Racconto di Leonardo Lastilla

(Seconda pubblicazione)

 

Sandro non amava tutti quei rituali diventati necessari per prendere un aereo. In particolare era irritato dal dover presentare la carta di imbarco numerose volte prima di potersi sedere, neanche troppo comodamente, al suo posto. Prendere un aereo era diventata una tortuosa gincana irta di ostacoli che portava via moltissimo tempo, in alcuni casi un tempo più̀ lungo del viaggio stesso. La società̀, cosiddetta complessa, aveva reso complesso ogni aspetto di essa. Anche le piccole cose. Forse per questo si respirava intorno tanta pesantezza. Molte persone mostravano segni di cedimento sotto quell’insensato fardello. Gli aeroporti, massimo esempio di nonluoghi, ovvero luoghi incentrati solamente sul presente, caratterizzato dalla precarietà̀ assoluta, dalla provvisorietà̀, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario, rappresentavano, in questo senso, un punto di vista privilegiato per osservare la perdita di quella leggerezza così fondamentale per vivere serenamente. Inoltre Sandro non impazziva di gioia quando doveva viaggiare in aereo.

Grande viaggiatore, sarebbe andato ovunque in macchina o in treno, financo in bicicletta, ma sopra un aereo era soggetto alle medesime paranoie che, si immaginava, prendevano molti individui. Non riusciva a rilassarsi, era costantemente in tensione. Mai una volta era riuscito a dormire su un aereo, neanche le volte che aveva affrontato viaggi di 15 ore. Si sarebbe potuto sostenere che la paura di volare fosse direttamente proporzionale al suo attaccamento alla vita. In realtà̀ però Sandro non era poi così avvinghiato alla sua esistenza al punto da difenderla ad ogni costo. Aveva piuttosto un atteggiamento disincantato, esacerbato forse da alcune vicissitudini personali che lo avevano fiaccato nello spirito e ne avevano demolito il principio speranza. Non era nemmeno tra quelli che vivevano indossando un’armatura per paura di essere feriti o uccisi. Anzi, Sandro faceva del rischio una delle sue dimensioni esistenziali privilegiate. L’aereo, tuttavia, proprio no. Voleva essere lui a determinare il rischio invece di subirlo a sua insaputa. Perciò̀ fare i conti con un’elevata sudorazione e l’aumento del battito cardiaco durante la fase del decollo e dell’atterraggio dell’aereo che aveva preso era diventata la norma.

Quel giorno non aveva scelta: doveva prendere un aereo che lo riportasse a casa dopo alcuni giorni passati per lavoro in un’altra città. Pagava l’azienda e non gli era sembrato il caso di mettersi a disquisire su quale mezzo prendere solamente per soddisfare le sue ansie. I tre giorni trascorsi fuori per lavoro erano tra l’altro stati molto produttivi. Sandro era riuscito a chiudere diversi contratti e quindi il suo stato d’animo era più̀ che positivo. Una volta che il taxi lo lasciò davanti all’aeroporto però, Sandro fu immediatamente afferrato sia dal fastidio di dover subire le angherie di tutti i controlli a cui si sarebbe dovuto sottoporre, sia dal pensiero di doversi trovare a breve sull’aereo. Non ultimo, mentre era al suo gate in attesa di imbarcarsi, aveva captato un annuncio che lo aveva turbato non poco: “La signora Luisa Giglioli è pregata di presentarsi al banco informazioni.” Sul momento Sandro rimase impietrito. Quel nome era come una scossa sismica improvvisa che aveva squarciato il terreno interiore su cui era poggiato e che era faticosamente riuscito negli anni a livellare, e al contempo aveva provocato crepe alle pareti della sua razionalità̀. Quella Luisa Giglioli non poteva essere certamente Luisa Giglioli con cui aveva passato dieci anni della sua vita. Era sicuramente una coincidenza. Per rassicurarsi, fece una rapida ricerca sul cellulare per verificare quante Luisa Giglioli sarebbero saltate fuori ed effettivamente il numero era cospicuo. Senza dubbio si trattava di uno strano caso, ma quella Luisa Giglioli non poteva essere la stessa che lui aveva conosciuto. Si calmò e provò a scacciare via i pensieri che lo riportavano a quegli anni, ma non ci riuscì̀. Basta poco infatti, un nome, una madeleine o un fischio del treno, per riattivare, nella memoria di ciascuno, il trenino elettrico del proprio passato. Quell’incessante scorrere lungo la pista dei ricordi, specialmente quelli più̀ dolorosi, non si placa mai. Sembra interrompersi, ma serve davvero un nonnulla per far ripartire le lancette di un orologio che si era creduto non più̀ funzionante.

