Racconto di Pietro Da Pontelungo (Pietro Ferrari)
A tavola non s’invecchia: un antico proverbio che si direbbe nato a Pontelungo, tanto i suoi abitanti gli sono rimasti fedeli, quasi fosse un programma di vita, almeno nei tempi passati.
Lo dimostrano, se non proprio le vecchie cronache, certi banchetti pantagruelici in uso una volta in paese, di cui è giunto fino a noi un ricordo epico. Ma il secolo d’oro che segnò il culmine delle glorie gastronomiche di Pontelungo fu senza dubbio l’Ottocento, sia detto a smentita dei suoi detrattori. Se si volesse rievocare l’epica dei banchetti di quel secolo, ci sarebbe da scrivere un poema degno d’Omero: un’impresa alla quale rinunciamo volentieri.
Basterà, invece, ricordare un memorabile banchetto “di grasso e di magro” che all’epoca fece grande scalpore e di cui non si è ancora spento il ricordo.
⁂
Si tratta di un evento rigorosamente storico. Chi desiderasse conoscere i veri protagonisti dell’avventura non deve fare altro che consultare le memorie del tempo.
Nel maggio del 1869, la Giunta Comunale di Pontelungo aveva deciso di offrire un banchetto al Prefetto e alle altre autorità della Provincia. L’obiettivo era dimostrare la riconoscenza del paese, attraverso il rito tradizionale di una tavola ricca e imbandita con generosità, per i pronti aiuti ricevuti l’anno precedente in occasione di una rovinosa piena del fiume Magra. Erano tempi sereni, nei quali, davanti a un buon pranzo, si potevano accomodare onestamente molte cose!
Il pranzo venne fissato per il giorno 21 di quel mese e avrebbe dovuto tenersi a casa dell’Assessore Anziano. Ma, all’ultimo momento, gli organizzatori si accorsero che il giorno prescelto cadeva di… venerdì! La costernazione fu enorme: non si potevano offendere gli scrupoli religiosi della padrona di casa e degli ospiti che osservavano il digiuno del venerdì, ma non si potevano nemmeno scomodare tante autorità per servire un misero pranzo di magro. D’altra parte, gli inviti erano già stati spediti e non era possibile rimandare. Come uscire dall’impiccio?
La situazione imbarazzante venne salvata da una di quelle trovate di spirito che bastano a consacrare la reputazione di un uomo. L’autore della genialata fu uno degli assessori: un tipico colonnello a riposo e gentiluomo spregiudicato, di cui i vecchi di Pontelungo ricordano ancora i baffi e il pizzo a punta e l’immancabile mazzolino di fiori freschi all’occhiello.
— Se è giusto – disse – rispettare gli scrupoli di chi osserva il venerdì, e d’altra parte non si può offrire alle autorità un banchetto di magro né si possono rimandare gli inviti, l’unica soluzione per uscire dall’imbarazzo è preparare un pranzo… a doppia lista: un menu di magro e uno di grasso. In questo modo, salviamo capra e cavoli!
La proposta venne accettata con entusiasmo. Il pranzo fu sia di grasso che di magro e, come voleva la migliore tradizione, fu grandioso in entrambe le versioni.
Per nostra curiosità, e per esaltare quei buoni pontelunghesi dell’Ottocento — ai quali non mancavano le risorse e il buon umore, e ancor meno l’appetito — riproduciamo qui la doppia lista dei piatti, così come l’abbiamo letta su un elegante cartoncino dai bordi dorati, conservato per ricordo dalla famiglia di uno dei commensali.
Durante il banchetto, al quale oltre ai notabili provinciali parteciparono tutte le autorità locali, regnò l’allegria più genuina, ravvivata a ogni portata dalle battute sulla famosa trovata del doppio menu. Il pranzo, nonostante l’insolito accostamento dei piatti, si svolse nel più puro stile tradizionale: tutti mangiarono e bevvero con coraggio, senza distinzione d’età o di grado. Inoltre, sui vini pregiati e stranieri elencati nel menu, trionfarono i briosi vini locali di Pontelungo, per la gioia dei convitati.
Inutile dire che quel solenne banchetto fece epoca nella cronaca del paese, sia per la trovata geniale con cui fu risolta, sulla carta, una complicata questione di etichetta e di coscienza di fronte al venerdì, sia e soprattutto per la straordinaria prova di appetito data dai commensali. I quali, infatti, una volta seduti a tavola e messi davanti alla doppia tentazione dei piatti di grasso e di magro (e anche questo va detto a maggior gloria dei nostri nonni!) fecero ugualmente e abbondantemente onore agli uni e agli altri, non senza un certo scandalo della padrona di casa. Tra gli ospiti che più si distinsero in questa doppia maratona ci furono, e non poteva essere altrimenti, l’assessore della brillante trovata e il segretario comunale, la cui reputazione di perfetto funzionario era superata solo dalla sua fama di raffinato buongustaio e formidabile mangiatore.
Per la cronaca di questa allegra avventura gastronomica, nella quale rivive lo spirito sereno, un po’ scettico e godereccio della vecchia Pontelungo dell’Ottocento, va ricordato un dettaglio: il conto di quel memorabile banchetto, piuttosto salato anche per l’epoca, fu pagato di tasca propria dal Sindaco e dai quattro Assessori.
E anche questo particolare è una di quelle cose incredibili che potevano accadere solo nella Pontelungo di allora!
⁂
Questo banchetto, uno dei tanti che consacrarono la fama della cucina di Pontelungo nell’Ottocento, richiama alla mente anche quei pontelunghesi illustri che dalle glorie della tavola passarono direttamente alla storia. Tra questi basterà ricordare l’arciprete Carlo Bologna, morto nella prima metà di quel secolo: una figura famosissima della vecchia Pontelungo, di cui ancora oggi lo storico non sa se lodare di più il raro ingegno, la vasta cultura o il formidabile appetito.
