Racconto di Silvio Fazio
Chi oggi andasse a visitare il tempio greco di Segesta troverebbe cancelli, transenne, biglietteria, bar, negozi di souvenir e il trenino per salire fino al teatro greco, che sorge poco più in alto nella stessa area. Basta andare indietro solo di pochi decenni per ricordare, invece, come tutta la zona apparisse quasi deserta e abbandonata. Solo pochi turisti, per lo più locali come me, visitavano e amavano quel luogo che si presentava come quasi duemila anni fa.
Quando da ragazzo andavo, pastori e pecore giravano indisturbati tra quelle rovine e il silenzio regnava sovrano. Di solito mi piaceva andare quando il sole stava per tramontare: sapevo che era giusto a quell’ora che gli antichi attori greci cominciavano lo spettacolo e io cercavo di ricostruire, con la mia fantasia, lo svolgersi delle rappresentazioni, le maschere, il coro facendo andare a memoria i testi che stavo imparando al liceo. Andavo a quell’ora anche perché tutti i teatri greci erano stati costruiti in punti particolari, spesso con vista sul mare e orientati in modo che il pubblico potesse vedere prima il tramonto e poi la tragedia: uno spettacolo nello spettacolo. Aspettavo il tramonto, dunque, e spesso ero solo a godermi quella meraviglia.
Una sera, proprio quando stavo per allontanarmi, scorsi un puntino alto nel cielo, che si muoveva seguendo le correnti d’aria. Era un falco. Mi sedetti di nuovo sul gradone più alto e rimasi a guardarlo. Scese velocemente, eseguendo qualche picchiata e poi cominciò a girarmi intorno, sempre più vicino e sempre più lentamente, quasi per studiarmi meglio. Infine, si posò a poco più di un metro da me.
Era splendido. Era un girifalco bianco, lievemente striato di bruno, eccetto che per le penne da volo, che erano nere, e aveva un cappuccio sulla testa.
Sembrava proprio un falco della Groenlandia, un tipo di girifalco presente nel trattato “De arti venandi cum avibus” di Federico II, lo Stupor mundi, l’imperatore amante della falconeria, trattato scritto e illustrato da lui stesso. A quell’epoca, intorno al tredicesimo secolo, infatti la Groenlandia era poco conosciuta nell’Europa meridionale. Non di meno, quell’uccello tanto raro era presente alla corte dell’imperatore.
“Strano” pensai tra me e me, “sarà un falco usato per una battuta di caccia qui vicino. Ma perché si è così allontanato? Come mai si è posato qui?”.
Spostandosi lateralmente con le zampe, il falco intanto si muoveva sempre più vicino a me, poi ondeggiò con la testa, quasi volesse dirmi qualcosa. Non sapevo come comportarmi. Quando mi fu ancora più vicino, incominciai ad accarezzarlo, prima timidamente e poi sempre più coraggiosamente poiché sembrava gradire il tocco delle mie dita. Infine, d’istinto, gli tolsi il cappuccio. Il falco mi guardò a lungo e poi fu lui a cercare la mia mano, strofinandovi la testa finalmente libera. Ad un tratto spiccò il volo, compì una serie di giri intorno a me e scomparve alla mia vista, lanciandomi uno stridio, come un saluto.
Qualche mese dopo andai a sedermi come sempre sul gradone più alto del teatro greco, per godermi ancora una volta lo spettacolo del tramonto, immaginando sempre lo svolgersi di una tragedia greca, mescolandomi con il suo pubblico. Di nuovo, però, ero l’unico spettatore. Ogni tanto guardavo in alto, ricordandomi quello che era accaduto l’ultima volta e, come richiamato dal mio pensiero, un puntino scuro lassù nel cielo cominciò ad avvicinarsi, ad ingrandirsi e un falco, dopo una serie di evoluzioni, venne a posarsi vicino a me. Era proprio il mio falco, bianco, senza cappuccio. Ondeggiò la testa verso di me, fece un giro su sé stesso e poi spiccò il volo. Aspettai invano che tornasse. Solo dopo, quando stavo per andare via, mi accorsi che nel posto dove si era posato brillava una moneta, un po’ sporca e rovinata, ma senza alcun dubbio d’oro. La presi e la strofinai un po’ con le mani per pulirla, riconobbi sbalzata l’aquila bicefala e l’inconfondibile iscrizione cufica: era un tarì, una moneta di Federico II. Stupefatto rimasi lì non so quanto tempo a rigirarmi la moneta tra le dita, non sapendo neanche a cosa pensare o credere. Poi andai via.
Nella mia mente chiamai il falco Tarì e ogni volta che tornavo a Segesta lo chiamavo con la voce o con la mente e sempre, puntualmente, nel cielo vedevo arrivare un puntino nero che girava intorno al teatro.
Ora sono anni che non vado più in quel luogo, ma, recentemente, è andata mia figlia con i suoi bambini. Non conoscevano questa mia storia, ma stranamente mi hanno telefonato proprio dal teatro per salutarmi. Ho chiesto loro di guardarsi intorno e nel cielo e di dirmi se per caso vedessero un falco. Dopo qualche minuto, mi è arrivata una foto tutta azzurra del cielo con in mezzo, cerchiato, un puntino nero. “Come facevi a saperlo?” mi ha chiesto mia figlia.
Non sarà sicuramente lo stesso falco, ma nella mia immaginazione penso che sia ancora Tarì o un figlio di Tarì o un figlio di suo figlio: a me comunque resterà sempre la bellezza e il mistero di quella magia.
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