Racconto di Federica Izzo
(Prima pubblicazione)
‘Twas the night before Christmas and festive lights in the – GOOGLE, TRADUCI – città cominciavano a morire a chiazze, mentre pian piano si spegnevano anche le finestre dei bambini, avvolti nel sonno dell’attesa e della speranza.
Solo in una casina, che si ergeva solitaria al centro di una sconfinata distesa di neve, una fiamma restava accesa e un comignolo non accennava a smettere di fumare. Se qualcuno, sfidando il freddo e le intemperie, si fosse affacciato verso l’interno alla finestra, appannandone il vetro con il proprio respiro, avrebbe visto, davanti a un camino troppo grande per quella stanza, una figura mollemente abbandonata su una sedia a dondolo scricchiolante, intabarrata in una vecchia coperta ricucita alla men peggio. Da sotto alla coperta fuoriuscivano solo un paio di stivali poggiati su una macchia di neve sciolta, come se quello spettro di lana e toppe avesse per un attimo pensato di varcare la soglia, ma fosse stato subito vinto dal maltempo o dalla pigrizia.
«Nico’, ancora qua stai? Sòsati che è quasi mezzanotte», l’esortazione arrivò accompagnata dal tintinnio di un campanello cucito all’estremità di un cappello a punta.
«Ancora cinque minuti», si sentì bofonchiare attraverso un piccolo strappo nella stoffa pesante.
«None, che dopo mezzanotte non riesci più a fermare il tempo e poi devi fare le corse e ormai c’hai un’età… mica puoi fare come quando tenevi la barba finta, che restavi a ubriacarti fino a mezzanotte e un quarto e poi consegnavi i regali in eccesso di velocità! E poi mo’ fanno le multe, non puoi correre.»
«Ma ti pare che io stia bevendo?»
«Sicuramente non lo stai facendo più, da quando hai finito tutto il vino due ore fa.»
«Mhhh… hai cambiato la lampadina a Rodolfo?»
«Sine.»
«Gliel’hai avvitata dal lato giusto? L’anno scorso si è fatto tutto il viaggio in retromarcia per illuminare.»
«Questa volta sta proprio sopra alla bocca, giuro. E mo’ sòsate!»
«Non mi va, fa freddo.»
«Fa sempre freddo quando fatichi. Che è ‘sta novità? Ja’, ti ho impostato pure il navigatore con la voce di zia Titina, così ti senti meno solo. Ti chiede pure quando ti sposi e quando fai un figlio…»
«Non mi stai mica convincendo.»
«È perché la Coca Cola non ti ha dato l’aumento? È vero che fai gli straordinari, ma in fondo è solo una notte all’anno! E poi hai anche il buffet a base di latte e biscotti e lo so che qualche genitore te lo fa pure corretto il latte. E poi pensa ai creaturi…»
«Non so più se ci credo.»
«A che? Allo spirito del Natale, alla famiglia riunita, che sono tutti più buoni, ai valori delle feste? Ne abbiamo già parlato l’anno scorso, male che vada restano sempre colesterolo, glicemia e tasso alcolemico, come valori…»
«No, parlo dei bambini.»
«Eh, pure di quello ne abbiamo parlato: si prendono le patane, si prendono i piselli, si mescola tutto ed esce il creaturo. Credevo fosse chiaro.»
«No, non la storia del minestrone… volevo dire che non credo più dei bambini.»
«Scusa, non puoi non credere ai creaturi, quelli stanno lì, che vuol dire che non ci credi?»
«Anche io sto qui, ma loro non credono che esista.»
«Ma no, è che si scordano! Esci solo una volta all’anno, non ti vedono mai… vedi che mo’ l’elfo social media manager ti organizza delle belle campagne. L’anno che viene gli facciamo mettere le lucine da dopo Ferragosto, non ti preoccupare.»
«Ma sui social ci stanno i grandi, quelli sono ancora peggio…»
«E gli facciamo ricordare pure a loro, stai tranquillo. Intanto portagli un regalo, vedi come si ricordano!»
«Ma quelli non chiedono mai niente! C’hanno Am… Ammazz… insomma, quello che vogliono gli arriva già a casa tutto l’anno… e poi come li faccio altri regali a quest’ora?»
«Sì, ma tutte quelle cose che ti hanno chiesto da piccoli, quelle non possono più averle. Già gli hai portato tante cose… ricicla.»
Finalmente si aprì un varco nella coperta a mostrare un grosso naso arrossato dal calore, qualche ciuffo di barba non più finta, ma lunga e arruffata, e uno sguardo interrogativo. «Vuoi dire che porto loro i giocattoli rotti, quelli che abbiamo ritirato e messo in discarica? E che se ne fanno di un regalo rotto?»
«Se lo ricordano. Si ricordano quando lo hanno chiesto, di come erano felici, di quant’era bello quando era nuovo, di come sono stati scemi a romperlo e a buttarlo. Magari se lo acconciano, oppure imparano a starsi più accorti alle cose e pure alle persone, che pure quelle è più facile scassarle che acconciarle di nuovo. E che se qualcosa si scassa per sbaglio e poi si acconcia può essere meno bella e meno nuova, ma lo stesso funziona e tiene dentro un ricordo in più che la fa diventare più importante.»
«Porto loro qualcosa che hanno desiderato e poi hanno rotto e dimenticato… sai che non è una cattiva idea?»
«Ecco, vedi? Stai certo che non lo capiscono tutti, ma qualcuno lo capisce, secondo me. E magari poi va tutto un po’ meglio e si ricordano più spesso anche di te.»
«Forse, per quest’anno, mi hai convinto… e tu che regalo vorresti?» chiese quella testa barbuta, ormai completamente scoperta, sollevando gli occhiali per guardare al di sotto.
«Uh Nico’, tanti anni e non me l’avevi mai chiesto. Ma ecco, io cose rotte non ce ne ho, ci sto sempre molto accorto… allora sai cosa vorrei? Un altro bacio in fronte da Zia Titina.»
«Ma non hai sempre detto che le puzzava l’alito?»
«Eh», rispose, quasi arrossendo fra le pieghe delle guance, «ma pure quello mi manca».
E mentre Nicola si sollevava dalla sedia, lasciando cadere dietro di sé la sua pesante coperta, sulla faccia del piccolo elfo si disegnò un’espressione indecifrabile che, a volerle proprio dare una spiegazione, sembrava quella di chi ha appena sentito sulla fronte il calore appiccicoso e umido di due labbra raggrinzite, con un retrogusto di capitone fritto.
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