Racconto di Giorgio Bianchi

(Prima pubblicazione)

 

Avrebbe dovuto scendere alla fermata per la quale aveva preso il biglietto, ma poi era rimasto seduto nel suo scompartimento vuoto, lasciando che il treno ripartisse. Ora stava scendendo la notte e il treno non avrebbe più fatto fermate. Proseguiva la sua corsa come se non avesse dovuto andare da qualche parte, ma solamente andare.

Lui stava con la fronte appoggiata al vetro del finestrino, mentre il suo sguardo si perdeva sopra una campagna che lentamente veniva avvolta dall’oscurità. Aveva visto il sole tramontare dietro a monti lontani, poi erano spuntate le prime stelle in un cielo ancora chiaro che, all’orizzonte, aveva mantenuto per alcuni istanti un colore albicocca. Ora riusciva ancora a intravedere qualche casolare in mezzo a distese di campi, casolari dove si stavano accendendo le prime luci.

Seguiva con lo sguardo quelle luci che si allontanavano lentamente nella direzione opposta del treno, sino a sparire. E per ognuna sentiva che quella avrebbe potuto essere casa sua. Riusciva a vederla, riusciva a sentirne l’odore, i suoni, i silenzi. E soprattutto, riusciva a vedere sé stesso seduto ad un tavolo in una cucina d’altri tempi, illuminata da una debole lampada a saliscendi, col paralume smaltato, appesa al soffitto. C’erano una madia, una stufa a legna, una credenza con i vetri istoriati, pentole di rame appese al muro annerito, un lavello di graniglia in un angolo.

Una donna, non più giovane, scodellava la minestra per lui e per tre ragazzi seduti attorno al tavolo. Lui li guardava come se li vedesse per la prima volta. Li osservava uno per uno mentre ridacchiavano tra una cucchiaiata di minestra e l’altra.

Il più grande dimostrava più dei suoi quattordici anni, il suo viso appariva abbronzato dal sole dei campi e le mani callose di chi lavora la terra. Aveva zittito gli altri due ed ora mangiava in silenzio. Teneva un cappello di feltro in testa, che sua madre gli tolse passandogli accanto. Lui non aveva detto nulla e aveva continuato a mangiare.

Quello seduto accanto, di anni ne aveva forse dieci. Era rosso in viso, aveva i capelli scuri e spettinati. Era arrivato a casa trafelato, dopo aver corso per i campi tutto il pomeriggio con i compagni, dimenticandosi di fare i compiti. Portava i pantaloni corti, tenuti su da una sola bretella che attraversava una maglietta sdrucita, di un colore indefinito.

Poi, di fronte, c’era una bambina che non poteva avere più di otto anni. Mangiava composta e in silenzio, guardando di sottecchi il fratello maggiore. Aveva i capelli chiari, pettinati con due treccine e il viso cosparso di lentiggini. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarne il nome. Gli veniva in mente: Celestina, ma non era sicuro che fosse quello. Era venuta nel tardo pomeriggio a portargli un barilotto con l’acqua per dissetarsi mentre lui stava rincalzando la meliga con la zappa. Poi si era seduta nell’erba a guardarlo lavorare ed era rimasta lì a lungo sino a dopo il tramonto, ad attendere che lui finisse. Erano poi rientrati insieme in silenzio mentre i grilli frinivano nei prati e le prime lucciole solcavano l’oscurità. Lo sferragliare lontano di un treno li aveva accompagnati per un tratto. L’aria sapeva di fieno.

Lui era di nuovo passato nella stalla per dare da mangiare e da bere alle mucche ed era entrato in cucina: loro stavano già seduti attorno al tavolo ad attenderlo. Guardava quella donna aggirarsi per la cucina e poi sedersi accanto a lui. Non riusciva a ricordarla giovane, quando l’aveva conosciuta, quando si erano sposati, anche se, di quel giorno, gli pareva di avere un vago ricordo. Quel che ricordava era il loro viaggio di nozze fatto sul trattore, attraverso i viottoli che percorrevano le colline lì attorno. Appariva stanca e affaticata con i capelli che iniziavano a ingrigire. Indossava un grembiule un po’ logoro, a quadretti gialli e verdi. Riuscì ad incrociare il suo sguardo e si scambiarono un sorriso.

Il treno in piena notte fece una fermata inattesa e lui, senza un motivo, scattò in piedi, afferrò la sua piccola valigia di cartone e scese. Il treno ripartì subito e lui si trovò solo in una piccola stazione in mezzo alla campagna deserta, illuminata da una luna intenta a coricarsi. A ridosso del muro c’era un unico lampione acceso circondato da falene impazzite. La sala d’aspetto era aperta. Lui entrò e riuscì a scorgere nella penombra una panca dove andò a coricarsi. Cercò di addormentarsi per ritornare a casa. E finalmente gli riuscì.