Racconto di Giulia Ancona

(Ottava pubblicazione)

                   

Il sole brillava alto in un cielo così azzurro da fare male agli occhi. L’aria era percorsa da una brezza leggera che accarezzava gli alberi trasportando profumi di fiori e erbe selvatiche. Tutto intorno era armonia.

Ragazzi e bambini in tenera età si erano ritrovati in quella cornice magnifica per trascorrere insieme una giornata nel verde e in allegria. I loro genitori avevano deciso di lasciarli andare insieme, su, in alto, in quel posto tranquillo, per allontanarli, almeno per qualche ora, da casa. Da giorni, ormai, nel loro kibbutz si avvertiva una certa tensione che li preoccupava e non poco. Perciò, quando alcuni ragazzi, amici di una età maggiore dei loro piccoli, avevano proposto di costruire e far volare degli aquiloni insieme a loro, avevano accettato di buon grado.

Lasciando in casa gli anziani a custodia dei neonati, avevano affidato i loro piccoli ai due giovani promotori dell’escursione. Presto, quindi, i bambini si diressero con gioia su, verso la zona del bosco, dove, una magnifica radura, avrebbe loro consentito di fare volare degli aquiloni. Nei loro zaini, oltre a merende e ogni tipo di leccornie, avevano infilato matite, forbici, colle, spago, cannucce e veline colorate. Quella brezza dolcissima che si stava sollevando e si avvertiva sempre più sui visi, avrebbe catturato e sollevato in alto nel cielo turchese i loro aquiloni.

Così, seduti in cerchio in quell’ampio spazio erboso, avevano iniziato a tirar fuori quanto necessario per la loro costruzione. Ognuno secondo le proprie capacità creative e operative aveva dato inizio al singolo lavoro. I più piccoli si erano accodati a fratelli o amici più grandi. Questi, ad alcuni avevano assegnato il compito di dipingere le veline che avrebbero, poi, incollato sul corpo degli aquiloni, ad altri di realizzare lunghe strisce di anelli intrecciati per decorare coda e laterali degli stessi. E da quel momento di grande unione e creatività erano venute fuori vere e proprie opere d’arte naif. Parole come pace e libertà erano ripetute in forme e caratteri differenti quasi in tutti i disegni. I più piccoli, pur nella tenera età, avevano fatto propri questi concetti. Nelle loro case, infatti, sentivano spesso parlare della mancanza, molto forte, di questi due, fondamentali, diritti, la cui presenza avrebbe garantito un’esistenza migliore e degna di essere definita tale per un essere umano.

Sì, il cielo era azzurro ma nella sua immensità perfetta faceva fatica a mascherare le brutture che si continuavano a commettere in quella terra, di solito perpetrate in nome di una religione e di un Dio che non le avrebbe mai giustificate.

Presto gli aquiloni presero a volteggiare nel cielo. Prima a fatica, poi sempre più arditi, si infilarono nella scia di quella magnifica brezza, salendo sempre più in alto.

“Guarda il mio come vola! È il più grande e il più bello!”

“Non è vero! Il mio, benché più piccolo lo stia superando!”

Uno dopo l’altro tutti gli aquiloni avevano preso il volo. Anche gli uccelli li stavano affiancando. In un primo momento si erano allontanati spaventati da quegli esseri apparsi all’improvviso nel loro regno, poi, pian piano, colpiti da tanta bellezza, si erano tuffati con essi in quell’incredibile spettacolo.

D’improvviso, un boato scosse l’aria facendo tremare la terra. Di colpo tutti gli aquiloni abbandonati dalle giovani mani che ne tendevano i fili, caddero al suolo o rimasero impigliati sui rami più alti degli alberi. Con essi si schiantarono in terra alcuni piccoli uccelli che non avevano retto al fragore di quel rombo terribile. I ragazzi, come richiamati da un comune ordine, si riunirono immediatamente in un unico gruppo. Stringendosi gli uni agli altri cercarono un nascondiglio e qualche rifugio. Un anfratto roccioso nascosto da edera e di arbusti nati spontaneamente, apparve ai loro occhi. Vi s’infilarono di corsa e, dopo aver illuminato l’interno con la torcia di un telefonino, il ragazzo più grande invitò tutti a sedersi, alla meglio, dove trovavano posto.

“Voglio la mia mamma!”

“Ho paura! Voglio tornare a casa!”

“Calma, tutti lo vorremmo fare ma in questo momento, conviene restare nascosti.

Torneremo a casa, ma non prima di aver capito, da cosa è stata causata quella terribile esplosione e aver saputo cosa sta succedendo a Gaza”.

Il ragazzo più grande aveva preso le redini della situazione cercando di coordinare e calmare il gruppo. Con un altro giovane quasi della sua stessa età, aveva sistemato i piccoli su pietre trovate nello spazio angusto usandole a mo’ di sgabelli.

“Non abbiate paura tutto, si sistemerà presto. Adesso aprite gli zaini e consumate le

buone cose che mamma vi ha dato per pranzo”.

