Racconto di Federica Sanguigni

(20 dicembre 2020)

 

 

 

Talvolta crediamo di aver nostalgia di un luogo lontano

mentre a rigore abbiamo soltanto nostalgia

del tempo vissuto in quel luogo

quando eravamo più giovani e freschi.

Così il tempo ci inganna sotto la maschera dello spazio.

Se facciamo il viaggio e andiamo là, ci accorgiamo dell’inganno.

(Arthur Schopenhauer)

 

 

 

Non si dovrebbe tornare nei luoghi che ci hanno visti felici.

Illudersi di ritrovare la magia e la letizia provate in quei posti è utopia.

Le emozioni, i volti, le avventure, i giochi e le risate e persino le lacrime che hanno accompagnato i momenti vissuti in alcuni luoghi, hanno un sapore speciale. Unico. E per questo, irripetibile.

Voler ricreare la lieta atmosfera è pura presunzione. Restare delusi, altamente probabile.

Come il colpevole che torna sul luogo del delitto e inevitabilmente commette un errore che pagherà caro, così scegliere di fare un viaggio all’indietro in un luogo felice comporta non pochi rischi.

E io non ho intenzione di correrne.

 

C’è un filo sottile

nel labirinto dei miei ricordi

che mi conduce fino a te.

Tra le tue strade innevate.

Nei boschi al riparo dal sole

durante il maggio vestito a festa.

 

Quarant’anni non sono pochi. E la struggente nostalgia che sovente accompagna i miei ricordi legati a quel periodo e a quella città, non riuscirà a convincermi.

Al contrario, è la prova schiacciante che non devo fare il viaggio.

Ho lasciato, nello straniero paese, i giochi e i pensieri di una bambina tanto piccola che oggi, la donna che è diventata, fa fatica a ricordare.

Le fotografie, mute testimoni, pur parlandomi una lingua piacevole da ascoltare, non riescono a farsi capire fino in fondo.

Gli occhi di quella bambina sono i miei, mi dico. Ma cosa guardavano? Chi osservavano? E quante lacrime di dolore per un ginocchio sbucciato, o di gioia per un nuovo giocattolo, avranno versato? Di quanto azzurro e di quanto verde si saranno colorati nei giorni di festa, tra l’erba alta che sfiorava il cielo in un prato, un bellissimo prato che lo ricordo, oh se lo ricordo, faceva da tappeto a pic-nic festosi e traboccanti di risate.

Di risate e di voci. Quelle voci di cui non odo il suono perché le bocche non mi parlano più.

Ci siamo persi di vista.

Succede sempre così.

In realtà, lasciamo che accada.

Ognuno si incammina per un nuovo sentiero. Sceglie una diversa dimora.

Dopo aver condiviso la stessa area di vita in un perimetro straniero, la terra di origine che ci ha generati ci (ri)trova estranei.

 

Risonanze lontane

suoni familiari

-qualcuno non ha più voce-

volti sfocati.

Il filo ben stretto

alla mia mano bambina

-mano di donna-

mi accompagna fino a te.

Candeline su cui soffiare

alberi addobbati

il gelato che pizzica la lingua.

 

Gli anni passano ed eccoci pronti a spegnere nuove candeline con l’aiuto di altro fiato, battendo le mani ad altri compleanni e guardando in nuovi obiettivi pronti a immortalarci.

Eppure ora ricordo una festa chiassosa e una torta e una bimba con i capelli legati in due simpatiche codine che soffiava forte mentre qualcuno cantava “tanti auguri a te”.

Se tornassi lì per festeggiare il mio prossimo compleanno, chi intonerebbe la canzoncina nella lingua di cui poche parole ricordo? E quanta neve ci sarebbe? Non avrei un cappotto tanto caldo da indossare. Quello di montone scuro, con i pon pon appesi al cappuccio, chissà dove sarà finito.

E chi scatterebbe la fotografia? Quella fotografia. Io voglio la bimba incappucciata, infreddolita ma felice in mezzo alla neve. E voglio giocare con le mie piccole amiche, ma se faccio la conta mi avanza uno spazio.

No, non posso fare il girotondo se a tenermi la mano lei non c’è più.

