Racconto di Patrizia Birtolo

Illustrazione di Mattia Vaccari

(Terza pubblicazione)

 

Lasciata Como, la Strada Regina t’accompagna per lungo tratto.

Un chilometro prima di Argegno si gira a sinistra. Non si può sbagliare, né si deve:

a destra c’è il Lario. Un cartello indirizza i forestieri verso S. Anna – Schignano.

Tre chilometri di tornanti ed ecco il centro abitato.

Mia disse che sarebbe venuta a trovarmi, io volevo ritornasse a Bristol con tutto l’incanto della mia città. Como la conquistò subito, merito di paesini e ville in bilico sul blu lucente del lago. Lei non chiese del famoso attore americano, ma ero pronta a tutto. Tranne al fatto che sapesse del Carnevale di Schignano. Una rarità questo interesse, viste le origini ignote della manifestazione.

Ma all’università aveva frequentato un seminario sul folklore delle valli alpine, era curiosa, voleva il trofeo di un’esperienza insolita per il comune turista. Il mio sesto senso diceva che sarebbe stato meglio optare per la sfilata di carri sulla Napoleona. Fu irremovibile.

La accontentai presagendo che quel Carnevale mi sarebbe costato qualche spiacevole ricordo.

***

Il Martedì Grasso ci avviammo per tempo: giocando d’anticipo avremmo visto parte dei preparativi. Mia, affascinata dalla vestizione di panciotti rigonfi e costumi cuciti a mano, scattò foto su foto.

In un italiano traballante chiese ragguagli. Le mostrarono le bronze dei Mascarun e le povere cioche dei Brut dal timbro sgraziato. Un’anziana le rivelò il segreto dell’imbottitura di foglie di faggio del panciotto, due bambine si fecero fotografare con i copricapi zeppi di fiori in stoffa, piume di fagiano, fiocchi chiudi-pacco.

Un tizio su cui fecero presa i suoi capelli biondi le lasciò provare la maschera il tempo d’una foto.

Mia fagocitava ogni dettaglio. Ne provai fastidio.

A festa iniziata avrebbe dovuto incassare provocazioni, cenere in faccia, segatura in testa. Lasciarsi andare. Un inglese ci sarebbe mai riuscito, da sobrio?

Difatti, assistette alla prima incursione dei Brutt con sopracciglia corrugate a parentesi graffa.

Tentarono più volte d’offrirle un mestolo colmo d’acqua da un innaffiatoio. Si schermì, il sorriso tirato, scocciata quando poi gliela versarono sui piedi.

Siamo pari per le volte che a cena m’hai propinato piselli surgelati all’aroma di menta, gongolai.

E ancora era andata bene: a qualche spettatore le scarpe vengono rubate.

«What’s that?» orripilata additò le pelli che i Brutt trascinavano, usandole di tanto in tanto per fustigare i presenti. La sensibilità animalista di Catherine era bella. Da lontano.

Conviverci, meno semplice del previsto.

«Pelli di pecora. Attenta ai picapedra! Se partono in quarta con le mazze spaccano tutto quel che trovano.»

«What about the chair? And the luggage?»

Arduo spiegare tra il chiasso dei campanacci, ma non mi arresi.

«Valigia e sedia sono simboli. Questa è stata terra d’emigrazione per secoli. Conoscevano il dolore della lontananza, l’amarezza del fallimento. Vedi gli ombrelli rotti, i panni laceri?

La sedia rappresenta il bisogno di riposo dopo una vita di fatiche. Beh, si presta bene anche agli scherzi» stemperai, mentre un Brutt nell’offrirla a un passante gliela sfilava poi fulmineo da sotto il sedere. Sorrise.

«Là, invece, i Mascarun. L’emigrante arrivato, chi all’estero ha imparato la lingua, un mestiere.

Ti piacciono i costumi?» e mi perdevo tra parasole aperti, pupazzi kitsch e ventagli ostentati in segno di sfarzo, stoffe sgargianti abbellite da collane e centrini candidi come cristalli di neve.

Settimane prima trine gelide ricamavano ancora il porfido delle viuzze. Qua e là agli angoli di strada s’ostinavano lingue di ghiaccio sporco, butterato di catrame. Ormai la purezza dell’inverno, del suo profondo bianco, contaminata dal vortice fangoso del disgelo.

«So beautiful…»

Sorrisi di rimando. D’un tratto la sua espressione mutò.

