Racconto di Lucia Traversa
(Prima pubblicazione)
Eppure, ci aveva provato, prima con suo padre e poi con l’uomo che aveva sposato. Nessuno dei due sembrava avesse molta stima di lei, nessuna empatia, una sorta di affettuoso e scarno dovere nel darle retta. Entrambi lunatici, narcisi. Doveva però pur esserci un modo per entrare nel loro mondo muscolare e dispotico e farseli amici. Ci faceva caso solo ora: erano identici. Persino il loro giorno di nascita quasi coincideva, slittando di poco all’interno della stessa decade di un segno zodiacale che a solo nominarlo metteva ansia.
Il fatto stesso di essere l’unica donna in una famiglia di tutti uomini, ben vestiti, con le creste sempre alzate, sempre in ordine, in giacca e cravatta – un’allure di perbenismo ostentato che li distingueva – aveva creato l’inganno. L’esclusione per lei dai loro interessi era totale, e neppure il più bieco servilismo nei loro confronti riusciva a scuotere le loro anime e farsi notare. Suo padre aveva deciso di ignorarla sin da subito e lei era rimasta in quel limbo dove restano le vite delle persone che, pur esistendo, respirando, muovendosi nel cerchio vitale di una famiglia, ne vedono ignorata l’esistenza. Non sapeva nulla di lei e non se ne interessava, a parte il fatto che fosse femmina. Era un isolamento mentale che le precludeva tutte le domande, le aspirazioni, le voglie, e la escludeva da qualsiasi gioia includesse loro due. Ma l’ammirazione per quell’uomo restava. Non era venerazione, ma un qualcosa di ineluttabile che la faceva incaponire per comprenderne il perché e scavalcarne l’ostacolo.
Poi le era successo con suo marito, un giovane abbastanza intelligente da ottenere un posto di prestigio e conservarlo nel tempo. Lei sapeva di essere superiore a lui come comprensione, empatia, cultura, ma si era fatta scivolare un gradino sotto per quel sottile compiacimento che lui mostrava quando la gente attorno lo guardava come un uomo arrivato. Solo lei però sapeva. Arrivato dove? In alto, su una lunga scala fatta di persone senza valori, autocompiaciute del ruolo sociale che occupavano, intente solo a salire senza comprendere come e dove fossero dirette.
Relegata quindi in quel ruolo fisso e pure fisico di figlia prima e moglie poi, divenuta madre perse ogni speranza di potersi emancipare da quell’arcaico pensiero che i due nutrivano nei suoi confronti e, in generale, nei confronti delle donne della famiglia. Si sforzava di compiacere entrambi, ma la situazione sfuggì di mano un Natale a cena. La scelta era se decidere di compiacere il padre – che sulla tavola natalizia non avrebbe mai rinunciato al tradizionale tacchino con contorno di cavoli in bella mostra, come in ogni buona famiglia americana del Nord – o il marito, un conservatore della Louisiana dove a Natale si consumavano da sempre i loro famosi gamberi rossi in salsa di avocado. Non era una scelta da poco. Non era affatto da ridere sghignazzando sotto i baffi, per nulla. Spettava a lei decidere chi deludere; loro si erano tirati indietro dalla scelta. Spettava a lei, quindi, la dolorosa risposta che in un caso o nell’altro l’avrebbe fatta soffrire ad oltranza, perché non avrebbe potuto compiacerli entrambi. Ci sono persone che si vorrebbe compiacere ad ogni costo. Se fallisci nell’intento, ti sistemano in una categoria mentale nella quale possono relegarti e disprezzarti per sempre. E così fu.
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