“Ma non voglio mangiare. Voglio la mia mamma”.

“Presto la rivedrai ma, adesso, devi cercare di dare coraggio ai tuoi amichetti più piccini. Che facciamo? Se tutti iniziamo a piangere, non capiremo come muoverci. Sentite gli uccelli che cantano? Hanno recuperato il coraggio e ripreso a volare!”

“È vero! Anche noi siamo degli uccellini e dobbiamo cinguettare come loro, con coraggio! Dai smettiamola di piangere e aspettiamo con calma. Presto torneremo tutti a casa, sani e salvi!”

Il piccolino, mentre parlava, aveva aperto il suo zaino e, tirati fuori i suoi dolcini, aveva iniziato a distribuirli agli altri piccolini.

“È necessario che qualcuno vada a rendersi conto di cosa sta accadendo in città. È

preferibile che lo si faccia evitando di farsi notare. Solo così potremo essere sicuri di rientrare alle case in piena tranquillità”.

Il gruppo dei più grandi, con preoccupazione ben celata, allontanatosi dai piccoli, aveva preso a organizzarsi per venir fuori da quella terribile e imprevista situazione.

“Ok” disse il ragazzo più grande “andrò io. Rientrerò appena possibile, da solo o in compagnia di qualcuno che possa aiutarci a portare i piccoli in giro, di notte, in questa boscaglia. Tu, mi raccomando” disse poi rivolto al suo secondo “non muoverti da questo posto. Tienili il più possibile in silenzio assoluto all’interno della grotta. Ho un cattivo presentimento!”

E così, dopo aver abbracciato e tranquillizzato tutti i piccolini, si era allontanato scomparendo, di lì a poco, dalla visuale del ragazzo lasciato a sovrintendere il piccolo gruppo di ragazzini.

Il buio della notte, sopraggiunto di colpo, e, per giunta, senza nessuna notizia positiva, fece precipitare i piccoli in uno stato di ansia e terrore.

“Adesso entra nella grotta un lupo e ci mangia!”

“Ma che dici! Io ho ancora tutte le merendine. Vedrai che se gli lancio quelle andrà via!”

“Anche gli uccellini non stanno più cantando”.

“Per forza è notte e loro sono nel nido con mamma e papà!”

“Dai, smettetela! Cercate di dormire un po’. Abbracciatevi forte e avrete meno

freddo e la paura passerà. Fra poco gli amici verranno a prenderci. Magari con un bel furgone e latte caldo con dei magnifici biscotti alla cannella. Vi prego, fate silenzio, così possiamo sentire quando e se arriva qualcuno”.

“Hai ragione! Tutti in silenzio e presto saremo a casa”.

Il piccolino più ardito aveva abbracciato una bella bambina dalle lunghe trecce e aveva invitato gli altri a stendersi stretti a un compagno con cui dormire.

“A dire il vero” aveva pensato il piccolo “è da qualche tempo che avrei voluto abbracciare questa bambolina. Benedetto lo scoppio che ci ha costretti in questa grotta” -.

Passi pesanti e ravvicinati riecheggiarono improvvisi nel silenzio della notte che si stava dissolvendo. L’alba, infatti, aveva preso il suo posto, affacciandosi a oriente, con potenti bagliori rossastri, quasi un funesto presagio di morte.

“Sono arrivati. Ci stanno venendo a prendere!”

“Fermi, Fermi! Tutti zitti. Non sappiamo se siano i nostri amici o altri.

Malintenzionati.  Proverò ad affacciarmi all’ingresso di nascosto e potrò così capire se possiamo fidarci”.

Il ragazzo caposquadra, addossato alla parete di roccia, era scivolato lentamente e in silenzio verso l’apertura della grotta. Pian piano, da un lato, aveva scostato la fitta rete di edera e arbusti per osservare l’esterno.

Uno stivale militare insieme con un fucile mitragliatore lo bloccò all’istante. Una mano guantata di pelle nera, gli serrò la bocca impedendogli di urlare. Con un volo terribile, in un attimo si vide catapultare fuori, lontano dal quel rifugio.

“Sei un traditore. Un nemico di Hamas! Che ci fai, a quest’ora in una grotta? Stai

organizzando un attentato, un massacro dei nostri seguaci! Sicuramente!”

“Ma quale attentato! Quale massacro! Noi stavamo costruendo aquiloni, quando l’

esplosione di ieri ci ha bloccati”.

“Noi? Allora non sei solo. Ci sono altri come te, pronti colpire il nostro movimento, il solo e unico di Hamas”.

“Ma cosa dite? Sono soltanto dei ragazzini, molto piccoli per giunta. Non farebbero male a una mosca!”

“I piccoli sono peggiori dei grandi. Se non vengono educati, come noi facciamo con i nostri, sono delle serpi in seno. Con loro continua la stirpe di traditori e nemici dello stato. Vanno eliminati prima che crescano”.

