Racconto di Giuseppe Pigna
(Prima pubblicazione)
Il badge aziendale ha fatto un “beep” definitivo quando l’ho lasciato scivolare nella fessura del tornello per l’ultima volta. Un suono elettronico è ciò che resta.
“Auguri ingegnere,” mi saluta annoiata la stagista impegnata a scrollare lo schermo del telefono.
“Grazie, ritorno a casa.”
La stazione è il solito ecosistema insofferente. Del romanticismo non è rimasto nulla. Si sente il rumore delle tazzine del caffè e l’odore di olio esausto dei fast food che satura l’aria ferma di un ottobre troppo caldo. La camicia, stirata stamattina da mia moglie con una precisione che rasenta l’ossessione, si incolla alla schiena.
Il tabellone luminoso conferma. Binario 7. Il mio treno. L’infrastruttura della mia vita.
Salgo sulla penultima carrozza. Non è un’abitudine poetica, è calcolo delle probabilità: statisticamente è quella che si riempie per ultima, e i compressori dell’aria condizionata, se funzionano, sono posizionati proprio sopra questo scomparto. Mi siedo a destra, lato finestrino. Altro calcolo: il sole a quest’ora picchia a sinistra e le porte si fermeranno all’altezza delle scale del sottopasso. Faccio a gara con me stesso per essere il primo a imboccare le scale. Sono un ingegnere, ho passato la vita a calcolare i punti di stress e come evitarli.
Il treno è vecchio. Guarnizioni secche del finestrino, vibrazioni anomale. Come me, questa macchina è in servizio da troppo tempo.
Ho passato una vita sulle rotaie. Oggi, questo regionale è solo un contenitore di stanchezza.
Il treno parte con uno scossone che mi riverbera nella cassa toracica. Sento un fastidio sordo, sotto lo sterno. Sarà il pranzo di saluto con i colleghi, quel fritto misto gommoso che sapeva di formalità.
Chiudo gli occhi. Sento solo il rumore fragoroso di centinaia di vite e di battiti compressi in uno spazio inadeguato. Ho scritto nel gruppo WhatsApp di famiglia: “Sto tornando. È finita.” Hanno risposto con due pollici in su e un’emoji che ride con le lacrime. La sintesi della mia vita familiare, qualche pixel sullo schermo.
Il fastidio al petto diventa una pressione. Come se qualcuno avesse poggiato un sacco di cemento proprio sopra il diaframma. L’aria condizionata non è ancora partita. Fa caldo. Troppo caldo. Una corona di perline sulla mia fronte.
Il telefono vibra contro il cuore accelerato. Numero sconosciuto. Di solito non rispondo. Da oggi voglio iniziare a trasgredire.
“Pronto?” La mia voce esce roca, flebile.
“Sei sempre nella penultima carrozza, seduto a destra, vero?”
Il respiro mi si blocca. Non è possibile. Quella voce è stata archiviata anni fa in una cartella criptata della memoria.
“Chi parla?”
“Non fare l’ingegnere con me. Alza la testa.”
Apro gli occhi. Il corridoio è stranamente vuoto. La luce al neon sfarfalla, rendendo tutto intermittente. Sfuocato.
È lì, in piedi lungo il corridoio.
Non è come la sognavo. Non ha vent’anni. È una donna di sessanta, elegante, con i segni del tempo intorno agli occhi e al collo. È reale, dolorosamente reale. Indossa il vestito leggero a fiori che portava quella sera ma ora le sta diversamente, ora si adagia morbidamente sui suoi fianchi. Al collo, la catenina d’oro che le regalai.
“Laura.”
“Ciao, vigliacco.” Il tono non è affettuoso.
Si siede di fronte a me. Il suo profumo, qualcosa che sa di agrumi e amarezza, vince l’odore di stantio del vagone e mi scuote dal torpore.
“Cosa ci fai qui? Non vivi a Milano?” Il sacco di cemento sul petto pesa sempre di più. Fatico a incamerare aria.