Ondeggia, davanti ai miei occhi, la fotografia di quattro bambine sedute su una panchetta di legno, birichine e gioiose come solo i fanciulli sanno essere. Sono consapevole che oggi nessuno potrebbe ripetere uno scatto come quello. Non può esserci un prima e un dopo da mettere a confronto, come si usa tanto fare ora.

Una, due, tre e …

Solo se chiudo gli occhi lei c’è ancora. A giocare con me.

Solo se guardo con gli occhi della bambina che ero, posso vederla.

Voglio ricordare quelle bimbe spensierate e sorridenti, quei momenti di festa in terra straniera, quando ci si stringe attorno a un totem invisibile che nasconde gelosamente le proprie radici.

 

I ricordi navigano nella mia mente.

Scalpitano irrequieti tra altri ricordi.

Sgomitano

e si acquietano.

Stanchi.

 

 

Mi sorprende, rattristandomi, la difficoltà a rammentare. L’incapacità, quasi, di ricordare un episodio da raccontare. Un aneddoto da narrare in prima persona. Solo fatti ascoltati da altre bocche. Solo frammenti tra le pieghe della mia memoria. Sensazioni precarie, oggi, che nella loro fragilità galleggiano, annaspano. Non affondano, però. Si nascondono, loro malgrado, tra le strozzature della rimembranza. Sedimentano ma non germogliano perché prive di quella terra fertile che accolse il seme.

 

Odori e suoni. Non li riconosco perché non li rammento. Ma odori e suoni sono tenacemente abbrancati a ogni cellula del mio essere e vibrano sotto pelle, silenziosamente.

Io non posso farveli sentire ma vi giuro che sono meravigliosi.

 

Mentre scrivo, strizzo gli occhi come a cercare di far uscire l’immagine scattata dalla mente e impressa sulle mie retine di un istante vissuto, ma di nuovo mi assale soltanto una immane fatica. Arduo è il compito di ricordare un vissuto lontano e ormai sfocato.

Difficile rammentare le nuvole che pur si rincorrevano in quel cielo.

Non è facile tornare indietro a quei viaggi in aereo, di giorno e di notte, eppure, il rombo di un motore che rintrona nelle mie orecchie, mi conferma che ci sono stati. Le luci arancioni mi accoglievano quando l’arrivo era di notte. A volte, invece, fiocchi di candida neve mi sussurravano una canzoncina di bentornata.

 

C’è che ho paura a tornare da te.

Ho paura di essere respinta

come un’amante dimenticata.

Ho paura di restare delusa.

Come di un amore seppellito

che non ha senso far tornare a vivere.

Ho il timore di non riuscire a respirare

quella stessa aria.

Di calpestare quel suolo

che era amico.

Ho paura che tu

mi abbia dimenticata.

Che non mi abbia mai amata.

Ero solo una bambina.

 

 

Chissà se davvero aspettavi il mio ritorno quando partivo da te. Mi chiedo, oggi, se tu mi abbia mai considerata quale un fiore del tuo giardino. Sono stata per qualche anno figlia tua anche io e ne sono orgogliosa. Quando parlo di te lo faccio con amore viscerale e con un senso di appartenenza che potrebbero ingelosire la mia patria natale.

È ovvio che non ti ricordi di me. Non sai, non puoi sapere, ciò che mi hai donato.

Quando penso a te, vedo la mia origine, il mio unico punto nel passato che non perde mai il suo baricentro.

Tu sei la certezza, la purezza e la semplicità. La realtà, che pur fatico a ricordare.

Tu sei la cosa giusta, per me che vado oltre il giusto e lo sbagliato.

Sei l’amore, quello vero, quello che non si dimentica.

Sei la terra sulla quale i miei piedi di bambina hanno camminato i passi più stabili e innocenti.

Sei lo scrigno dove il mio cuore fanciullo non ha mai perso un battito.

Punto di inizio e di arrivo per poi di nuovo cominciare scoprendo ora che, ancora una volta, sono nata non quella notte soltanto.

 

Ero solo una bambina

e non so più cosa ricordare.

Non so

se abbia un senso ricordare…