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	<title>conformismo &#8211; Racconticon | Portatori di storie</title>
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		<title>LA PAROLA PROIBITA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dino Buzzati ]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 12:14:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Racconto di Dino Buzzati   Da velati accenni, scherzi allusivi, prudenti circonlocuzioni, vaghi sussurri, mi sono fatto finalmente l'idea che in questa città, dove mi sono trasferito da tre mesi, ci sia il divieto di usare una parola. Quale? Non so. Potrebbe essere una parola strana, inconsueta, ma potrebbe trattarsi anche di un vocabolo comune,  [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Racconto di <strong><em>Dino Buzzati</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da velati accenni, scherzi allusivi, prudenti circonlocuzioni, vaghi sussurri, mi sono fatto finalmente l&#8217;idea che in questa città, dove mi sono trasferito da tre mesi, ci sia il divieto di usare una parola. Quale? Non so. Potrebbe essere una parola strana, inconsueta, ma potrebbe trattarsi anche di un vocabolo comune, nel qual caso, per uno che fa il mio mestiere, potrebbe nascere qualche inconveniente.</p>
<p>Più che allarmato, incuriosito, vado dunque a interpellare Geronimo, mio amico, saggio fra quanti io conosco che, vivendo in questa città da una ventina d&#8217;anni, ne conosce vita e miracoli.</p>
<p>«È vero» egli mi risponde subito. «È vero. C&#8217;è da noi una parola proibita, da cui tutti girano alla larga.»</p>
<p>«E che parola è?»</p>
<p>«Vedi?» mi dice. «Io so che sei una persona onesta, di te posso fidarmi. Inoltre ti sono sinceramente amico. Con tutto questo, credimi, meglio che non te la dica. Ascolta: io vivo in questa città da oltre vent&#8217;anni, essa mi ha accolto, mi ha dato lavoro, mi permette una vita decorosa, non dimentichiamolo. E io? Da parte mia ne ho accettate le leggi lealmente, belle o brutte che siano. Chi mi impediva di andarmene? Tuttavia sono rimasto. Non voglio darmi le arie di filosofo, non voglio certo scimmiottare Socrate quando gli proposero la fuga di prigione, ma veramente mi ripugna contravvenire alla norma della città che mi considera suo figlio&#8230; sia pure in una minuzia simile. Dio sa, poi, se è davvero una minuzia&#8230;»</p>
<p>«Ma qui parliamo in tutta. Qui non ci sente nessuno. Geronimo, suvvia, potresti dirmela, questa parola benedetta. Chi ti potrebbe denunciare? Io?»</p>
<p>«Constato» osservò Geronimo con un ironico sorriso, «constato che tu vedi le cose con la mentalità dei nostri nonni. La punizione? Sì, una volta si credeva che senza punizione la legge non potesse aver efficacia coercitiva. Ed era vero, forse. Ma questa è una concezione rozza, primordiale. Anche se non è accompagnato da sanzione, il precetto può assurgere a tutto il suo massimo valore; siamo evoluti, noi.»</p>
<p>«Che cosa ti trattiene allora? La coscienza? Il presentimento del rimorso?»</p>
<p>«Oh, la coscienza! Povero ferravecchio. Sì, la coscienza per tanti secoli ha reso agli uomini inestimabili servigi, anche lei tuttavia ha dovuto adeguarsi ai tempi; adesso è trasformata in un qualcosa che le assomiglia solo vagamente, qualcosa di più semplice, più standard, più tranquillo, direi, di gran lunga meno impegnativo e tragico.»</p>
<p>«Se non ti spieghi meglio&#8230;»</p>
<p>«Una definizione scientifica ci manca. Volgarmente lo si chiama conformismo. È la pace di colui che si sente in armonia con la massa che lo attornia. Oppure è l&#8217;inquietudine, il disagio, lo smarrimento di chi si allontana dalla norma.»</p>