Luisa Giglioli, la donna che Sandro aveva amato più̀ di ogni altra e che, nel bel mezzo di una storia che lui avrebbe definito unica e meravigliosa, sparì dalla sua vita, quasi di nascosto. A detta di tutti, familiari e amici, Sandro e Luisa erano destinati a restare insieme fino alla morte, probabilmente morendo contemporaneamente o a poche ore di distanza l’uno dall’altra. Agli occhi degli altri, i due incarnavano la dottrina dell’indissolubilità̀, insita nel matrimonio, che peraltro non avevano all’epoca contemplato, ma che, secondo tutti, sarebbe stato celebrato prima o poi. Eppure, un bel giorno di maggio, Luisa, senza dare troppe spiegazioni, telefonò a Sandro per dirgli che non se la sentiva più̀ di continuare quella relazione e che se ne sarebbe andata. Ordinandogli di non cercarla. Cosa che Sandro ovviamente non fece. Mezz’ora dopo la telefonata era già̀ sotto casa di lei per chiarire quell’assurda situazione, ma Luisa era già___0̀ fuggita. Come altrimenti chiamare quella subitanea partenza se non una fuga vera e propria, a meno di non ipotizzare un improbabile rapimento? Probabilmente Luisa aveva già programmato tutto nei giorni, forse mesi, precedenti e la telefonata non era altro che un addio. Un addio meschino visto che lei non si era presa la briga di dirglielo in faccia. Dopo dieci anni insieme. Roba da far saltare in aria la logica con una mina. Sandro non poteva credere a quella realtà̀. Situazioni come quella hanno molto in comune con un pugile già stordito che continua a ricevere colpi senza avere la più̀ pallida idea da dove essi arrivino. Cadere diventa allora la via di fuga migliore. Sandro passò giornate intere a cercare di capire cosa fosse successo e cosa avesse portato a quella scellerata decisione di Luisa. Non voleva arrendersi all’ imponderabile. Né lui né tutti coloro che conoscevano la coppia riuscirono tuttavia a darsi una spiegazione plausibile. La cosa migliore che uscì fuori fu che Luisa fosse impazzita di punto in bianco oppure, malignamente, che avesse trovato un altro. Nessuna delle due cose aveva comunque senso: l’impazzimento improvviso può̀ capitare per carità̀, ma quantomeno ci devono essere dei segnali precedenti che in questo caso non esistevano. Quanto ad avere un’altra relazione anche questa opzione pareva impossibile: come, quando e dove Luisa poteva aver avuto il tempo di frequentare un altro, visto che, senza esagerare, stava sempre insieme a Sandro? Che si trattasse di una relazione online, così di moda di questi tempi? Una relazione virtuale così intrigante e potente da far deviare il corso del fiume di Luisa, così spontaneamente nato per sfociare nel mare di Sandro? Non impossibile, ma molto difficile visto che Luisa non era solita passare molto tempo al cellulare.