«Ah, questa è la Ciocia, la parte più difficile, l’unica a poter parlare, le altre maschere sono obbligate al silenzio. È la donna del Mascarun, la moglie maltrattata del Ricco. Una vita di bucati lavati con la cenere, beni dilapidati senza che vedesse un soldo, gravidanze continue.»

Vestito da contadina, un figurante trascinato dal Mascarun veniva percosso con una paletta di legno. I chiarimenti non rincuorarono Mia. Un’inglese con la fobia del maschile sovraesteso come poteva apprezzare quella messinscena?

Per fortuna arrivò un diversivo. Un coro di urla ci sovrastò. Mia si tappò le orecchie.

«La corsa del Carlisep

Un ragazzo in tuta da meccanico stava sdraiato su una scala a pioli portata a spalla da coetanei in uniforme. Aveva una maschera nera sul volto, cotone sugli occhi. «Per tradizione è un diciottenne a impersonare il Carlisep. I ragazzi sono in divisa, un tempo questa era l’età della leva. La vestizione si tiene ogni anno in un fienile diverso, quando il Carlisep è pronto lo si carica in barella e trascina per il borgo, poi le maschere proveranno a rianimarlo con vari interventi» indicai un ragazzo travestito da dottore, il camice imbrattato di rosso.

«Il Carlisep tenterà la fuga due volte. Ma non può cavarsela, viene sempre riacchiappato e giustiziato. Bruceranno un fantoccio a mezzanotte, in piazza S. Giovanni.»

«A sort of… staging?»

«Sì. Il Carnevale è teatro, valvola di sfogo. Il falò elimina dolori e ristrettezze legati all’inverno.»

«What about the danger?» l’oscillare della barella del Carlisep la teneva in apprensione.

«Fa parte del gioco.»

Martedì agonizzava. Maschere sporche, claudicanti e mezz’ubriache s’aggiravano ancora per il paese. Chi a terra, chi poggiato al muro per ripigliare forze esaurite da costumi micidiali, chili e chili di panciotti e campane.

I valligiani arrivavano al falò stravolti, con ematomi e tagli a ricordo della giornata d’eccessi.

Ogni simbolo ribaltato in un gioco d’opposti: il divertimento in rischio, l’emblema del potere incarnato da un ragazzo che s’affaccia alla vita, la donna, sottomessa tutto l’anno, unica con diritto di parola per quel giorno.

Un carnevale antico, fatto di cenere, terra e foglie secche, ombrelli rotti e stracci, stoffe multicolori e piume e fiori finti. Un carnevale di fracasso e mutismo, d’ogni cosa e il suo contrario.

***

Vicino al falò, le guance erano rosse, gli occhi lucidi alla vista della vampa. Mia tese le mani verso la catasta infuocata. Le campane suonarono a morto. Due girotondi, uno in senso contrario all’altro, celebrarono il Carnevale prossimo alla fine.

«I want to buy a mask» disse risoluta, come fosse cosa fatta.

«Non si può, non sono in vendita.»

Nel negarle quel desiderio un tremito m’attraversò.

«Sono tesori di famiglia, gli uomini le intagliano per figli e nipoti. Chi le indossa le riporta al mascheraio, l’anno dopo può sceglierne un’altra. Una maschera è più d’una scultura di legno.»

Mi guardai attorno, soffermandomi sulla stanca bellezza di quegli oggetti.

«Le maschere non vengono via. Dovrai accontentarti di foto e ricordi.»

Indossai anch’io la mia maschera, quella dell’amica dispiaciuta. Le diedi una pacca sulla spalla mentre ci allontanavamo dal Carnevale in fiamme. Anche i Bell e i Brutt s’allontanavano in silenzio, voltandosi di tanto in tanto per un’ultima occhiata alle braci morenti.

«What a pity» sussurrò. Che fortuna, pensai io.

Dentro di me godevo del fatto che ancora qualcosa a questo mondo non fosse in vendita. Le maschere non erano oggetto di mercato, come non può esserlo una tradizione.

Non sarebbero uscite dal paese. Erano, sono e saranno l’anima di Schignano.

Nessuno se le sarebbe portate via impoverendone forza, colore e vita.

-°-

https://www.ibs.it/qualcosa-di-rosso-libro-patrizia-birtolo/e/9788896793817

https://ciesseedizioni.it/prodotto/cime-di-rapa-tempestose