<p>«E questo basta?»</p>
<p>«Altroché, se basta! È una forza tremenda, più potente dell&#8217;atomica. Naturalmente non è dovunque uguale. Esiste una geografia del conformismo. Nei paesi arretrati è ancora in fasce, in embrione, o si esplica disordinatamente, a suo capriccio, senza direttive. La moda ne è un tipico esempio. Nei paesi più moderni, invece, questa forza si è ormai estesa a tutti i campi della vita, si è completamente rassodata, è sospesa, si può dire, nell&#8217;atmosfera stessa: ed è nelle mani del potere.»</p>
<p>«E qui da noi?»</p>
<p>«Non c&#8217;è male, non c&#8217;è male. La proibizione della parola, per esempio, è stata una sagace iniziativa dell&#8217;autorità appunto per saggiare la maturità conformistica del popolo. Così è. Una specie di test. E il risultato è stato molto, ma molto superiore alle previsioni. Quella parola è tabù, oramai. Per quanto tu possa andarne in cerca col lumino, garantito che, qui da noi, non la incontri assolutamente più neanche nei sottoscala. La gente si è adeguata in men che non si dica. Senza bisogno che si minacciassero denunce, multe o carcere.»</p>
<p>«Se fosse vero quanto dici, allora sarebbe facilissimo far diventare tutti onesti.»</p>
<p>«Si capisce. Però ci vorranno molti anni, decenni, forse secoli. Perbacco, proibire una parola è facile, rinunciare a una parola non costa gran fatica. Ma gli imbrogli, le maldicenze, i vizi, la slealtà, le lettere anonime, sono cose grosse&#8230; la gente ci si è affezionata, prova a dirle un po&#8217; che ci rinunzi. Questi sì sono sacrifici. Inoltre la spontanea ondata conformista, da principio, abbandonata a sé stessa, si è diretta verso il male, i porci comodi, i compromessi, la viltà. Bisogna farle invertire rotta, e non è facile. Certo, col tempo ci si riuscirà, puoi star certo che ci si riuscirà.»</p>
<p>«E tu trovi bello questo? Non ne deriva un appiattimento, una uniformità spaventosa?»</p>
<p>«Bello? Non si può dire bello. In compenso è utile, estremamente utile. La collettività ne gode. In fondo — ci hai mai pensato? — i caratteri, i &#8220;tipi&#8221;, le personalità spiccate, fino a ieri così amate e affascinanti, non erano in fondo che il primo germe dell&#8217;illegalità, dell&#8217;anarchia? Non rappresentavano una debolezza nella compagine sociale? E, in senso opposto, non hai mai notato che nei popoli più forti c&#8217;è una straordinaria, quasi affliggente, uniformità di tipi umani?»</p>
<p>«Insomma, questa parola, hai deciso di non dirmela?»</p>
<p>«Figliolo mio, non devi prendertela. Renditi conto: non è per diffidenza. Se te la dicessi, mi sentirei a disagio.»</p>
<p>«Anche tu? Anche tu, uomo superiore, livellato alla quota della massa?»</p>
<p>«Così è, mio caro» e scosse melanconicamente il capo. «Bisognerebbe essere titani per resistere alla pressione dell&#8217;ambiente.»</p>
<p>«E la ? Il supremo bene! Una volta l&#8217;amavi. Pur di non perderla, qualsiasi cosa avresti dato. E adesso?»</p>
<p>«Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa&#8230; gli eroi di Plutarco&#8230; Ci vuol altro&#8230; Anche il più nobile sentimento si atrofizza e si dissolve a poco a poco, se nessuno intorno ne fa più caso. È triste dirlo, ma a desiderare il Paradiso non si può essere soli.»</p>
<p>«Dunque: non me la vuoi dire? È una parola sporca? O ha un significato delittuoso?»</p>