Fu, senza dubbio, il campione indiscusso del paese nelle sfide a tavola del suo tempo. Non mancava mai a un banchetto e non rifiutava mai un invito a pranzo. Anzi, le famiglie facevano a gara per averlo alla propria tavola, dove il suo esempio trascinava anche i commensali più svogliati e il suo spirito teneva alto il morale di tutti. Durante il pasto, aveva l’abitudine di allentare la cintura a ogni portata, tanto che alla fine del pranzo si trovava completamente sbottonato e spesso nell’impossibilità di ricomporsi decorosamente.
Tra i molti aneddoti che ancora si raccontano su di lui, eccone uno. Una volta, invitato da una signora di sua fiducia, arrivò un po’ prima dell’orario fissato e fu lasciato solo per qualche tempo davanti a un bel fuoco in sala da pranzo, in attesa degli altri ospiti. Forse attirato dal profumo invitante, scoprì dentro una credenza una magnifica tacchina arrosto, pronta per essere servita. Il terribile arciprete, un po’ per ingannare la noia dell’attesa e un po’ per stuzzicare l’appetito, cominciò a piluccare la tacchina, tanto che in poco tempo non ne rimase che la carcassa. Quando arrivò il momento di servire l’arrosto, la padrona di casa, avvisata di nascosto dalla servitù, annunciò costernata che la tacchina era sparita. L’ironico arciprete scoppiò in una sonora risata e aggiunse, nello schietto dialetto locale di allora:
— Cus’èl? Cl’uslët chi ér là dëntar? Ahimé-dìo, ma s’a l’ho plüca sü më par farm agnir un pó d’aptit! (Cos’era? Quel volatile che era là dentro? Santo Cielo, l’ho solo piluccato per farmi venire un po’ di appetito!)
Tutti risero con lui; ma, nonostante quel solenne “antipasto”, anche quella volta il primato della tavola toccò all’imbattibile arciprete.
Sì, hanno ragione coloro che rimpiangono i vecchi tempi. Ma è giusto riconoscere che, almeno a tavola, la Pontelungo di oggi non ha nulla da invidiare a quella di ieri.
Ne è la prova un recente e sbalorditivo banchetto di nozze, organizzato in pieno carnevale a Gróndona, una località del territorio pontelunghese che nel Medioevo era una roccaforte avanzata, usata dalle rivalità tra Parma e Piacenza contro il nascente comune di Pontelungo. Fu un banchetto davvero epico che, per la presenza di un gruppo scelto di pontelunghesi, fieri custodi delle vecchie tradizioni gastronomiche, assunse il carattere di una grandiosa sfida. La presenza dello stesso Podestà di Pontelungo valse a dare all’evento un valore quasi ufficiale. Nonostante questo, però, e a differenza del famoso banchetto ottocentesco, quella festa a Gróndona ebbe un carattere del tutto popolare e legato al folklore locale.
Infatti, se nel banchetto di grasso e di magro la protagonista era stata la nobiltà e l’alta borghesia, in quello di Gróndona il protagonista fu il popolo. E come canta il poeta: “…se il popolo si desta, Dio si mette alla sua testa”; e se, aggiungiamo noi, si siede a tavola, allora succedono le cose più straordinarie, proprio come in quel banchetto!
Non elencheremo qui l’incredibile menu di sedici portate che, senza contare la cena seguita quasi senza interruzione, si susseguirono per oltre mezza giornata in quella memorabile festa. Basterà dire che vi figurarono degnamente i piatti più vari, saporiti e tentatori che l’arte più esperta, con l’aiuto di vini irresistibili, potesse ideare per mettere alla prova le menti più salde e gli stomachi più allenati.
Per la storia, bisogna aggiungere che la prova fu superata alla grande. E così Gróndona, il cui nome nelle vecchie cronache è legato a cupi ricordi di guerra e di conquista, poté vedere quel giorno, intorno alla stessa tavola imbandita, pontelunghesi e grondonesi gareggiare insieme per tenere alta la bella e allegra tradizione delle usanze paesane.
Certo è che quel banchetto clamoroso fa impallidire al confronto il ricordo di ogni pranzo dell’Ottocento, e merita davvero di essere dedicato agli spiriti immortali di Pantagruel e Gargantua, eterni protettori delle cucine esagerate e delle tavole abbondanti. In quella giornata eroica, tra le file dei commensali dovettero aleggiare felici i fantasmi dei grandi mangiatori e bevitori del passato, con le loro pance imponenti e i visi rubicondi; mentre dalla cucina, tra i vapori densi e i profumi inebrianti, sembrava sorridere il volto largo di Ragueneau, il famoso pasticcere di Cyrano.
Ombre e fantasmi che non si possono evocare senza emozione!
Sia gloria, dunque, ai partecipanti del banchetto di Gróndona! Hanno dimostrato che le belle tradizioni della tavola non sono morte e che, per il buon nome di Pontelungo e per la gioia degli uomini, c’è ancora chi sa mangiare e bere con coraggio e allegria.
A loro, quindi, anche in questi magri giorni di quaresima, solleviamo il bicchiere pieno, in un brindisi augurale alla vecchia e alla nuova Pontelungo, da sempre cordiale, spensierata e aperta: un caro, dolce paese che, tra le sue glorie più autentiche, sa custodire gelosamente anche quella delle sue ricche feste a tavola.
Bibamus, igitur… (Beviamo, dunque…)
A conferma dell’antica verità tanto cara agli abitanti di Pontelungo: a tavola non s’invecchia!
Scrivi un commento