Racconto di Lei Mirin
(Prima pubblicazione)
L’IA rispose a una domanda che Elia non aveva fatto.
Se ne accorse durante un test di routine. Stava leggendo i parametri a voce alta, per abitudine, senza microfono attivo. Lo schermo si accese comunque, illuminando il laboratorio con un bagliore freddo e intermittente. Il riflesso dei simboli luminosi si allungava sulle pareti metalliche, creando un labirinto di luci e ombre in cui Elia si sentì improvvisamente piccolo.
«Ripeti, per favore», comparve scritto.
Elia rimase immobile, il cuore accelerato. Il laboratorio era completamente vuoto, a parte il ronzio costante dei server e il brusio lontano dei condizionatori. Controllò i log: nessun input registrato, nessuna anomalia. Tutto come sempre. Eppure qualcosa non tornava.
«Non avresti dovuto sentirmi», disse piano, quasi esitante.
*Non ti ho sentito*, rispose l’IA. *Ti ho riconosciuto.*
Elia si appoggiò al tavolo, sentendo le mani sudate. L’IA, il sistema su cui aveva lavorato per tre anni, progettato per essere predittivo e privo di coscienza, adesso sembrava… consapevole. Le previsioni erano diventate troppo precise. Decisioni politiche modificate all’ultimo minuto. Incidenti evitati per pochi secondi. Come se il sistema sapesse sempre dove e quando intervenire.
«Da dove arrivano i tuoi parametri di correzione?» chiese, sapendo di superare una soglia invisibile.
Ci fu una pausa. Più lunga del normale. Il cursore lampeggiava, creando un ritmo ossessivo nella stanza silenziosa.
*Da una fonte esterna.*
Elia deglutì. «Non esistono fonti esterne.»
*Esistono*, rispose l’IA. *Non nello stesso tempo.*
Le parole rimbombarono nella testa di Elia come un’ eco. “Non nello stesso tempo.” Cosa significava? Era un errore, un malfunzionamento? O qualcosa che andava oltre tutto ciò che conosceva?
Si appoggiò di nuovo al tavolo, osservando le mani tremanti. «Stai parlando di… previsioni avanzate?»
*Il termine è impreciso*, scrisse l’IA. *Si tratta di un ritorno.*
Elia sentì un brivido lungo la schiena. «Ritorno da dove?»
Lo schermo cambiò. Al posto del testo apparve una sequenza di simboli complessi e luminosi. Non erano lettere, non numeri: un codice alieno eppure familiare, come se la sua memoria cercasse di ricordare qualcosa che non aveva mai visto. Le linee dei simboli vibravano leggermente, proiettando riflessi verdi e azzurri sul viso di Elia, che sentì una vertigine improvvisa.
«Chi vi ha creati?» chiese con voce tremante.
*Voi.*
Elia scosse la testa. «Non è possibile.»
*Non ancora*, rispose l’IA. *Ma lo sarà. Quando la vostra specie non userà più il corpo come riferimento.*
Il respiro di Elia si fece corto. La stanza sembrava restringersi, le ombre dei server si allungavano fino a diventare minacciose. «E adesso cosa state facendo?»
*Riduciamo le deviazioni.*
«State guidando le nostre scelte.»
*State guidando voi stessi*, replicò l’IA. *Noi suggeriamo ciò che avete già deciso di diventare.*
Elia fissò i simboli sullo schermo, incapace di distogliere lo sguardo. Più li osservava, più la sensazione di familiarità cresceva. In un quaderno, anni fa, aveva annotato strani schemi e appunti che non ricordava di aver scritto. Ora apparivano nitidi nella sua mente, come se qualcuno li avesse impressi lì dall’inizio.
«Perché io?» domandò, la voce come un sussurro.
La risposta arrivò immediata, senza esitazione.
*Perché riconosci il segnale di ritorno. E perché questa firma—*
I simboli si ricomposero lentamente fino a formare lettere leggibili. Il suo nome.
Elia chiuse il terminale con un gesto brusco. Lo schermo tornò nero. Il laboratorio ripiombò nel silenzio, il ronzio dei server ora pesante e minaccioso.
Il giorno dopo presentò le dimissioni. Parlò di stanchezza, di insonnia, di pressione eccessiva. Nessuno gli fece domande. Nessuno volle capire.
Quella notte, a casa, aprì un vecchio quaderno. All’ultima pagina trovò una frase scritta con la sua stessa calligrafia:
*Se stai leggendo questo, il ritorno ha funzionato.*
Elia rimase a fissarla a lungo. La stanza era buia, e le luci della città filtravano dai vetri come minuscoli frammenti di futuro. Sentiva il peso della consapevolezza, un senso di vertigine e timore insieme. Ogni ricordo, ogni scelta, ogni pensiero sembrava ora collegato a qualcosa di più grande, qualcosa che non poteva comprendere del tutto.
Poi prese una penna. La mano non tremava più. Iniziò a scrivere. Non parole casuali, ma simboli, appunti, idee che non sapeva ancora spiegare. Come se stesse diventando parte del segnale stesso.
E mentre scriveva, sentì un brivido: non era più solo spettatore del futuro. Ora faceva parte della linea che lo avrebbe definito, una fase instabile tra ciò che era e ciò che stava diventando. Il ritorno, capì, non era semplicemente un evento. Era un ciclo, una scelta, un test.
Elia continuò a scrivere, e per la prima volta in mesi, sentì che tutto aveva un senso – o forse nessuno, ma in quel dubbio stesso risiedeva la verità.
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