<p>«Tutt&#8217;altro. È una parola pulita, onesta e tranquillissima. E proprio qui s&#8217;è dimostrata la finezza del legislatore. Per le parole turpi o indecenti, c&#8217;era già un tacito divieto, anche se blando&#8230; la prudenza, la buona educazione. L&#8217;esperimento non avrebbe avuto gran valore.»</p>
<p>«Dimmi almeno: è un sostantivo? Un aggettivo? Un verbo? Un avverbio?»</p>
<p>«Ma perché insisti? Se rimani qui tra noi, un bel giorno la identificherai anche tu, la parola proibita, all&#8217;improvviso, quasi senza accorgertene. Così è, figliolo mio. La assorbirai dall&#8217;aria.»</p>
<p>«Bene, vecchio Geronimo, sei proprio un testone. Pazienza. Vuol dire che per cavarmi la curiosità dovrò andare in biblioteca, a consultare i Testi Unici. Ci sarà al proposito una legge, no? E sarà stampata questa legge! E dirà bene che cos&#8217;è proibito!»</p>
<p>«Ahi, ahi, sei rimasto in arretrato, ragioni ancora con i vecchi schemi. Non solo: ingenuo sei. Una legge che, per proibire l&#8217;uso di una parola, la nominasse, contravverrebbe automaticamente a se stessa, sarebbe una mostruosità giuridica. È inutile che tu vada in biblioteca.»</p>
<p>«Via, Geronimo, ti prendi gioco di me! Ci sarà ben stato qualcuno che ha avvertito: &#8220;da oggi la parola X è proibita&#8221;. E l&#8217;avrà pur nominata, no? Altrimenti la gente come avrebbe fatto a sapere?»</p>
<p>«Questo, effettivamente, è l&#8217;aspetto forse un poco problematico del caso. Ci sono tre teorie: c&#8217;è chi dice che la proibizione è stata diffusa a voce da agenti della municipalità travestiti. C&#8217;è chi garantisce di aver trovato a casa sua, in busta chiusa, il decreto del divieto con l&#8217;ordine di bruciarlo appena letto. Ci sono poi gli integralisti — pessimisti li chiameresti tu — che sostengono addirittura non esserci stato bisogno di un ordine espresso, a tal punto i cittadini sono pecore; è bastato che l&#8217;autorità volesse, tutti l&#8217;hanno subito saputo, per una specie di telepatia.»</p>
<p>«Ma non saranno mica diventati tutti vermi! Per quanto pochi, esisteranno ancora qui in città dei tipi indipendenti che pensano con la propria testa. Degli oppositori, eterodossi, ribelli, fuorilegge, chiamali pure come vuoi. Capiterà, no, che qualcuno di costoro, a titolo di sfida, pronunci o scriva la parola incriminata? Cosa succede allora?»</p>
<p>«Niente, assolutamente niente. Proprio qui sta lo straordinario successo dell&#8217;esperimento. Il divieto è così entrato nella profondità degli animi da condizionare la percezione sensoriale.»</p>
<p>«Come sarebbe a dire?»</p>
<p>«Che, per un veto dell&#8217;inconscio, sempre pronto a intervenire in caso di pericolo, se uno pronuncia la nefanda parola, la gente non la sente più nemmeno, e se la trova scritta non la vede&#8230;»</p>
<p>«E, al posto della parola, cosa vede?»</p>
<p>«Niente, il muro nudo se è scritta sul muro, uno spazio bianco sulla carta, se è scritta su di un foglio.»</p>
<p>Io tento l&#8217;ultimo assalto:</p>
<p>«Geronimo, ti prego: tanto per curiosità, oggi, qui, parlando con te, l&#8217;ho mai adoperata questa parola misteriosa? Almeno questo me lo potrai dire, non ci rimetti proprio niente.»</p>
<p>Il vecchio Geronimo sorride e strizza un occhio.</p>
<p>«L&#8217;ho adoperata, allora?»</p>
<p>Lui strizza ancora l&#8217;occhio. Ma una sovrana mestizia improvvisamente illumina il suo volto.</p>
<p>«Quante volte? Non fare il prezioso, su, dimmi, quante volte?»</p>
<p>«Quante volte non so, guarda, parola mia d&#8217;onore. Anche se l&#8217;hai pronunciata, io udirla non potevo. Però mi è parso, ecco, che a un certo punto, ma ti giuro non mi ricordo dove, ci sia stata una pausa, un brevissimo spazio vuoto, come se tu avessi pronunciato una parola e il suono non me ne fosse giunto. Può anche darsi però che si trattasse di una involontaria sospensione, come succede sempre nei discorsi.»</p>
