Racconto di Cristi Marci

(Prima pubblicazione)

 

Il taxi imboccò una delle tante vie periferiche del paese dove una targa in metallo, affissa ad un muro corroso dal tempo recitava a chiare lettere Taylor St.

Così simile a tutte quelle che avevo visto dal finestrino che senza una guida avremmo corso il rischio di perderci.

A vederla non rispecchiava di certo i lussi di una classica stradina londinese, con i suoi mattoni in stile vittoriano e le cabine telefoniche sparse lungo i marciapiedi, ma al contrario un degrado che in quella campagna nel sud est della Romania faceva da contorno a tutto il resto, restituendo ai suoi invisibili abitanti un antico equilibrio che nessuno avrebbe osato scalfire.

Il sedile posteriore dove stavo era morbido e da una buona mezz’ora ospitava tutte le ansie e le paure che quella mattina dall’Hotel Intercontinental di Bucarest stavano finalmente tornando alla propria radice, riassumibile in un nome mai sentito prima: Slobozia.

Al volante l’autista della Dacia aveva appena intavolato con mio padre uno strambo dialogo fatto un po’ di italiano, di inglese e di romeno.

A sentirli il suono non era male, la lingua era vera e i rispettivi accenti così sinceri da scardinare ogni futile regola grammaticale che anziché innalzare barriere ci trovava tutti concordi sulle direttive da adottare una volta giunti al civico corretto, indicate un’ora prima dagli assistenti sociali dell’orfanotrofio di quella cittadina dimenticata da Dio.

“Where are you from my friends”?

“Palermo, Italy” aveva risposto mio padre.

“Oras frumos” (bella città) esclamò il tizio al volante, “Why here in Romania”?

“Mio figlio, wants to find, come si dice” iniziò gesticolando con l’indice e il pollice “aiutami Mattia”.

“I wanna find my roots” intervenni in una lingua che non mi apparteneva.

“Wow! Your dreapta?”

“Yes radici” confermò mio padre “lui adottato when, quando aveva due anni here”.

“Oh really man? It sounds amazing, you’re a lucky guy, my friend” disse guardandomi dallo specchietto retrovisore.

“Do you know how we say in Romanian? Sai come dire in nostra lingua”?

Per tutta risposta scossi il capo.

“Tip norocos!”.

“Tip norocos?” domando incuriosito mio padre.

“Yeah Sir, Tip norocos!”.

“Did you know your parents?” continuò incuriosito.

“No” rispose mio padre, “noi qui, here, per scoprire”.

“Oh, to discover it, right”?

“Sì”.

” Iți doresc toate cele bune” (ti auguro il meglio).

Gli istanti che ci separavano dalla meta proseguirono in un silenzio carico di aspettative dove desideravo scoprire la verità e al contempo augurarmi che tutto quanto fosse soltanto un sogno. Dai documenti letti prima in orfanotrofio avevo scoperto che mia madre mi aveva messo al mondo a diciotto anni e che il compagno di una notte di cognome faceva Mustafa.

Mi aspettavo una ragazza giovane e bella, dai tratti gentili, ma dai modi decisi; mio padre invece lo immaginavo robusto e dalle mani pesanti. Di lui avevo saputo solo che era stato un alcolista e che nei mie geni aveva iniettato la giusta quantità di liquido utile a provocarmi un vuoto di memoria: la stessa di cui avevo bisogno in questo istante.

“Here, stop Here. Arrivati” decretò il tassista di fronte al numero 46, riportandomi alla realtà.

“Fine della ricerca” pronunciai in silenzio.

Da giorni avevo pensato e ripensato a quella scelta e alle sue possibili implicazioni, imprevedibili per natura ma che in segreto avevo impiegato anni a costruire, tassello dopo tassello finché non sono arrivato all’ultimo: il solo in grado di dare un volto a tutto ciò che nel corso del tempo ho potuto soltanto ascoltare e di cui mi sono ciecamente fidato, costruendoci sopra le fondamenta della mia identità.

Arrivati a quel punto ogni cosa improvvisamente mi era apparsa così estranea e lontana da consentire a una memoria antica di farsi largo tra le dune di un passato che in quell’istante stava assorbendo tutti i miei diciannove anni di vita in un eterno presente.

Non è mia abitudine infrangere regole più grandi di me, ma quella mattina di ottobre al sicuro dentro quel taxi giallo dai quadratini bianchi e neri stavo capendo per la prima volta che la vita semplicemente voleva interrompere il suo giocare a nascondino; non per farmi un torto, ma per dare probabilmente al passato l’occasione di trasformare le sue rette parallele in nuovi binari sui quali continuare il mio viaggio.

La casa dove ero nato si trovava proprio alla mia destra.

Fuori del finestrino un prato verde era delimitato da una recinzione in legno che dava accesso a un ingresso oltre il quale percepivo la presenza di altre vite di cui avevo iniziato a intravedere le sagome dietro un paio di tende color bordeaux.

Percepii una sospensione extratemporale e priva di confini dove il peso di ciò che avevo per anni etichettato come problema stava assumendo pian piano la forma di un qualcosa di speciale.

L’abitacolo si era ormai tramutato in una navicella e io mi sentivo in missione per conto di tutti quei vissuti che per troppi anni avevo ostinatamente declinato in certezze e in un qualcosa che potesse appartenermi.

Stavolta però una vocina nella testa mi avvertiva che oltre il finestrino c’era un pianeta pronto ad aspettarmi e che buona parte di quella spedizione era stata compiuta.

Ora dovevo solo prendere contatto con quelle radici e scoprirne le forme o, peggio ancora, i volti.

Scoprire che finalmente tutto questo affare dell’adozione non era semplicemente una fiaba per bambini ma una storia degna di essere vissuta fino al midollo del suo stesso essere.

Così dopo aver incrociato gli sguardi dei miei due compagni di viaggio, aprii delicatamente la portiera e con il piede destro toccai il suolo di un terreno sconosciuto e tuttavia familiare, sopra il quale l’ombra riflessa del mio corpo si allungava pian piano sull’asfalto.

Sopra il quale la parola fine segnava l’inizio di nuove scoperte.

Stavo per varcare la soglia di una casa che conoscevo per la prima volta, entro la quale due figure sconosciute e dall’aria trasandata si affacciavano per conoscere l’intruso.