Racconto di Kenji Albani
(Decima pubblicazione)
Le femmine russe, sempre le solite.
Che Spettro sapesse, già nel medioevo i russi avevano la passione per l’erotismo, con il comunismo questi pruriti erano stati repressi perché bisognava lavorare. Con la fine dell’Era sovietica, tutto era esploso fino all’esasperazione. In Italia si dice sempre che le donne russe sono bellissime e disinibite. Basta dire la parola Russa e il pensiero di chiunque corre a qualche video porno.
Spettro se lo stava ripetendo mentre assisteva allo spettacolo di spogliarello di una giovane moscovita, a destra e a sinistra degli attori nudi che si masturbavano. Non serviva uno sforzo di fantasia per immaginare quel che sarebbe successo dopo.
Spettro considerò che Aracne sarebbe stato entusiasta della scena.
Si ridestò dalle sue riflessioni perché vide entrare un uomo che sembrava un ragno. Non solo perché era magro, ma come si muoveva: Un ragno velenoso, pensò Spettro.
Mistero, pensò ancora.
Mistero era il suo nome in codice, la maniera in cui era noto nella comunità dei servizi segreti occidentali, come si chiamasse fra SVR, FSB e GRU, non era noto.
Spettro aveva conosciuto le sue fattezze un’ora prima nel centro di spionaggio italiano nella capitale della Federazione russa, il superiore l’aveva spedito nel Bacio del serpente, il nome del locale, e doveva impedire che la sua missione andasse a buon fine.
Più facile a dire che a fare, Mistero era scortato da quattro uomini che, per la mole, evocavano i doghi argentini.
Spettro non intendeva arrendersi.
Già sin da quando era entrato, aveva finto di consumare molti alcolici, in realtà innocue bibite, soltanto la barlady, senza dubbio una spogliarellista di turno per quella notte al bancone, sapeva la verità, però nulla la obbligava a raccontarlo agli avventori.
Spettro barcollò, iniziò a schiamazzare, fu addosso al gruppo di uomini e i quattro doghi rimasero sorpresi della sua incursione.
Un attimo dopo, lo cacciarono con le tipiche imprecazioni di quella terra ingenerosa.
Spettro non si scompose, continuò con la sceneggiata, poi stabilì fosse venuto il momento di andare.
Fuori, lo accolsero i fiocchi di neve.
Ricomponendosi, cacciò di tasca il criptofonino: «Fatto» comunicò al superiore, rimasto in ambasciata anche se era tarda notte.
«Bene» l’unica risposta.
E fu tutto.
O quasi.
Spettro aveva spalmato sul polso di Mistero una cimice biodegradabile. Qualcosa di antiquato, vecchia scuola, ma Mistero doveva aver sottovalutato quell’ubriacone molesto.
Ora, Mistero stava andando e Spettro si preparò a seguirlo.
Lo seguì.
L’agente russo si spostò su una limousine corazzata, Spettro lo tenne d’occhio dall’abitacolo di un’utilitaria che, già all’epoca della Perestrojka sarebbe stata superata. Aveva il riscaldamento funzionante, almeno, al contrario dell’automobile del protagonista di Gorky Park, il film, non il romanzo.
Il pedinamento continuò per un quarto d’ora e, con l’alba che iniziava ad accendere l’orizzonte accidentato dello skyline di Mosca, Mistero si fermò nella zona del museo di Borodino.
È venuto il momento, concepì Spettro.
Se l’autiere della limousine aveva posteggiato, Spettro fece la stessa cosa e si avviò, in macchina aveva rivoltato il cappotto per non farsi riconoscere.
Dall’angolo osservò Mistero inserire un messaggio in una grondaia – La buca morta! pensò Spettro – e Spettro attese che il gruppo di russi andasse via.
Quando successe, Spettro raggiunse il manufatto e, comportandosi come se fosse del tutto naturale, prese il messaggio e lo cacciò in tasca.
Per adesso, nessun rischio.
Spettro stava tornando all’utilitaria, udì dietro di sé delle imprecazioni famigliari, non solo le parole in sé, ma il timbro vocale.
Gli uomini di Mistero, comprese dopo un istante Spettro.
Scappò nei vicoli della zona e represse la curiosità di leggere il messaggio. Una lista di nomi di agenti clandestini sul territorio russo, informazioni sulla guerra in Ucraina o affari con i cinesi? A leggerli ci avrebbe pensato il capocentro che lo attendeva in ambasciata.
Spettro fuggì a piedi.
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