Racconto di Silvana Petrella
(Prima pubblicazione)
Il caos che regnava in quelle stanze mi toglieva il fiato. Mura annerite, muffa agli angoli, un odore di marcio che entrava in gola e faceva lacrimare gli occhi. Un disastro insomma. La mia casa, così amorevolmente curata, era davvero irriconoscibile. La scala in legno che portava al piano superiore presentava due gradini sbeccati e i pochi mobili che avrei potuto salvare avevano cambiato il loro colore originale per una patina unta e appiccicosa. Mi domandavo cosa mi avesse spinto ad affittare il mio piccolo appartamento a persone che di umano, evidentemente, avevano ben poco. Ma, allo stato attuale, il danno era fatto e rimaneva solo tirarsi su le maniche e darsi da fare. Ci sarebbero voluti giorni e giorni per svuotarla, ripitturarla e poi pulirla. Ci sapevo fare abbastanza con i lavori di casa, pennelli e vernici li avevo usati in passato, ma qui ci sarebbe voluto qualcuno che ne capisse più di me.
Arrivò di mattina presto due giorni dopo. Avevamo appuntamento davanti al portone. Salimmo insieme la scala in pietra serena che conduceva al mio appartamento. Trattenni nuovamente lacrime di rabbia e dispiacere aprendo la porta. Avevo accatastato sedie rotte e il tavolo da eliminare al centro della stanza. Si guardò intorno, salì al piano di sopra, osservò il bagno e l’antibagno: “In due giorni massimo tre sarà tutto a posto. Se non piove. Se invece piove mi ci vorrà un giorno in più per far asciugare la prima mano di vernice”.
Ci accordammo sul costo del suo lavoro e per la prima volta lo guardai. Alto, non altissimo, magro, con vestiti che avevano già conosciuto altre vernici e un cappello di lana verde salvia ben calcato sulla testa. D’altronde era inverno e la casa non abitata da più di un mese era veramente fredda. In quella stanza in cui l’unica luce era diffusa da una lampadina che pendeva tristemente dal soffitto in legno, notai in quell’istante, un bagliore nuovo. Un paio di occhi azzurro cielo mi fissavano chiedendomi se mi andasse bene cominciare il lavoro l’indomani.
Nei giorni che seguirono capì di lui che non era italiano, che era molto giovane, di non molte parole ma attento e preciso rispetto a quello che faceva. Puntuale negli orari e gentile. In quel momento in cui avevo perso la fiducia nel genere umano, potermi affidare ad una persona che mi dava sicurezza, mi faceva pensare che ero inciampata sì in persone deprecabili, ma ancora se ne trovavano di oneste. Parlammo un po’ di lui in quei giorni e un po’ anche di me. Notai altre cose: aveva mani piccole parzialmente coperte da guanti di lana senza dita. Non accettava mai niente di quello che gli proponevo, un tè caldo, un biscotto, un cioccolatino. Un giorno bevve un caffè. Appoggiato al tavolo al centro della stanza, sui cartoni colorati per non sporcare di bianco il pavimento sottostante, si fermò forse tre minuti, ringraziandomi. Ancora notai questo suo essere gentile. E per un attimo anche qualcos’altro di non ben definito. Soltanto vidi impercettibilmente, che mentre salivo al piano di sopra, il suo sguardo mi accompagnava. Quando il quarto giorno (aveva piovuto) le pareti avevano riacquistato quell’odore di pulito tipico delle imbiancature recenti, un po’ mi dispiacque salutarlo. Mi aiutò a caricare sulla mia macchina e sulla sua le ultime cose da smaltire, mi accompagnò all’isola ecologica, mi disse qualcosa che non capii.
“Salva il mio numero, che se qualcuno ha bisogno di imbiancare, mi chiami.”
Ci lasciammo stringendoci la mano.
Per un po’ lo tenni quel numero, ma nessuno aveva bisogno di imbiancare nulla. Rimase, comunque, nella rubrica del telefono fino a che non persi tutti i miei dati e il telefono stesso. Un giorno, a casa di un’amica, andai a fare la pipì e mi cadde diritto nella tazza, fuoriuscendo dalla tasca dei jeans e affogando ineluttabilmente. La mia casa imbiancata e ri-ammobiliata l’ho venduta un anno dopo, scegliendo di andare a vivere in un appartamento meno carino, ma più comodo, con ascensore e una bella terrazza. Insomma un investimento per un futuro non troppo lontano, in cui anche fare una sola rampa di scale con i sacchetti della spesa sarebbe stato scomodo e faticoso. La mia nuova casa era stata da poco ristrutturata e l’unica parete che ho dipinto di arancione, l’ho fatta da sola.