“È il tuo ultimo viaggio. Sono venuta a vedere il risultato finale.” Mi osserva con la stessa spietata amarezza di quella sera, quello sguardo deluso misto a rabbia e consapevolezza della mia incapacità di vivere. “Hai seguito i binari. Non hai mai deragliato. Sei soddisfatto?”
Mi torna in mente il freddo, l’acqua. La pioggia torrenziale di quella sera. Io fermo sul marciapiede, l’ombrello che non riparava nulla. Lei che abbassa il finestrino della sua auto, il viso rigato dalle ombre della pioggia sul parabrezza. “Sali. Andiamo via.”
E io che calcolo i rischi. Il mutuo. I figli piccoli. La reputazione in azienda. Le crepe strutturali. Il carico di rottura della mia esistenza. L’irreparabile collasso delle fondazioni.
Scossi la testa. Non dissi nulla. Feci solo un passo indietro. Mi riparai, sotto la pensilina.
“Avevo paura.” Sussurro ora, sul treno. Il sudore mi cola freddo lungo le tempie, lo sento scorrere ghiacciato lungo la schiena.
Laura accavalla le gambe. Noto una vena varicosa sul polpaccio che un tempo era perfetto. Questo dettaglio, più di ogni altra cosa, mi porta al tempo sprecato, fuggito, irrecuperabile.
“La paura è stata la struttura portante della tua vita,” dice lei. “Hai costruito un bunker, non una vita. E ora sei qui, su un treno che puzza di sudore, pieno di rimpianti, con un infarto in corso, a parlare con un fantasma.”
“Ti ho amata.”
“No. Tu hai amato l’idea di amarmi, finché era sicura. Hai calcolato il rischio della ristrutturazione della tua vita e hai scelto la manutenzione ordinaria.”
Il dolore ora è una lama che si irradia verso il braccio sinistro. Un cedimento strutturale massiccio. Cerco di allentare il nodo della cravatta ma le dita non rispondono, sono formicolanti, inutili.
Guardo Laura. La sua immagine inizia a sgranarsi ai bordi, come un vecchio monitor che si sta esaurendo.
“Resta” la imploro. La mia dignità di dirigente è sparita. Sono solo un inutile vecchio spaventato.
Lei si alza. “Non posso. Tu non sei salito su quel treno. È stato l’unico che hai perso nella tua vita.”
Si allontana lungo il corridoio che ora sembra lunghissimo, buio in fondo. Non si volta.
“Laura!”
Il mio grido è solo un rantolo strozzato. Il treno frena bruscamente. O forse sono io che sto frenando. Il mondo si inclina. Scivolo dal sedile.
Il pavimento della carrozza è sporco, appiccicoso. Vedo briciole di crackers, una gomma rosa da masticare spiaccicata, la polvere accumulata sotto i sedili. È questo il mio panorama finale. Non un romantico tramonto ma il linoleum sudicio di un regionale.
Sento voci lontane, ovattate, come se arrivassero da sott’acqua.
“Signore? Signore, mi sente?”
“C’è un medico?”
Mi tastano, mani estranee e frettolose mi aprono la camicia, bottoni che saltano via. Il petto mi brucia.
Vorrei dire loro che non serve, che il calcolo è stato fatto e ha dato il risultato. È definitivo. È prossimo il punto di criticità. Vorrei dire che ho scelto la sicurezza e sono morto di noia e paura, un chilometro alla volta per quarant’anni.
La vista si oscura come in un tunnel che si stringe. L’ultima cosa che vedo non è, come pensavo, la mia vita che scorre in un attimo. Quello che vedo è un paio di scarpe da ginnastica logore, numero 42 circa, proprio davanti alla mia faccia, e un’unghia, coperta di smalto rosso, di un alluce.
Poi, finalmente, l’aria condizionata si spegne. E con lei tutto il resto.
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