Passarono i mesi, senza che Sandro riuscisse a capacitarsi della cosa. Il dolore penetrò nelle sue ossa al punto da compromettere la stabilità dei movimenti, polverizzando lentamente la spina dorsale della sua intelligenza. Di per sé il dolore è distruttivo, ma, quando il dolore nasce orfano perché́ non si ha consapevolezza di dove sia nato, è dieci volte più̀ letale. Adottarlo richiede sforzi sovrumani. A posteriori Sandro cercò e trovò qualche situazione tra lui e Luisa che potesse dare un senso a quella piazzata. Per esempio si domandò effettivamente come mai nessuno dei due avesse avanzato l’ipotesi di ufficializzare la loro relazione. Si diceva che forse il loro rapporto sembrasse sì pieno, ma che invece era un rapporto superficiale, in cui tutti e due si accontentavano non sapendo trovare niente di meglio. C’era molta passione tra loro, non lo si poteva negare, ma forse c’era solo quella e mancava un affetto profondo che è il solo che può̀ sostenere nel tempo un amore. Magari Luisa non provava quel sentimento profondo, al telefono aveva infatti detto di non sentirsela di continuare il loro rapporto; per lei era solo una questione di attrazione fisica e, vedendo invece quanto Sandro spingesse per un rapporto che diventasse sempre più̀ consapevole e completo, aveva deciso di non illuderlo maggiormente. Era possibile però che ci avesse messo dieci anni a comprendere che per lei quel sentimento non ci fosse? E ancora: perché́ non dirlo e parlarne? D’altronde era vero che tutte le volte che Sandro aveva intavolato una discussione sull’impegno, Luisa aveva tentennato e svicolato su altri argomenti. Che fosse quello il motivo? La paura di impegnarsi, abbastanza comune di questi tempi? Ma se fosse, si scappa in questo modo? Nulla tornava e ogni giro di roulette mentale che lui faceva non conduceva a nessuna vittoria. Allora Sandro cominciò a convincersi della seguente teoria, più̀ per darsi pace che per vera adesione alla stessa: se l’amore non decolla, è saggio scendere da un velivolo potenzialmente in avaria. Prima di scoprirla, prima di rimanere a terra. Sandro non lo aveva fatto, perché́ non l’aveva vista e aveva perciò̀ sbagliato. Di fatto si era ritrovato a terra senza aver intuito che la causa era probabilmente un’avaria pregressa nel rapporto con Luisa. Ma quale? Dove? A lui sembrava che il loro motore girasse a pieni giri e che fosse ben oliato. Guasti? No. C’erano stati degli screzi, ma chi non ne ha? Sarebbe molto più̀ preoccupante non averne. Ogni screzio era poi stato ricomposto. Oppure Luisa aveva finto e per bontà̀ o gentilezza, paura, non aveva detto a Sandro che per lei quegli screzi non si erano affatto ricomposti e che in realtà̀ erano dirimenti. Insomma può̀ darsi che per Luisa l’avaria fosse evidente. Perché́ non dirglielo allora? Perché́ non provare a ripararla invece di lanciarsi senza paracadute nel vuoto? Oppure Luisa aveva un paracadute di cui Sandro non era a conoscenza? Aveva sempre trattato Luisa con i guanti, ma forse gli sfuggiva qualcosa. Aveva imparato che, per capire le cose, bisogna impararle a guardare da ogni punto di vista, soprattutto da quello della persona con cui si è insieme dentro una turbolenza. Quale turbolenza tuttavia? Per quanto si sforzasse, Sandro non riusciva a trovare un fronte perturbato tra loro due. Non aveva affatto coscienza di essere stato dentro un temporale. Anche per questo, da allora, volare gli era diventato penoso.