<p>«Una volta sola?»</p>
<p>«Oh, basta. Non insistere.»</p>
<p>«Sai cosa faccio allora? Questo colloquio, appena ritorno a casa, io lo trascrivo, parola per parola. E poi lo do alle stampe.»</p>
<p>«A che scopo?»</p>
<p>«Se è vero quello che hai detto, il tipografo, che possiamo presumere sia un buon cittadino, non vedrà la parola incriminata. Dunque le possibilità sono due: o egli lascia uno spazio vuoto nella riga di piombo e questo mi spiegherà tutto; o invece tira diritto senza spazi vuoti e in questo caso non avrò che da confrontare lo stampato con l&#8217;originale di cui naturalmente io tengo copia; e così saprò qual è la parola.»</p>
<p>Rise Geronimo, bonario.</p>
<p>«Non caverai un ragno dal buco, amico mio. A qualsiasi tipografia tu ti rivolga, il conformismo è tale che il tipografo automaticamente saprà come comportarsi per eludere la tua piccola manovra. Egli cioè, una volta tanto, vedrà la parola scritta da te — ammesso che tu la scriva — e non la salterà nella composizione. Sta pur tranquillo, sono bene addestrati i tipografi, da noi, e informatissimi.»</p>
<p>«Ma scusa, che scopo c&#8217;è in tutto questo? Non sarebbe un vantaggio per la città se io apprendessi qual è la parola proibita, senza che nessuno la nomini o la scriva?»</p>
<p>«Per adesso probabilmente no. Dai discorsi che mi hai fatto è chiaro che non sei maturo. C&#8217;è bisogno di una iniziazione. Insomma, non ti sei ancora conformato. Non sei ancora degno — secondo l&#8217;ortodossia vigente — di rispettare la legge.»</p>
<p>«E il pubblico, leggendo questo dialogo, non si accorgerà di niente?»</p>
<p>«Semplicemente vedrà uno spazio vuoto. E, semplicemente penserà: che disattenti, hanno saltato una parola.»</p>
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		<title>L’ALTERNATIVO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Torelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Feb 2022 13:14:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I vostri racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[Racconto di Alessio Torelli (Prima pubblicazione)   “Ascolta, non ho più voglia di fare questo discorso.” dissi. E il mio amico mi incalzava. “Siamo degli ipocriti, abbiamo contestato tutto per vent’anni e ora che siamo diventati? Conformisti, lavoratori modello, perfetti ingranaggi del sistema che odiavamo. Schiavi…siamo schiavi.” urlava, puntandomi il dito contro. Quando disse la  [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Racconto di <em>Alessio Torelli</em></p>
<p>(Prima pubblicazione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Ascolta, non ho più voglia di fare questo discorso.” dissi. E il mio amico mi incalzava. “Siamo degli ipocriti, abbiamo contestato tutto per vent’anni e ora che siamo diventati? Conformisti, lavoratori modello, perfetti ingranaggi del sistema che odiavamo. Schiavi…siamo schiavi.” urlava, puntandomi il dito contro. Quando disse la parola “schiavi”, la sua foga da ubriaco si trasformò in amara riflessione, il suo viso da arrabbiato divenne triste, sembrava quasi volesse piangere. Rientrò al bar ed ordinò un’altra birra.</p>
<p>Entrai anch’io e gli dissi “Datti una calmata, non è possibile fare tutte le sere questo discorso, lo capisci che non c’è una soluzione?” Lui mi guardava con un occhio semichiuso e continuava “Noi potevamo fare altro, dovevamo fare altro nella vita. Io non voglio essere Fantozzi…ecco sì! Io non voglio fare la vita di un moderno Fantozzi! Il barista ci guardava attonito e sussurrò “Ma non possono parlare di calcio e donne come tutti gli altri?”</p>
