Racconto di LiberaRedazioneInLiberiMomenti
La casa di via dell’Acqua, un angusto bilocale al piano terra, sapeva di umidità e stufa a legna spenta. Non c’era biancheria stesa ad asciugare che non fosse rattoppata, né angolo che non nascondesse una crepa. Lì vivevano Elena e Marco, poco più che trentenni, e i loro due bambini: Sofia, di sei anni, con occhi grandi e curiosi che sembravano assorbire ogni sfumatura di luce e Luca, di otto.
Marco lavorava come manovale nei cantieri saltuari del paese, quando c’erano. Le sue mani erano callose, la schiena piegata prima del tempo e ogni sera portava a casa non solo la stanchezza, ma la paura palpabile di un altro giorno senza paga. Elena, donna forte e ingegnosa, faceva le pulizie in un paio di case borghesi al di fuori del quartiere, nascondendo la dignità ferita dietro un sorriso gentile per i suoi datori di lavoro.
La povertà non era solo l’assenza di denaro; era l’odore persistente di minestra riscaldata per tre giorni di fila, il freddo che si insinuava sotto le coperte consunte in inverno, e la vergogna silenziosa quando Luca, a scuola, doveva dire che non aveva i colori a cera nuovi.
Ma la loro ricchezza erano i bambini. Luca aveva ereditato la serietà del padre. Spesso saltava la ricreazione per aiutare il nonno anziano del vicino a spaccare legna in cambio di un po’ di pane vecchio. Sapeva leggere e scriveva con una calligrafia sorprendentemente ordinata, sognando di diventare un ingegnere per costruire case solide, case che non avessero crepe.
Sofia, invece, era la luce della casa. Amava disegnare. Non avendo fogli bianchi a sufficienza, usava il retro delle bollette pagate, l’interno delle scatole di cartone recuperate dal mercato o disegnava con un pezzo di carbone sul cemento del cortile. Il suo tesoro più grande era una bambola senza un occhio, che lei chiamava “Principessa Zoppa”.
La vigilia di Natale di quell’anno fu particolarmente dura. Marco non riceveva un salario da quasi tre settimane. La cena consisteva in polenta e un pezzo di formaggio.
“Mamma, Babbo Natale sa la strada per la nostra via?” chiese Sofia, la vocina flebile nell’oscurità.
“Certo, tesoro. Conosce tutte le strade,” rispose Elena, con un nodo alla gola.
Luca non disse nulla, ma strinse la mano della sorella. Lui non credeva più a Babbo Natale da quando aveva capito che i giocattoli non arrivavano per magia ma venivano comprati.
La mattina di Natale, la delusione era un ospite silenzioso. Nessun pacchetto luccicante ma vicino alla stufa, c’era qualcosa.
Marco ed Elena avevano messo insieme gli spiccioli degli ultimi giorni e avevano comprato due piccole mele rosse, lucidissime, e una scatolina di matite colorate, trovate al mercatino dell’usato.
Luca guardò le matite. Non disse grazie, non pianse. Prese solo un foglio di cartone, si sedette vicino alla finestra dove entrava un raggio di sole pallido e iniziò a disegnare la sua casa ideale: solida, calda, con un grande albero di Natale e due bambini sorridenti sulla porta.
Sofia strinse la sua mela come se fosse un rubino prezioso.
In quel momento, nella povertà più assoluta, la famiglia trovò un calore che il denaro non avrebbe mai potuto comprare: la promessa silenziosa di Luca di un futuro migliore, disegnata con colori di seconda mano, e la speranza tenace nei sogni di Sofia. Sapevano che la strada era lunga ma l’avrebbero percorsa insieme, un passo alla volta.
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