Gli anni sono passati e di Andreas (questo era il suo nome) non ho saputo più niente. A volte cercavo di ricordarne il cognome, ma non mi era mai tornato in mente. Credo di non averlo mai saputo. Ho dato un occhio sui social se per caso fosse stato fra gli amici degli amici, ma non l’ho mai trovato.
Un paio di anni fa, mi sono anche io adeguata alla moda degli acquisti on line. Premetto che non condivido, per tanti motivi, l’abuso che si fa di questo servizio, ma durante la pandemia un paio di cose me le ero fatte recapitare a casa e anche quel giorno ero in attesa di un pezzo di ricambio per la mia aspirapolvere. Mi infastidiva il fatto di dover rimanere in attesa della consegna, ma tant’è in ogni situazione c’è un rovescio della medaglia. Quel giorno il corriere di turno suonò al citofono nel primo pomeriggio. Avevo da settimane un problema con il tasto d’apertura del portone e, quindi, chiavi alla mano, mi precipitai per i tre piani di scale, con la paura che credendomi assente andasse via con il mio ricambio!
“Eccomi” Urlai facendo l’ultima rampa. Aprii il portone. “Buonasera! Grazie”. Stavo per andare verso l’ascensore con il mio pacco fra le mani quando sentii:
“Michela…” Io sono piuttosto piccola di statura (il termine bassa non mi piace!) e comunque viaggio con scarpe rasoterra dagli anni 70, periodo in cui per arrivare a dare un bacio al mio ragazzo di un metro e novantatré, azzardai tacchi e zeppe giusto per il tempo della nostra relazione. Questo per dire che non avevo avuto modo in quei pochi istanti di guardare chi mi avesse consegnato il collo in questione, perché era più alto di me. Ma al ‘Michela’ mi ero ovviamente girata. Diverso il cappello con la visiera portato al contrario. Diversi gli abiti sostituiti da un giaccone con il logo dell’azienda. Ma gli occhi azzurro cielo erano lì, ed erano proprio quelli che nonostante gli anni intercorsi avrei comunque riconosciuto.
“Andreas!“
“Ti ricordi il mio nome!”
Lo ricordavo e mi vennero in mente in quell’istante altri particolari riposti in qualche file in disuso della mia memoria. Era cambiato. Non tanto nell’aspetto. Il suo italiano era più fluido e sembrava più propenso a parlare. Mi raccontò che aveva cambiato lavoro e quando aveva avuto fra le mani quella consegna a mio nome, aveva sperato che non si trattasse di un’omonimia visto che l’indirizzo non era più lo stesso di dieci anni prima. Ci salutammo con un ciao, mi ha fatto piacere vederti. Tornò alle sue consegne ed io andai a montare il pezzo dell’aspirapolvere che finalmente riprese a funzionare.
Avevo aspirato la polvere di quell’inverno, i peli del mio gatto, le briciole di pane e chissà che altro. La primavera era di nuovo un ricordo e il rituale cambio degli armadi era iniziato. Come ogni anno, gli abiti riposti nelle scatole la stagione precedente, mi sembravano vecchi e brutti una volta ripresi fra le mani. Qualche mia amica mi aveva consigliato un sito dove vendevano cose carine. Perché non provare una volta? Era trascorso un mese quasi e del mio ordine nessuna traccia. Ero quasi decisa a chiederne il rimborso, quando mi arrivò un messaggio. ‘Ci scusiamo del ritardo, dovuto a motivi estranei alla nostra volontà e le comunichiamo che il suo ordine è in arrivò. Un numero sconosciuto mi aveva già chiamato due volte quella mattina. Ovviamente non avevo risposto, come facciamo tutti ormai temendo chissà quale call center insistente e non richiesto. Poi mi si illuminò non tanto lo schermo del telefono, quanto l’idea che potessero essere i miei vestiti nuovi e al terzo tentativo risposi.
“Ciao. Sono Andreas, sei in casa? Fra 5 minuti scendi.”
C’ero. Ovviamente vestita super comfort e malissimo! Era una mia peculiarità essere impresentabile quando non dovevo uscire. Spesso mi ripetevo che alla comodità avrei dovuto comunque adottare un certo decoro seppur all’interno delle mura di casa mia. Mentre elucubravo su questi principi fondamentali per l’ordine dell’universo, suonò il solito citofono ancora non perfettamente funzionante. Scesi così com’ero. Un Andreas abbronzato mi accolse sorridendo.