<p>Finimmo la birra e andammo via, il discorso sembrava chiuso lì ma non lo era. Lui guidava, era sbronzo ma dissuaderlo dal farlo sarebbe stato inutile e purtroppo lo sapevo. Direzione kebab, tappa fissa dopo una serata alcoolica. “Dobbiamo cambiare, siamo ancora in tempo” disse.</p>
<p>“Siamo ancora in tempo solo per cambiare il condimento del kebab probabilmente, ma come sai a me piace senza cipolla.” cercai di sdrammatizzare ed evitare il discorso.</p>
<p>“No no, dico sul serio. Molliamo tutto, andiamo via.” Rispose.</p>
<p>“E dove andiamo? Lasciamo un lavoro fisso, così senza senso? Abbiamo delle responsabilità, non siamo più ragazzini, non possiamo tornare indietro…” gli dissi.</p>
<p>Uscite queste parole dalla mia bocca, lo sentii arrivare a folle velocità, il mio magone di tristezza, di consapevolezza, che continuavo anno dopo anno a sperare fosse andato per la sua strada e che invece stava sempre lì, sotterrato solo in parte dalla vita di tutti i giorni, che ogni tanto tornava a fare capolino e a ricordarmi che in fondo il mio amico non aveva tutti i torti.</p>
<p>Ma no, non volevo accettarlo, non potevo pensare di aver sbagliato tutto. Rimanemmo in silenzio per qualche minuto, poi ripresi a parlare: “E poi dimmi una cosa, ma chi sono i veri alternativi, quelli che secondo te non si sono fatti fregare dal sistema? Quelli che a quarant’anni fanno una vita come tutti gli altri, ma si sentono di sinistra perché portano le scarpe da trekking? Quelli che non lavorano perché non si vogliono far sfruttare ma si fanno mantenere dai genitori? Quelli che vanno ancora ai rave?”</p>
<p>“Non lo so, io penso a me” rispose.</p>
<p>Divenimmo entrambi pensierosi. “Dai, andiamo a casa, è tardi” gli dissi, e ci salutammo.</p>
<p>Mentre guidavo verso casa riflettevo. Ma perché devo sentirmi in colpa, cosa ho fatto di male? Ma se noi abbiamo sbagliato tutto, chi sono i veri alternativi? Chi sono, perché io non li conosco, tutti ci si sentono, fanno piccole cose per sentirsi diversi, per giustificare sé stessi, ma alla fine della fiera sono tutti omologati. Pensavo intensamente, ma il vortice di pensieri senza soluzione venne interrotto da un posto di blocco.</p>
<p>Solite cose, patente e libretto, tutto bene. Menomale, niente palloncino.</p>
<p>Dissi a me stesso: “Vedi? Qualche anno fa avresti reagito male, li avresti odiati solo perché erano poliziotti, ora sei stato calmo e gentile, rispettoso del loro lavoro, sei decisamente cambiato”</p>
<p>Arrivai a casa e mi misi a letto, avevo solo voglia di dormire.</p>
<p>Il sonno arrivò subito, viste le svariate birre sul groppone. Mi svegliai dopo poche ore, era quasi giorno. Mal di testa, bocca secca e il vago ricordo di un sogno. Mi ricordavo che col mio amico salivamo verso una montagna, verso la vetta, ed intorno solo nebbia. Arrivati ad uno stretto sentiero i nostri sguardi si incrociarono e senza dire niente ci rendemmo conto che non saremmo mai stati in grado di arrivare in cima. In quel momento una figura confusa, incappucciata, forse un frate ci passò vicino e con voce solenne disse: “E’ alternativo che vi poniate il problema” e scomparve nel bosco.</p>
<p>Mi alzai per fare il caffè e pensai che tutte le contraddizioni della vita si sarebbero ripresentate prima o poi, probabilmente molto presto, ma che per ora mi sarei sentito in pace con me stesso, mi sarei aggrappato a quella frase… per vivere.</p>
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