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Racconto di Osvaldo Farsella

(Prima pubblicazione – 4 gennaio 2021)

 

 

Quando ero piccolo e prima di andare a dormire chiedevo al mio papà di raccontarmi una storia della guerra, una di queste mi è rimasta impressa.

Freddo, freddo tanto freddo e anche fame ci accompagnavano ogni giorno, era il 1943 e noi del V° battaglione alpini Exsilles eravamo partiti da Torino con destinazione Stettino, in Polonia li dovevamo incontrare altri battaglioni e partire. Il viaggio fu molto lungo stipati nel treno come animali, il nostro compagno era il freddo perché dopo Trento era pieno inverno ed eravamo nel mese di dicembre. Arrivammo a Stettino che mancavano pochi giorni a Natale. Noi del nostro reparto fummo dislocati in una vecchia caserma semi abbandonata. Il nostro capitano il signor Caglieris era come noi un richiamato, ossia, avevamo già fatto il servizio militare prima che scoppiasse la guerra e noi avevamo un briciolo di libertà in più rispetto al resto della truppa, ma il capitano Caglieris ci conosceva bene e sapeva che eravamo teste calde così alla Vigilia di Natale ci lasciò uscire con un incarico, trovare del cibo perché quello che ci dava l’esercito era poco e scadente. Eravamo noi tre, Giovanni, Antonio e Sanghai, i nostri scarponi strisciano sulle strade deserte della città, l’unico compagno sempre presente era il freddo, e quella sera come da copione essendo la vigilia del Santo Natale nevicava, ma noi non eravamo con le nostre famiglie, noi eravamo dei soldati al servizio della Patria. Le strade della città vecchia erano lastricate di pietra e ricoperte dalla neve e dal ghiaccio, temevamo di incontrare una pattuglia tedesca e per questo cercavamo di essere delle ombre, il capitano ci aveva lasciato uscire con lo scopo di trovare del cibo, il freddo lo sopportavamo ma la fame no, quella non si può sopportare. Sanghai succhiava un pezzo di legno e diceva che provava un gran sollievo, ma sapevamo che scherzava, era quello che trovava la scappatoia ed anche quello che incitava gli altri quando erano in difficoltà, su Sanghai potrei raccontare tante storie perché era veramente un uomo speciale. Poi c’è Antonio detto “e’l trenu” incontenibile e quando c’è da menar le mani sempre pronto, mai per primo e solo se provocato perché sa di essere un tipo “pericoloso” ed è anche mio cugino, infine ci sono io Giovanni, ho posato la divisa dopo 17 mesi di naia ed avevo 21 anni e dopo sette mesi mi hanno richiamato ed eccomi qui nel freddo e con la fame a raccontare questa storia.

