Racconto di Martina Ciullo
(Prima pubblicazione)
Eugenio e Clara si toglievano i vestiti in fretta e furia, mentre guardavano i poliziotti fare su e giù davanti al cancello del loro palazzo: il campanello continuava a suonare.
Un anno prima la coppia era a cena dai Valdatta. Franco faceva il solito sbruffone e li intratteneva a suon di aneddoti e calici di vino sintetico, sua moglie sembrava l’ombra esausta della donna di un tempo.
«Non è rimasto molto di Roberta», gli aveva detto lei mentre tornavano a casa, e era stato in quel momento che lui aveva avuto l’illuminazione.
«Clara», le aveva chiesto la mattina dopo, mentre facevano colazione con pillole Jenkin e latte di scarafaggio, «pensi che un uomo si accorgerebbe se gli scambiassimo la moglie?»
E lei, pragmatica: «Dipende da quanto tempo sono sposati».
Così avevano iniziato a lavorare all’idea.
L’agenzia era nata per ovviare al problema dell’illegalità dei divorzi e il business prevedeva la costruzione di una moglie robot. Dapprima il robot si sarebbe alternato con la vera moglie per brevi periodi, il tempo di una colazione, di un pranzo. Poi, una volta educato a sufficienza da non destare sospetti, avrebbe occupato il posto della donna per periodi sempre più lunghi, un fine settimana, le vacanze estive. Alla fine dell’addestramento il robot sarebbe arrivato a sostituirla in tutto e per tutto, liberandola dal matrimonio.
Ci avevano messo dei mesi per preparare la prima moglie. Infinite prove per i materiali, più lunga ancora la strada per perfezionare il software. Poi, una volta creato il prototipo, ne avevano realizzate dieci in poco tempo. Taglie e altezze diverse, pronte per essere perfezionate con i dettagli finali: occhi, capelli, cicatrici. E poi avevano iniziato a educarle. Se ricevevano degli ospiti, allora le nascondevano sotto i letti e negli armadi. Del resto prendere in affitto un magazzino dove tenere le mogli-robot era fuori discussione.
Ora, quindi, non c’erano molti dubbi sul motivo per cui le tre volanti della polizia fossero parcheggiate davanti a casa loro e gli agenti fossero così impazienti di entrare.
Era stata Clara a trovare le prime clienti, per così dire. Si lasciava sfuggire mezze frasi al supermercato, in chiesa e in tutti gli altri posti dove sapeva che c’erano donne infelici che avrebbero tanto voluto chiedere il divorzio ma non avevano nessuna voglia di andare in carcere.
Con prudenza e disperazione, le prime si erano fatte avanti. Erano donne che non potevano pagare nulla, ma Clara e Eugenio le avevano aiutate lo stesso, e in alcuni casi avevano anche prestato loro i soldi per lasciare il Paese. In seguito erano arrivate le donne infelici e benestanti e poi la voce si era diffusa ulteriormente. Infine erano giunte anche donne davvero agiate, che avevano ripagato l’intero investimento, anzi, li avevano fatti arricchire.
Infatti ora Clara e Eugenio stavano riempiendo uno zainetto di contanti. Il campanello continuava a suonare e dagli appartamenti vicini qualcuno era già uscito per curiosare.
Eugenio aveva pensato proprio a tutto durante la fase di progettazione. I robot erano repliche perfette delle donne: se feriti superficialmente, sanguinavano, perdevano molti i capelli in autunno e dovevano depilarsi periodicamente. Eppure li avevano scoperti lo stesso.
Il fatto è che alcune donne non riuscivano a essere sincere fino in fondo nemmeno con la loro versione robot. Abbellivano il loro matrimonio, abbellivano sé stesse, e se in un primo periodo i mariti erano felici di avere in casa la versione felice e migliorata della loro consorte, col lungo andare qualcuno doveva aver fiutato l’inganno.
Un vicino, con ogni probabilità, aveva aperto il cancello perché ora la polizia stava bussando alla loro porta.
I robot però erano già vestiti di tutto punto, comprese le fedi e gli orecchini di diamanti di Clara. «Siete pronti?», aveva sussurrato Eugenio, e loro avevano annuito.
«Contate fino a trenta e poi aprite», aveva detto Clara.
Eugenio aveva aiutato Clara a scavalcare la finestra che dava sul retro. Aveva scavalcato anche lui, fermandosi a dare un’ultima occhiata alla loro creazione.
I poliziotti battevano sulla porta, urlando di aprire. I due robot se ne stavano all’ingresso, tenendosi per mano. Eugenio li sentiva contare a bassa voce, «Dodici, tredici, quattordici».
Poi lui e Clara se ne erano andati.
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