Racconto di Roberto Bugliani

(Seconda pubblicazione)

 

Quando Mariella si scoprì innamorata persa di Giuseppe, la Pina era in piena tempesta passionale per un bel marò di leva. E quando Mariella gli confessò emozionatissima il suo amore, aspettandolo una sera sul ballatoio del terzo piano del palazzo di ringhiera dove abitavano entrambi, la Pina la guardò sbalordita come se fosse una scema tronca prima d’adottare un’espressione più contenuta del viso e sorriderle, con una smorfia paziente, come si fa coi bambini o i matti.

Giuseppe si sentiva lusingato dalla dichiarazione della ragazza ma appena messo piede nell’appartamento, la Pina liquidò la faccenda con una risata amara e una scrollata di spalle. Poi si lasciò cadere a peso morto sul divano del soggiorno e, ricacciando in gola un singhiozzo camuffato da sospiro, afferrò il cellulare per chiamare il suo bel marò infedele.

Tutte le mattine che Giuseppe usciva dall’appartamento o vi rientrava la sera tornando dal lavoro, Mariella seguiva le sue mosse con l’occhio appiccicato allo spioncino della porta. E quando molto più tardi la Pina, agghindata in minigonna nera, calze a rete e tacchi a spillo, con il viso pesantemente pittato, prendeva la via delle scale, l’occhio di Mariella, di nuovo appiccicato allo spioncino, s’inumidiva d’un velo lucente.

Da tempo Mariella aveva preso a seguire, con discrezione, Giuseppe le volte che andava a fare la spesa. Al supermarket un giorno aveva fatto in modo di trovarselo davanti uscendo, all’improvviso, da un reparto laterale e per poco i due carrelli non s’erano scontrati. Al vederla, Giuseppe la salutò gentilmente, soffermandosi, qualche minuto, con lei per informarsi sulla sua salute e scambiare due chiacchiere sul tempo balzano di quei giorni marzolini, che un’ora diluviava con boati di tuoni da far spavento e l’ora dopo usciva un sole sbarazzino. Ma la Pina non era altrettanto affabile, e quando le due donne s’incontravano sulle scale strette e malamente illuminate, era Mariella ad accostarsi al muro per lasciarla passare assieme al suo strascico dolciastro di profumo da poco e al suo portamento altezzoso. Pareva proprio che la Pina fosse gelosa di Mariella, e che esprimesse la sua aggressività trattando con scortesia la giovane.

Una sera che Mariella s’imbatté nella Pina all’uscita dal cinema dov’era andata a rivedere La prima notte di quiete in edizione restaurata. Si era commossa ancor più di quando l’aveva visto da ragazzina, perché nell’amore impossibile tra l’enigmatico Professore e l’ambigua Vanina Abati non poteva ravvisare allora la fatalità di cui oggi s’intristiva. In quel casuale incontro Mariella le rivolse un saluto affettuoso a cui la Pina nemmeno si degnò di rispondere, e proseguì tutta impettita per il suo cammino. Con una fitta al cuore Mariella pensò alla dolcezza di Giuseppe, a quanto era premuroso quando la incontrava per strada offrendosi di portarle la borsa della spesa o di ripararla col suo ombrello se pioveva, e non mancava mai d’informarsi su cosa le avesse detto il medico durante l’ultima visita o sulle medicine che le aveva prescritto.

Solo in seguito Mariella venne a conoscenza del fatto che la sera stessa del cinema la Pina era stata piantata dal suo bel marò. Lui si era invaghito d’una sua amica, la bionda ossigenata Esmeralda, conosciuta sul viale una notte che la Pina era stata costretta a rimanere a casa per un fastidioso disturbo gastrointestinale. Causa del disturbo era stata l’impepata di cozze da lei spazzolata il giorno prima al ristorante Il Papiro. Era in compagnia di un cliente di riguardo, un imprenditore edile che le faceva una corte serrata che un domani chissà “con lui potrei davvero sistemarmi e fare vita da gran signora, così diceva al suo bel marò fedifrago. Nel tentativo di farlo ingelosire gli raccontava, con dovizia di particolari (per la maggior parte inventati) le serate trascorse in compagnia dell’anziano spasimante.

A quella notizia Mariella cominciò a sperare che la rottura della Pina con il bel marò rendesse il cuore di Giuseppe più espugnabile, e che il sogno di loro due innamorati a passeggio tra nuvole soffici come batuffoli d’ovatta stesse per realizzarsi. Ma il ponte levatoio che collegava il castello dell’interno 12 al mondo e a Mariella continuava a restare sollevato come il pennone d’un orgoglio cieco e smisurato. Di giorno la faccia di Giuseppe era sempre più cupa e la notte la Pina usciva di casa sempre più ubriaca, mentre a Mariella non rimase altro che lasciarsi scivolar via dalle mani di cencio i milleuno frammenti del suo cuore imploso, chiamando a sostegno le residue forze d’una dignità troppo a lungo calpestata.

Non si sa bene chi, se Giuseppe rientrando la sera a casa dal lavoro, o se la Pina in quella stessa sera di pioggia e di whisky, dopo aver fatto cadere nella ciotola di Filù una manciata di croccantini, avesse acceso la tivù. Fatto sta che le orecchie di entrambi, che poi erano un’unica persona, appresero della notizia. La voce spigolosa dell’annunciatrice informava del gesto disperato d’una giovane donna, che nel pomeriggio attorno alle sedici, s’era buttata sotto l’intercity per Livorno. E sullo schermo del televisore campeggiò il volto di Mariella, florido e sereno com’era prima della malattia.

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