Mentre Sandro veniva risucchiato dai suoi pensieri, l’annuncio venne ripetuto: “La signora Luisa Giglioli è pregata di presentarsi al banco informazioni.”. A risentirlo e a riflettere sulla sua Luisa Giglioli, gli venne da ridere immaginandosi il seguito di quell’annuncio: “Ultima chiamata per la signora Luisa Giglioli”. Ultima chiamata: che ironia della sorte. L’ultima chiamata da lei ricevuta, quella definitiva e mortale. Ma anche ultima chiamata per lei, in quel momento, intesa come ultima possibilità̀, chance di redimersi e farsi perdonare da lui. Rideva, ma era un riso meccanico e amaro. Perché́ lasciarsi tormentare da quei vagheggiamenti? Per sua fortuna arrivò anche l’annuncio ufficiale per l’imbarco del suo volo e così Sandro lasciò indietro quei pensieri, come ci si dimentica, sbadatamente, di una valigia. Si mise in coda e si avviò verso il tunnel che lo avrebbe condotto dentro l’aereo. Fu salutato dalle hostess e prese posto. Nel farlo dovette schivare gomiti e valigie degli altri passeggeri, un’altra delle cose che lo irritavano oltre misura. Non sopportava come la dimensione iper-digitalizzata odierna, che subdolamente induceva gli individui a chiudersi dentro le loro lampade magiche tecnologiche, aveva prodotto persone eccessivamente self-absorbed, totalmente ignare del mondo circostante e soprattutto della presenza degli altri. Preferiva l’espressione inglese a quella italiana proprio per quella enfasi sull’io assorbito tutto in sé stesso, cieco e maleducato. Ecco allora che diventava pacifico assalire le cappelliere di un aereo per infilarci il proprio trolley senza chiedersi se magari lo si stesse rubando ad un altro ma soprattutto senza fregarsene di dare colpi proibiti alle persone intorno. Senza scusarsi poi per averlo fatto. Oppure diventava consueta la totale assenza di rispetto in chi, alla guida di una macchina, pensava di essere l’unico sulla strada e si fermava a suo piacimento nel bel mezzo della stessa, senza neanche il favore di mettere una freccia, per cercare un parcheggio che pareva spettargli per diritto acquisito. Senza preoccuparsi che dietro ci fossero altri guidatori a cui, durante l’esame per la patente, non avevano insegnato, tra le tante regole da memorizzare, quella relativa all’ evitare chi inchioda improvvisamente e senza nessun motivo, tranne quello di servire i propri comodi. Per non parlare di chi, camminando con la testa nel proprio cellulare, andava a sbattere contro altri passanti, ovviamente non visti, colpevolizzando loro con gli occhi, a volte anche a parole, per non essersi scansati in tempo o per primi. Questo faceva l’assuefazione ipnotica a cui quasi tutti si sottoponevano. Insomma, prima di sedersi e allacciarsi la cintura, cosa che faceva immediatamente, Sandro prese un paio di colpi sulla testa da passeggeri che in tutta evidenza non vedevano che fosse proprio lì. Dopo dieci minuti di caos cosmico all’interno del velivolo, la situazione si calmò e tutti i passeggeri erano seduti al proprio posto con la cintura allacciata, pronti al decollo. Sarebbero partiti da lì a pochi minuti e, raggiunta questa consapevolezza, Sandro entrò in agitazione da cui provò invano a distrarsi mettendosi a leggere il libro che aveva portato con sé. I minuti passavano e cominciarono a diventare tanti. La cosa più inquietante e inspiegabile era che il portellone dell’aereo era rimasto aperto. Tanto è vero che le hostess non avevano ancora recitato l’atto teatrale prima del decollo. Alcuni passeggeri cominciarono a spazientirsi e a chiedere spiegazioni. Anche Sandro era spazientito, ma, al contrario degli altri che si esprimevano con aggressività nei confronti dell’equipaggio, lui manifestava la propria stizza, imprecando nella sua testa. L’aereo era pieno, ma c’era chi si guardava intorno per capire se ci fosse qualche posto vuoto. Era pensabile invero che quella situazione fosse determinata da qualche ritardatario che non si era ancora recato al gate e che, una volta salito sull’aereo, sarebbe stato infamato e aggredito da molti. A volte succedeva e c’era da chiedersi quale ignoranza, stupidità o arroganza facesse sì che chi era in procinto di prendere un aereo, se la prendesse comoda e si presentasse in ritardo, con grave mancanza di rispetto per tutti. Finalmente una hostess fece un annuncio nel quale si scusava profusamente per il ritardo, ma stavano aspettando un passeggero, così da completare l’imbarco e partire. L’annuncio fu seguito da sonori fischi e buu.

Dopo altri intensi cinque minuti, Sandro vide una delle hostess volgere lo sguardo verso il portellone. Era chiaro che la persona che tutti stavano aspettando, stava infine arrivando. Sarà mica un personaggio importante o famoso? Un politico o uno sportivo? Non che la cosa potesse giustificare l’attesa, anzi la peggiorava, ma forse, di fronte a un personaggio noto, molti passeggeri sarebbero stati più clementi e magnanimi. Il passeggero atteso era una donna e non era affatto nota. Tranne che a uno: Sandro, il quale non poteva credere ai suoi occhi quando vide entrare, con il fiatone, Luisa Giglioli, la sua Luisa Giglioli, e, tra innumerevoli improperi e rimproveri, prendere posto tre file dietro di lui. Senza che lei si accorgesse della sua presenza. Sandro si paralizzò. Era impossibile non riconoscerla, anche dopo così tanti anni. Non si voltò in cerca di una conferma. Soprattutto non lo fece per non rischiare di essere visto da Luisa. L’imbarco era stato completato e finalmente si poteva partire. Ma Sandro in tutta fretta si slacciò la cintura, si alzò e si diresse verso l’uscita. Non voleva fare una scenata, ma solamente scendere da quell’aereo. Aveva imparato che, se l’aereo non decollava, era saggio scendere prima di scoprire una potenziale avaria. Quello fece, senza sapere mai se Luisa si fosse accorta di lui mentre scavalcava oltre il portellone del futuro.

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