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Racconto di Giovanni Boncristiani

(Seconda pubblicazione – 28 ottobre 2019)

 

Sono trascorsi molti anni, quasi cinquanta, quando sono tornato nel piccolo paese oramai abitato da solo poche anime.

Siamo arrivati a piedi dopo ore di cammino, io e mio figlio, percorrendo la stretta e tortuosa strada di montagna ridotta dal tempo e dall’incuria quasi ad un sentiero sterrato.

Le rare auto in transito rallentano e chi è alla guida ti cerca con lo sguardo per intuire se hai bisogno di un passaggio, un braccio alzato e un saluto servono a far capire che non occorre e le vetture ripartono lentamente allo stesso modo di come sono sopraggiunte.

Prima di entrare in paese una scritta accoglie il viandante, una breve frase carica di un sano significato, quasi un monito: “Attenzione! Qua i bambini giocano ancora per strada”.

Sopra la scritta, in grande, il nome del paese e a fianco, più piccolo, un numero scritto a mano, quello delle anime, il 38, poi barrato e poi un altro numero, il 37.

La prima sensazione che si assapora è quella di un pacato silenzio e di una persistente immobilità, come se il tempo si fosse fermato e tutto rimasto sospeso in una quasi assenza di vita costituita da in un insieme di solitudine e spazi vuoti.

Osservo le case dell’antico borgo murato, vecchi edifici addossati li uni agli altri come ad abbracciarsi per proteggersi, ora come allora e molti anni prima ancora.

Scorgo quello che ricordo essere stato uno spaccio, il ritrovo dei molti che nel poco tempo libero, sottratto al duro lavoro nei campi, giocavano a carte bevendo innumerevoli bicchieri di vino rosso, adesso è un insieme di mura fatiscenti falsamente segregate da infissi luridi e cadenti.

A fianco la scuola elementare, adesso è un circolo con annessa rivendita di bibite.

La porta è chiusa.

Alcuni improvvisi schizzi di pioggia ci fanno riparare dinanzi all’ingresso dell’edificio come probabilmente facevano una volta i bambini prima di entrare in classe, l’unica classe che quel tempo c’era, una classe adatta a tutte le età.

Silenziosamente, come dal nulla, compaiono delle persone, sono delle donne, una di loro è molto anziana, cammina sorreggendosi ad un’altra, forse la figlia.

Nonostante gli anni trascorsi riconosco quei volti. La sensazione che provo è strana, quasi dolorosa. Sembra che un folletto maligno abbia trasformato quelle che una volta erano bambine in donne non più giovani con i volti invecchiati artificiosamente, provati, scavati dalla fatica.

Le vedo confabulare tra loro poi, avvicinandosi, dicono quasi in coro di ricordarsi di me, solo la più anziana stenta a ricordare scuotendo lentamente la testa alle parole della figlia. “E’ il figlio della Ivana” le dice allora la più giovane.

La vecchia mi fissa ancora una volta e da quello sguardo proiettato da occhi stanchi e lucidi comprendo che ha capito chi io sia.

Ancora poche parole… si è fatto tardi, un saluto ed io e mio figlio decidiamo che è tempo di tornare a casa e ripiombare nella quotidianità.

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