Nella città vecchia regnava il silenzio, qualche candela si intravedeva, segno di vita ma noi sapevamo di non essere amati perché siamo soldati, avevamo mille attenzioni e camminavamo rasenti ai muri, improvvisamente vedemmo uscire da un portone scardinato una donna con un secchio e faticava a portarlo, attendemmo che si allontanasse poi entrammo nel cortile, era forse un collegio di religiosi o un vecchio santuario abbandonato, all’interno non c’era nessuno tanto più che era notte, potevano essere le 23, e qualche campana suonava a ricordare che il giorno dopo sarebbe stato Natale. All’interno i locali erano ampi e pieni di mobili accatastati, in qualche sala era stato acceso anche il fuoco perché i muri erano anneriti dal fumo, Sanghai ci disse – chilà là a lavia truvà da mangiè dai cercumlu, sun sicur cha je, sentu l’udur, na bela pulenta cauda….che buna con en bel bicer d’barbera…- ( quella ha trovato da mangiare, cerchiamo e sono sicuro che c’è, sento l’odore, una bella polenta calda con un bel bicchiere di barbera ) ci mettemmo a ridere e continuammo nella nostra esplorazione dei tanti locali. Vidi però qualcosa in un angolo dal lato opposto del cortile e sotto la neve andammo a vedere, c’erano quattro bidoni in ferro abbandonati sotto la neve ma quello che ci incuriosì che li attorno la neve era molto pestata, mio cugino Antonio toccò con la mano e disse – minestra di verdura e bucce di patate e foglie di cavolo, è da qui che quella donna ha preso il suo rancio. – Entusiasti per la scoperta e soprattutto affamati cercammo qualcosa dove raccogliere quel ben di dio, ma non c’era nulla, portavamo come da regolamento gli elmetti in ferro, lo staccai dalla giberna e lo affondai nella poltiglia gelata e riempii il mio elmetto e così fecero anche i miei due amici. Felici della nostra scoperta ci incamminammo per tornare alla nostra caserma e riscaldare quella meraviglia, eravamo così felici che pensai che quello fosse stato un regalo per mio Natale. Avevo le mani congelate e cercavamo di allungare il passo ma facendo attenzione a non versare nulla, improvvisamente sentimmo delle voci giungere dalla strada, probabilmente un gruppo e qualcuno cantava, Sanghai disse – fiol custi a sun tedesc, scapuma – (ragazzi questi son tedeschi, scappiamo) stavamo per tornare sui nostri passi quando una raffica di mitra sparata per aria e un grido perentorio ci inchiodò dove eravamo. – ALT –

Era una pattuglia di soldati tedeschi, il loro comandante sorrise e in un italiano stentato disse – cosa tenere fra mani? posare a terra vostro elmetto e alzare le mani. – ci fecero mille domande e poi ci fecero raccogliere i nostri elmetti e ci ordinarono di seguirli, ci sentivamo spacciati. Attraversammo una parte della città vecchia che non avevamo mai visto, era notte fonda e dentro di me pensavo al capitano Caglieris e alla punizione che ci aspettava, se tornavamo. I soldati ridevano e ogni tanto qualcuno di loro estraeva dal cappotto una fiaschetta e beveva, il comandante non ci badava e noi avevamo mani e piedi gelati, il cappotto era si pesante ma non scaldava, provavo un po’ d’invidia per quei soldati tedeschi così ben vestiti e con scarponi pesanti. Un campanile batté le ore, le contai, le tre della mattina e aveva smesso di nevicare, era aumentato il freddo. Finalmente ci fecero fermare, eravamo in aperta campagna, ci guardammo attorno e vedemmo solo un alto muro e una ciminiera spenta, capimmo che eravamo arrivati alla fine. Senza parlare il comandante ci fece disporre contro il muro, poi diede un ordine ai suoi soldati che si misero in posa, ci volevano fucilare perché avevamo rubato la minestra, eravamo così stanchi e così pieni di freddo che non vedevamo l’ora di morire, perché era quello che stava succedendo in quella Vigilia di Natale del 1943.

Il comandante diede l’ordine e i soldati tedeschi si inginocchiarono e puntarono i loro mitra, mio cugino Antonio che era grande e grosso se la fece addosso, Sanghai invece si mise a ridere e io li guardavo entrambi; poi il comandante urlò – schießen – (Sparate) i Soldati si alzarono e spararono le loro raffiche al cielo Mi sentii svenire, il comandante della pattuglia ci venne vicino e disse –

Morgen ist Weihnachten, das ist unser Wunsch (domani è Natale e questo è il nostro augurio) Spaventati, stupiti ritornammo alla nostra caserma con i nostri elmetti pieni di minestra e con un paio di pagnotte e una bottiglia di cognac che qualche soldato ci diede come regalo. Arrivammo che era ormai mattina, il capitano fu felice di rivederci e quando noi raccontammo quello che ci era capitato disse – vuiauti tre l’evi pii cul che anima, dai mangiuma la mnestra, Bun Natal.- (voialtri tre avete più culo che anima, dai mangiamo la minestra, Buon Natale. Quello fu un Natale indimenticabile.

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