Nel frattempo altri militari o pseudo miliziani, che dir si voglia, si erano aggiunti al primo. I loro visi truci e crudeli, insieme alle parole appena pronunciate, non facevano prevedere nulla di buono. La cosa che lasciava maggiormente interdetti era scoprire di avere a che fare, anche, con bambini soldato. Molti di loro, infatti, erano ragazzini travestiti da militari e armati di tutto punto. Nulla, comunque, avrebbe fatto prevedere la terribile violenza che covava in loro e di cui sarebbero stati capaci.

Nella grotta, intanto, i piccoli, lasciati senza la guida di un ragazzo più grande, avevano preso coraggio e, uno dopo l’altro, ignari di quanto stava accadendo all’esterno, si avvicinarono, guardinghi, all’ingresso.

“Come mai gli uccelli non hanno ripreso a cantare? Eppure il sole è sorto da un bel po’”.

“Forse hanno paura e preferiscono starsene nel nido, al sicuro, con mamma e papà!”

“Eccovi, piccole vipere, figli di infedeli e traditori. Venite tutti fuori!”

Urla terribili e feroci accuse di una cattiveria inaudita, accompagnarono strattoni, pugni e calci di uomini nerboruti che avevano preso a radunare con rabbia, nella radura i bambini. Con l’aiuto dei piccoli miliziani li ammassarono al centro, lì, dove, alcune ore prima, seduti in cerchio, gli stessi avevano fatto volare i loro aquiloni colorati.

“Voglio mamma! Voglio andare a casa!”

Pianti e urla non riuscivano più ad essere tenuti a bada. Il loro caposquadra, quello che gli aveva promesso di riportarli presto a casa, non aveva fatto più ritorno e chi era uscito per capire cosa stesse accadendo fuori dalla grotta, era scomparso. Insomma, erano soli, ormai, nelle mani di quegli uomini e ragazzini “cattivissimi”.

“Sì piangete, urlate. Ancora per poco. Farete la fine di cani maledetti e uomini senza Dio”.

“Mammaaa! Mammaaa…Mamm…”

“E basta!Bastaaaaa!”

Il grido e il pianto si erano interrotti persi nel tempo del ricordo di carezze e baci perduti per sempre. Un terribile colpo di scimitarra era piombato sull’esile collo facendo rotolare il capo sul verde prato come una palla da golf. Una dopo l’altra le teste di tutti i bambini caddero ai piedi di quei maledetti soldati. Una nuova, ennesima strage degli innocenti, si era compiuta. Unica loro colpa aver voluto far volare degli aquiloni di pace.

Bidoni di benzina vennero, quindi, versati, con rabbia, dai bambini soldato, su quei poveri corpicini devastati, a totale compimento di quell’ opera demoniaca.

-Che il fuoco distrugga la progenie degli infedeli e purifichi il luogo che i loro

corpi hanno calpestato-.

Una fiammata terribile si alzò da quella pira di umana innocenza, alimentata da torce di pece che ogni soldato lanciava a turno su di essa. Risate, ghigni e commenti volgari di miliziani che si allontanavano, arricchivano quel quadro spaventoso

Singhiozzi e urla strozzate erano stati trattenuti con forza da chi, ritornato dal Kibbutz di Gaza, aveva dovuto assistere ad una seconda, terribile, scena. Anche lì, neonati e vecchi erano stati orrendamente trucidati, senza alcuna ragione. Anche qui era giunto troppo tardi. Per salvarsi si era nascosto e impotente, aveva assistito alla terribile esecuzione.

Spegnere questo fuoco, adesso, era un’impresa impossibile. Tentò al buio di occhi inondati di lacrime, di lanciare in quel rogo della terra umida.  Troppo poca e tutto inutile. Si nascose nuovamente e aspettò, pregando, che una pioggia arrivasse pietosa a spegnere quel fuoco, per lui. E così, quasi ad averlo ascoltato, il cielo pianse su quei poveri corpicini tentando di restituire pochi resti a chi avesse avuto pietà di loro.

-Diritti umani! Ma di quali diritti stiamo parlando?  Neppure quello di fare volare degli aquiloni-.

La Striscia di Gaza ormai devastata da bombardamenti e eccidi, non esiste più. Hamas continua a chiamare a raduno seguaci da ogni parte del mondo, e Israele, giura una terribile vendetta. Ha preso a raccogliere, senza sosta, uomini validi, giovani, vecchi, riservisti e titolari. Trecentomila uomini, una fiumana di gente inferocita con la quale annientare Hamas per sempre.  “Occhio per occhio e dente per dente” una legge, quella del taglione, che non potrà mai più restituire alla vita quei piccoli corpi che giacciono trucidati e vilipesi sotto un telone che di loro non ricorderà nulla.

“In uno gioco agli scacchi, dove, ormai, la questioni etnico-religiose sono solo la maschera di un più ampio gioco di equilibri internazionali, si aspetta lo scacco matto per decidere le sorti del mondo. In questo gioco a rimetterci sono i civili, di entrambe le parti, i valori che abbiamo tanto proclamato come universali e il futuro della giustizia e della pace in questo mondo!”