Racconto di Danilo De Luca

(Prima pubblicazione)

 

Sara apre gli occhi e non sa che, da quel momento in poi, non li vorrà più chiudere. Niente rumori strani, nessun incubo: solo un vuoto alla destra nel letto. Allunga la mano, cerca la spalla di suo marito, la piega del gomito, qualsiasi cosa. Non c’è niente. Non trova nessuno. Sara scende piano dal letto. Inforca gli occhiali e si muove nel buio. Non vuole svegliare i suoi figli, nella stanza accanto, né disturbare il silenzio della casa. Le pantofole raschiano appena il parquet, producono un rumore sottile. Il corridoio è una striscia di penombra: pareti, porte, le stampe di vecchie città, appese al muro, e, alla fine, una luce che proviene dalla cucina. Quando arriva, suo marito è seduto al tavolo. La luce gialla sopra la testa lo taglia a metà. Ha il volto scuro, le mani strette su un bicchiere di vino.

«Perché non dormi?»

È una domanda semplice quella di Sara, quasi automatica, eppure cade pesante a quell’ora della notte. Lui inspira, come se stesse per spegnere una candela.

«È da giorni che devo dirti una cosa.»

La invita a sedere, ma Sara non sa cosa aspettarsi; in fondo, da quell’uomo, potrebbe aspettarsi qualunque cosa, tranne, forse, parole d’amore. Ma lui è fatto così e lei lo ha sempre accettato. Eppure, quella è la notte prima del loro trentesimo anniversario. Trent’anni di doveri. Trent’anni di cui non ci sarebbe nulla da raccontare, perché, in fondo, non è mai accaduto nulla. Lui sempre immerso nei conti, nelle spese, nei risparmi. Sempre a costruire qualcosa per un domani, mai niente per adesso. Casa, macchina, qualche comodità: tutto messo insieme come mattoni di un muro che a lungo andare li ha separati, invece che proteggerli. E poi i figli, due, arrivati come un dovere ulteriore. E lì i risparmi sono raddoppiati, come se contassero più delle persone.

Sara lo guarda sedersi meglio, prepararsi. La cucina è piccola. E in una cucina piccola una confessione grande sembra ancora più enorme.

« È doveroso,» fa lui, «ritengo sia il momento giusto. Prima di domani.»

Il tono è quello di un uomo che sta consegnando un documento. La sua formalità l’ha sempre irritata, ma Sara annuisce, mentre suo marito non la guarda nemmeno.

«Qualche anno dopo che ci siamo fidanzati,» racconta, «quando tuo padre è morto… tu volevi lasciarmi.»

Sara non ricorda di averglielo mai detto così, con chiarezza, ma lui continua, non si accorge nemmeno delle microespressioni di sua moglie; continua a parlare come se leggesse da un copione.

«Io ti dissi che lui mi era apparso in sogno. Che mi aveva parlato. Aveva detto che dovevamo restare insieme: che era il destino. E tu sai quanto volevo bene a tuo padre.»

Una pausa. Tre secondi lunghi come trent’anni.

«Ecco, quel sogno… non c’è mai stato.»

Lo dice piano, con una gelida dolcezza, come se quella potesse addolcire il peso della menzogna.

Poi succede una cosa stranissima: lui sorride. Un sorriso piccolo, sollevato.

«Mi sento meglio. Molto meglio.»

Si alza, si stira la schiena, si passa le mani tra i capelli.

«Ora lo sai.» Aggiunge, come se avesse appena finito di pagare un debito.

E se ne va. Torna a letto, lasciando dietro di sé l’odore di vino e liberazione.

Sara resta seduta, incollata su quella sedia di legno, le gambe non si muovono, lo sguardo è perso sul tavolo. Su quello stesso tavolo dove l’indomani avrebbero messo una torta per festeggiare l’anniversario. Trent’anni. Sul tavolo dove hanno mangiato per anni risparmiando anche sulle parole. Trent’anni.

Lei pensa: trenta anni. Quanti sono davvero? Gli anni sono come sacchetti pieni: non pesano finché non li sollevi. E adesso, Sara li sta sollevando, tutti insieme. Quanto pesa una menzogna ? Una menzogna che l’ha tenuta lì, ferma, incastrata in una vita costruita come un mobile troppo grande per essere spostato. Una bugia: decidere che sarebbe diventata madre, che avrebbe lasciato l’università, che avrebbe avuto quella casa, quella routine, che sarebbe stata quella donna che è diventata. Ma ora Sara si alza. Lo fa lentamente, e il pavimento non è mai stato così ruvido al tocco. Prende un foglio. Una penna. Scrive in pochi minuti. Non rilegge. Non è il tipo di lettera che si rilegge. La lascia sul tavolo, vicino al bicchiere di vino ancora mezzo pieno. Poi apre l’armadio, prende un borsone. Quattro vestiti, nient’altro. Passa nel corridoio, nella stanza dove dormono i figli. Li bacia piano sulla fronte. Non si svegliano. Il silenzio è così spesso che la soffoca. Deve prendere aria. Fuori fa freddo. Il tipo di freddo che ti fa sentire improvvisamente gettato nel mondo. Sara cammina verso il lungomare. Le strade sono vuote, le luci tremano sui tombini bagnati. Sara non guarda indietro. Raggiunge la ringhiera che si getta sull’orizzonte prima della spiaggia. La vede scurissima. È lì che arriva l’alba, lenta, timida, come un primo respiro dopo una lunga apnea. Sara apre gli occhi e decide di aprirli un po’ di più. Ora sono spalancati. Ora stanno gridando. E da quel momento non li chiuderà più. Perché alcune bugie si dimenticano. Ma certi risvegli no.