Racconto di Marina Sparpaglione

(Quarta pubblicazione)

 

Sul palco una seggiola girevole con i braccioli girata verso il fondo. Un lettino in ferro per bambole, anni 60, ai piedi della seggiola verso il pubblico. Dentro: una bambola anni 60, sotto il lenzuolino. Una palla stroboscopica appesa al soffitto.  L’attrice vestita con un lungo e ampio chemisier nero è seduta sulla seggiola, dando quindi la schiena al pubblico, gomiti appoggiati ai braccioli, china, quasi come se stesse allattando. Luce fioca, solo un fascio di luce ad illuminare il lettino. Pochi secondi e lentamente si gira verso il pubblico. La luce cresce sul palco.

(Allunga le mani piano.)

Non mettere le mani fuori dalla finestra, che ci sono i cani che si “bastardano” fra di loro!

(Ritrae le mani.)

Come?

….

Non mettere le mani fuori dalla finestra, che ci sono i cani che si “bastardano” fra di loro!

Me lo ripete. Solo pochi secondi fa parlavamo, a fatica, ma parlavamo. Ora, mentre sto socchiudendo le persiane (allunga di nuovo le mani) per fare oscurità nella piccola stanza dove le abbiamo messo il lettino attrezzato per poterla accudire meglio, lei mi dice questa cosa. Mi volto e la guardo con orrore. Ecco, l’orrore è proprio la prima sensazione che ricordo di questa scena. Lei ha gli occhi chiusi, è già cieca, le metastasi sono arrivate al cervello. Ma questo è troppo.

(Guarda verso la palla.)

È TROPPO! (urla.)

Non è sufficiente averla in un letto, quasi immobile, con le ossa così fragili che come la tocchi rischi di romperle qualcosa? Non è abbastanza umiliarla lavandole il corpo, toglierle gli escrementi ed imboccarla?

(Guarda di nuovo la palla con rabbia, poi sistema bene il lenzuolo nel lettino, rimboccandolo e lisciandolo con meticolosità).

Ora non mi parlerà più, dirà cose senza senso come quella storia dei cani. Noi non abbiamo cani.

Esco dalla stanza, vado a piangere da qualche altra parte della casa. Ritorno e lei comincia a ripetere “oh Gesù oh Gesù oh Gesù…”, all’infinito. Noi non siamo credenti. Perlomeno penso. O tu ci ascolti? (Alza solo gli occhi in direzione della palla.)

(Fa un giro completo sulla sedia girevole.)

Quante volte l’avrei voluta diversa. Fin da piccola. L’avrei voluta elegante come quella delle altre bambine. Fine, come me, anche. E invece lei era grassa. Si ingozzava di cibo. E si rosicchiava le unghie. Se le strappava proprio. Aveva queste piccole virgolette in fondo alle dita delle sue grasse mani trascurate. Eppure c’era stato un periodo in cui era stata elegante, c’erano parecchie foto sue in cui aveva anche le unghie lunghe. Lo smalto persino! Poi non so cosa sia successo e, comunque, io non me la ricordo proprio in quel periodo. Ricordo invece che non mi abbracciava, che si arrabbiava se non mangiavo, che non veniva a nuotare con me nel mare.

Però era simpatica, eh… scherzavamo tantissimo. Piaceva a tutti, anche se era grassa. Solo a me dava fastidio questa cosa. Mi vergognavo. A pensarci bene, non mi piaceva nemmeno il suo odore.

È normale? Non dovrebbe essere una cosa naturale, istintiva? Amarne anche l’odore, dico?

Sbirciavo le mani di quelle delle altre bambine e le trovavo bellissime.

(Fa di nuovo un giro completo sulla sedia girevole)

Coma vigile. L’hanno chiamato così i dottori. Una merda. Quattro mesi di merda. Sei un corpo inerte ma qualcosa ancora funziona. Per esempio apri la bocca e deglutisci se qualcuno ti infila del cibo molle con un cucchiaio. E parli. Certo, dici cose insensate, oltre ad invocare Gesù o il Signore.

E poi un giorno, dopo quattro mesi, parli normalmente, come se fossi stata sempre presente e consapevole.

È settembre e mentre ti metto piccoli pezzetti di pesca nella bocca tu mi dici: “queste saranno le ultime della stagione.” Sì, sono proprio le ultime pesche della stagione, siamo a settembre e non so come tu faccia a saperlo. Di nuovo: l’orrore. Quindi, eri qui anche se sembravi da un’altra parte?

Ma Dio! Se esisti, questa cos’è? Una prova?

Era già andata, era in un altrove che non conoscevo. Piango e ti imbocco, cercando di tenere la voce ben salda per ingannarti. Le lacrime non le vedi, sei cieca.

O avrai capito anche questo, mamma? Che piango, e che fingo?

(Guarda la palla.) Io ti maledico.

Ora ha perso quaranta chili. Ora è magra. La pulisco. Le passo una salvietta inumidita tra le dita affusolate delle sue mani, con tutto l’amore che ho. E con stupore le taglio le unghie.

(Buio.)

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