Racconto di Marco Petruzzella

(Prima pubblicazione)

 

Sono sicura che ciò che sto per raccontarvi, come del resto la maggior parte delle storie che vi propinavano quotidianamente sui social, lo troverete assolutamente inverosimile.

In teoria dovreste conoscere la verità; ricordare ciò che accadde, ma purtroppo percepisco che non è così.

… Diana – Italia – Milano – 2025…

…passo.

L’atmosfera pesante e surreale che quella stramaledetta pandemia era riuscita a creare mi rendeva quasi piacevole la reclusione forzata che ci avevano imposto.

Stavo bene in quel buco di appartamento che, in fondo, era la mia “Comfort Tana”: 25 metri quadri, un letto sempre sfatto, il mio portatile e quel marchingegno desueto che mi lasciò in eredità mio nonno. Credo si chiami baracchino o CB. Insomma, quell’attrezzatura da radioamatore.

Passavo le notti tra le onde corte a farmi i fatti degli altri. Era divertente!

Quelle poche volte in cui ero costretta a mettere il naso fuori casa per qualche ora, mi pentivo amaramente di averlo fatto.

Odiavo quell’atmosfera da dopoguerra: le scorte isteriche di generi alimentari, la gente senza più dignità che improvvisava balletti o stand-up comedy sui balconi, i carrelli traboccanti di bottiglie d’acqua minerale parcheggiati vicino alle casse dei supermercati, per accedere ai quali si rendeva necessario rinnegare la propria madre.

Odiavo le signore anziane, in bicicletta, nei giorni di pioggia, con una mano al manubrio e l’altra all’ombrello, sempre sul punto di cadere a causa della mascherina a fiori posizionata tra la bocca e gli occhi.

Odiavo le irruzioni delle forze speciali a casa della gente che festeggiava i compleanni in numero maggiore di uno, la puzza di amuchina che non ti abbandonava mai, quelli che compravano un cane per portarlo a passeggio, gli anziani morti soli, gli opinionisti della domenica in bella mostra in TV tutti i santi giorni, a dispetto della loro evidente mediocrità.

Quello che detestavo maggiormente, però, era quello stramaledetto branco di pecore tramutatosi, in pochi mesi, in un gregge di capre mascherate, sottomesse e spaventate.

Detestavo voi. Sì, proprio voi… ed è buffo che siate voi, ora, quello di cui ho bisogno. Quello che più mi manca.

Mi ricevete? Cazzo, c’è qualcuno all’ascolto?!

Passo.

Poco prima che quella follia cominciasse, i miei erano passati a trovarmi al campus per Natale. Mi pare di ricordare fosse il mese di dicembre del 2018. Mio fratello mi regalò il mitico videogioco per XLJ console ThunderStruck Empire 2 Evolution.

Tanti soldi, ma spesi bene!

Forse quel regalo fu l’unica cosa che mi fece apprezzare il blitz di quelle persone che, per nascita e natura, si consideravano la mia famiglia ma che per me erano sostanzialmente degli estranei.

Realizzato in Giappone da una banda di nerd sedicenni disadattati e acquistato e distribuito da uno dei maggiori brand di videogiochi del mondo, quel videogame era un trip tra i più sconvolgenti mai realizzati.

Ci giocavo di continuo. Miglioravo, mi evolvevo. Staccavo solo per prepararmi un gin tonic o per andare a pisciare. Era diventata quasi un’ossessione. Era la mia sostanza stupefacente. Non mi permetteva di pensare, mi estraniava da quella situazione di merda anche più di quanto desiderassi.

Quel giorno non feci altro che giocare, fumare e giocare ancora, finché il tempo non mi scivolò via dalle mani.

… e comunque, se qualcuno mi riceve… rispondete. Vi prego!!

Passo.

Smettetela di snobbarmi. Sono un essere umano. Sono una di voi!

Si fece notte e non me ne sarei accorta se non avessi finito le sigarette. Avevo il fumo ma niente tabacco e nessuna cartina.

Dovevo uscire! Non ne avevo alcuna voglia, ma la scimmia chiamava a gran voce e io dovevo rispondere.

A quell’ora sarebbe stato improbabile che la DIGOS mi fermasse, mi multasse, mi manganellasse per la violazione della reclusione domiciliare e, in fondo, il distributore era solo a due passi.

… mayday mayday.

Insomma, nonostante l’ora tarda e il lockdown, fu allora che mi accorsi che il mondo era particolarmente vuoto.

Il silenzio a cui ero oramai abituata ruggiva più intenso e inesorabile del solito.

Non c’era, accoccolato sopra i suoi stracci, il solito clochard vicino al portone. Assolutamente nessuno all’entrata del pronto soccorso di fronte a casa, che solitamente era un porto di mare.

Andai al distributore e feci scorta.

Notai, però, che quel procione che rovistava tra i rifiuti nel cortile sotto casa, che scorsi uscendo, era sparito.

“Avranno multato o deportato anche lui”, pensai.

Tornai a casa e, non appena entrata, sentii il suono di una notifica proveniente dal mio portatile: una e-mail. Il mittente era il professor Scomparsini, il mio docente di fisica teorica.

“Mia cara Diana, stanotte quello di cui parlano nel deep web da mesi, quello di cui noi abbiamo conversato a lungo durante le nostre lunghe notti insonni, si avvererà.

Il Chaos prenderà il sopravvento!

Non chiederti come sia venuto a conoscenza di tutto questo. Ho i miei contatti. Pazzi forse, ma terribilmente affidabili.

Non volevo crederci. Ho sperato con tutto me stesso che fosse l’ennesima forma di allarmismo immotivato o, quantomeno, un errore di calcolo. Purtroppo, però, non è così.

La linea temporale in cui viviamo, manomessa irrimediabilmente da quegli incoscienti del CERN, proietterà l’umanità intera due secoli nel futuro.

Non so dove finiremo. Conosco il tempo ma non lo spazio. Non so se potremo mai rivederci.

E questa, indubbiamente, è la cosa che più mi addolora.

Ti amo, Diana.

Sempre tuo

Oscar”.

Mi si gelò il sangue nelle vene. Non volevo crederci. Fino all’ultimo ho pensato, ho sperato fosse uno dei suoi stupidi scherzi. Mi affacciai alla finestra e il silenzio era diverso, definitivo.

Era tutto inesorabilmente vero.

All’improvviso ho sentito la vostra mancanza. E non sarà certo questo fottuto marchingegno, oramai lo so, quello che mi permetterà di ritrovarvi.

Non vi odio più, umani.

Non vi odio più…

Passo e chiudo!

-°-

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