Racconto di Giorgio Bianchi

(Seconda pubblicazione)

 

La scala mobile della metropolitana scendeva lentamente, troppo lentamente tanto da permettergli di pensare e lui non voleva pensare. Alzando lo sguardo fece, appena, in tempo a vedere scomparire un lembo di cielo al tramonto, prima di inabissarsi nei corridoi tra una folla frettolosa.

Al termine della scala mobile, lungo la parete notò un manifesto che attirò la sua attenzione.

Sullo sfondo di case distrutte e povere baracche, una bambina vestita di stracci e con lo sguardo triste, allungava una mano verso passanti indifferenti. “Tu mi puoi aiutare” c’era scritto sotto. Ciò che più l’aveva colpito era stato il viso della bambina, assomigliava a quello di sua figlia. La stessa corporatura esile, lo stesso sguardo triste degli ultimi giorni di vita, quella vita che lui non era riuscito a salvare. La vista di quel manifesto lo costrinse a fermarsi un attimo, appoggiandosi alla parete per non cadere.

Quando raggiunse il marciapiede che affiancava i binari trovò poca gente.

Camminando, senza fretta, si spostò dalla parte in cui sbucavano i convogli dal tunnel e lì restò in attesa. Un rombo crescente gli annunciò che il suo destino stava per compiersi ma in quel momento, alzando lo sguardo, vide sul muro della stazione di fronte un manifesto identico a quello visto poco prima. E per un attimo il suo tempo si fermò.

Qualcuno con una bomboletta spray aveva corretto la scritta. Quello che aveva appena fatto in tempo a leggere prima che il convoglio in arrivo gli si parasse davanti fu: “Io ti posso aiutare”.

Ciò che accadde dopo non riuscì mai a ricordarlo con esattezza. Forse perché, come medico, aveva iniziato a lavorare in un campo profughi e aveva smesso di pensarci.

Ricordava, solamente, il cielo stellato che diventava sempre più grande, mano a mano, che risaliva con la scala mobile.