“Come stai? Hai passato una bella estate? Sei sempre uguale!”
“Magari. Tu sei sempre uguale!” … e così giovane, pensai.
“Posso chiederti l’amicizia su Facebook? C’è l’hai no?”
“Ovvio che si, sono una boomer.”
“Ti cerco allora, ci sentiamo.”
Rimasi un attimo a guardarlo mentre il portone si chiudeva alle sue spalle. Una strana sensazione mi aveva ricordato qualcosa di lontano nel tempo. Con i miei vestiti in mano, salii a piedi i tre piani di scale, lentamente, giusto per darmi il tempo di capire che nome dare a quel guizzo all’interno dello stomaco.
“Torna in te bambina!” mi dissi sorridendo…
Il tipo che scendeva le scale in direzione opposta, avrà pensato che quella, per me, doveva essere senza dubbio una buona giornata.
Qualche mese dopo mi scrisse. Era aprile, un lunedì sera, tardi. “Ciao, come stai? Ti pensavo e volevo salutarti.”
E poi a maggio, a giugno, a luglio. Un-Come stai- ogni tanto. Che fai? Magari ci vediamo?
Ma no, pensavo! A luglio sono partita per le vacanze.
“Come va? Ti diverti? Quando torni un salutino?”
Continuavo ad essere perplessa. Mi chiedevo perché avesse voglia di vedermi. Un giorno gliel’ho chiesto:
“Come mai vuoi vedermi?”
Il -Perché ti trovo molto attraente dalla prima volta che ti ho vista- era veramente l’ultima opzione che potessi ventilare! Ma come attraente! Io che non avevo mai veramente fatto pace con il mio corpo neanche a vent’anni, sarei stata attraente ora?
Così, continuavo a scrollarmi di dosso la possibilità di incontrarlo. Sarebbe partito per le vacanze e rientrato a fine agosto. Questo stacco temporale misto ad una sorta di non ben definita curiosità, mi trovò più conciliante al suo -Ci salutiamo prima che io parta? –
Ma dove? Quando? Come?
Il centro commerciale era molto affollato a quell’ora. Oltre alle centinaia di persone che normalmente frequentavano le vetrine dello shopping. C’era chi faceva le ultime spese prima delle vacanze e chi tornando posticipava il momento del rientro a casa. Più tutti coloro, ed erano tanti, che mangiavano un boccone usufruendo dell’aria condizionata sparata al massimo.
Ed eccoci lì, seduti al tavolino tondo di finto marmo del bar al piano terra. Mi aveva accolta con un -Come sei bella! – a cui avrei voluto ribattere in maniera ironica proponendogli una visita oculistica completa. Ma la verità è che quell’azzurro puntato addosso a distanza ravvicinata, mi imbarazzava non poco. Lo capivo dalle mani che lasciavano orme sulla superficie del tavolino, dalla voce incrinata a tratti. Ritrovavo la stessa sensazione provata nelle scale di casa mesi prima, ma in forma più definita: Ero contenta. Aveva senso? Non lo so. Ma lo ero.
Qualche risata per dissimulare il reciproco imbarazzo è la sintesi di quel pomeriggio. Ed è quello che ci accompagna ancora oggi. Anzi è proprio un sorriso che si stampa sulla mia faccia vagamente inebetita quando so che posso incontrarlo nel suo giro di consegne. Ed è il sorriso con cui mi saluta quando ci vediamo, per pochi minuti o se va bene bene, per un po’ di più. I tanti, tantissimi sorrisi scambiati sotto forma di emoticon nei messaggi che mi fanno sorridere ancora prima di essere letti. Insomma è un sorriso perenne questa cosa che c’è fra noi. Non ha una definizione sintattica. Non ha una progettualità. Non so cosa sia.
-Ci sarà tempo- ogni tanto mi dice, quando per giorni non ci vediamo. Ed è proprio quest’affermazione assolutamente antitetica a quella che è la realtà, a rendere bello ogni momento condiviso. A volte mi chiedo perché sono stata così restia all’idea di incontrarci.
È che sorridere mi spaventava. Per quel senso di inadeguatezza atavico che mi tiene la mano. Per gli anni che ci separano. Per la paura di attaccarmi ancora una volta alla vita.
Ma se il Fato o chi per lui, trama da tempo perché quello che non ti aspetti capiti, che fai?
Sorridi bambina e soprattutto vivi!
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