e congelato, un giorno, avvicinandomi troppo alla piccola stufa a benzina che mi scaldava, bruciai la manica della tuta di pile che avevo portato dal Perù. Era la mia uniforme, il mio pigiama e il mio abbigliamento quotidiano per il gelo italiano; quel giorno rischiò quasi di diventare il mio sudario. Gli abiti invernali non servono a nulla se non li compri lì, e la mia nascente economia europea non poteva ancora permettersi un investimento del genere. Dormivo con l’eterno pigiama sotto i vestiti che usavo di giorno e pensavo che mi sarei ammalato e sarei morto. L’inverno più rigido della mia vita a Chiclayo avrà raggiunto forse i diciotto gradi; qui stavo verificando che la mia pelle poteva sopportare parecchi gradi sotto zero. Poi mi toccò sopravvivere in montagna, a meno quindici d’inverno e a quaranta d’estate: un’autentica prova da commando. Ricordo che lasciavo il gelato sul davanzale per non occupare spazio nel congelatore e mettevo le birre in frigorifero perché non si ghiacciassero. Per mia fortuna da eschimese, il riscaldamento dipendeva dal camino, che grazie al cielo il mio amico Puffo manteneva rifornito di legna. Lì ho trascorso i miei inverni più solitari; ne sopportai due prima di decidere che avrei preferito morire di qualsiasi altra cosa, purché non fosse quella spaventosa sensazione della carne abbandonata nel freezer. A Milano la situazione non migliorò affatto. Anche gli inverni erano freddi e la casa, che trovai per i primi passi nella capitale dei miei sogni, aveva capacità isolanti pari a zero. Solo negli ultimi due anni della mia vita italiana riuscii a sentire una temperatura accettabile, che in parte compensava i lunghi anni di freddo: non siberiano, ma italiano, che per me era lo stesso.</p>
<p>Quando sono tornato più volte negli ultimi anni, non riuscivo a credere al comfort che potevano offrire una buona giacca e vestiti adeguati. Mi sentivo persino felice di schivare temperature vicine allo zero senza lamentarmi neanche una volta.</p>
<p>Poi il Perù mi fece sapere che anche lui sa fare freddo, quando vuole. Fu nel periodo in cui lavoravo all’Istituto Nazionale di Cultura, l’antenato colto dell’attuale Ministero della Cultura. Si doveva inaugurare il Museo di Chavín e noi direttori andammo tutti fin lassù, perché sarebbe arrivato l’intero vertice del governo, compreso il presidente della Repubblica. La prima parte del viaggio si svolse su un comodo autobus fino a Huaraz, da dove partii di notte per una Missione Suicida — non ricordo per fare cosa — a bordo di un fuoristrada a cui mancava il vetro posteriore, proprio nel posto in cui avrei viaggiato. Indossavo giacca e cravatta. Per fortuna Ana María Hoyle, che a quell’epoca si prendeva cura di me, mi passò un maglione e disse: «Congelerai, compare».</p>
<p>Le previsioni erano esatte: tra le Ande innevate la temperatura scende, scende e continua a scendere. Durante quel viaggio glaciale riuscii in qualche modo a infilarmi il maglione come se fosse un paio di pantaloni. Una volta a Chavín, il paese era in festa e il meglio che riuscii a trovare per dormire fu un albergo dove dovettero cacciare qualcuno per darmi la stanza, perché il letto era ancora caldo e sembrava che il bagno non fosse mai stato pulito. Per giunta, dentro faceva freddo quanto fuori. Davvero una delle notti peggiori della mia vita.</p>
<p>L’ultima volta che mi sono sentito come un pinguino dentro un blocco di ghiaccio è stata l’anno scorso, alla Hacienda de Yucay. Ero arrivato equipaggiato con i miei migliori vestiti contro il freddo, ma gli Apus mi fecero capire che lì non ero il benvenuto.</p>
<p>La notte era gelida, la casa era disabitata da parecchio tempo e temevo che qualche ragno gigante mi divorasse come nel Signore degli Anelli. La verità è che, se l’inferno è caldo, quello è il posto dove voglio trascorrere l’eternità.</p>
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