Racconto di Adele Múrino

(Quarta pubblicazione)

 

Dietro quella porta c’era quanto di più spaventoso, aberrante, raccapricciante un essere umano potesse immaginare e lei l’aveva scoperto. L’entomologa Tanya Jackson teneva le braccia abbandonate lungo il corpo e la mascella spasmodicamente serrata. Grondava sudore da tutti i pori e il respiro si faceva ogni minuto più corto. A ridurla in quello stato erano stati il caldo asfissiante della foresta pluviale e un terrore misto ad angoscia che ormai teneva incatenato tutto il suo essere. Era sola! Da quel momento lei avrebbe dovuto prendere una decisione. Quale tormento si agitava nel suo cuore, quali ancestrali paure attraversavano la sua mente! I suoi occhi rimanevano spalancati a fissare la porta sigillata di quella imponente costruzione in acciaio, alta all’incirca due metri e larga altrettanto. In mano aveva la pistola che aveva afferrato fuggendo dal laboratorio e, in tasca, la chiave di quella porta. Era tornata sul luogo dove giaceva il corpo senza vita del professor Karl von Lorenz. Dai minuscoli fori presenti sulle pareti di quel cubo d’acciaio che si stagliava davanti a lei proveniva un incessante e sinistro ronzio. Aveva imparato a riconoscerne il significato. Ascoltava, rapita, quel “canto” vigoroso che, a tratti, si confondeva con i battiti del suo cuore. A breve quel richiamo avrebbe scatenato l’inferno. Tanya non aveva più tempo. Un anno prima, quando aveva ricevuto una confidenza da parte di un collega sul luogo dove si nascondeva il professor Karl von Lorenz, aveva toccato il cielo con un dito. Ne parlarono e decisero che sarebbe stata lei, quale miglior studente di quella prestigiosa università, a recarsi in uno dei luoghi più sperduti del Sudamerica. Era in quel sito lontano che, da molti anni, si era ritirato il professore per portare avanti, in tutta segretezza, i suoi esperimenti e placare la sua ossessione. Era uno dei massimi studiosi ad aver condotto le più avanzate ricerche sulle forme di comunicazione che le api mettono in atto per interagire tra loro. Tanya era rimasta affascinata dai suoi scritti giovanili e si era intestardita a volerlo conoscere. Il professor Lorenz era un brillante scienziato ma anche un misantropo della peggior specie. Egli aveva scelto di eclissarsi nella foresta amazzonica dove aveva impiantato un laboratorio. Era lì che si era diretta Tanya. Giunta sul posto aveva assunto una guida ed era riuscita a scovarlo. L’incontro era stato catastrofico perché lui le aveva subito urlato di tornarsene da dove era venuta. La guida se l’era svignata con in tasca la sua ricompensa e Tanya era rimasta da sola ai bordi di quella radura. Al calar della notte aveva dormito nella tenda che si era portata dietro. Il vecchio scienziato l’aveva osservata da lontano trafficare con tenda e picchetti. A Tanya ci volle del tempo per abbattere quel muro di ostinato mutismo del professore. Alla fine la sua costanza venne premiata. Tanya, con grande umiltà, gli mostrò i risultati delle sue ricerche su una specie rara di api regine. Fu così che poté, dopo qualche tempo, vedere dal vivo alcuni esemplari di una razza creata dal professore nel suo laboratorio e, fino ad allora, sconosciuta. La giovane entomologa trascorreva ore ad ammirare la danza nuziale di quell’ape regina. Karl von Lorenz era riuscito a ottenere, da incroci tra specie diverse, un esemplare dotato di un altissimo grado di intelligenza. Un giorno le aveva rivelato, con gli occhi lucidi per l’emozione, che quell’insetto era «in grado di interagire con l’essere umano». Quelle parole l’avevano lasciata basita ed incredula fino a quando, una notte, il vecchio scienziato le aveva svelato i meccanismi attraverso i quali riusciva a farsi comprendere dalle api regine. «Il mondo però non è ancora pronto» disse, e le fece giurare di mantenere il segreto. «A tempo debito, quando avrò terminato tutti gli esperimenti, sarai tu a rivelare alla comunità scientifica questa grande scoperta». Quello però non era il suo unico segreto. Ogni tanto il professore si alzava all’alba, si inoltrava da solo nel fitto della foresta e vi rimaneva per tutto il giorno. Tanya aveva imparato a rispettare quei momenti soprattutto perché non voleva spezzare quel rapporto di fiducia che era riuscita a costruire con tanta fatica. Leggeva con avidità gli appunti del professore ed eseguiva oramai da sola gli esperimenti con quei minuscoli esseri volanti. Qualsiasi altro essere umano avrebbe adottato tutte le precauzioni del caso per interagire con gli sciami di api ma non lei. Tanya possedeva un istinto naturale che le permetteva di vivere in simbiosi con quelle creature, anche quelle più pericolose, dalle quali veniva accettata quasi come fosse una di loro. Persino il professore era stato costretto ad ammettere che lei riusciva a “dialogare” con quegli insetti al pari suo. Quella dote, rarissima in un essere umano, l’aveva elevata ai suoi occhi ed era stata il miglior viatico per ottenere che il vecchio scienziato la rendesse partecipe dei suoi esperimenti. Tanya si era appassionata allo studio delle percezioni sensoriali delle api e giudicava stupefacenti i progressi compiuti dal professor Lorenz. L’idea geniale del professore era stata quella di elaborare un sistema per poter mettere in contatto l’essere umano e le api. Gli studi del professore si erano concentrati sul ronzio emesso dagli sciami. «Le api battono le ali duecento volte al secondo – spiegava il professore a Tanya che lo ascoltava in religioso silenzio – e il ronzio viene utilizzato per comunicare molte cose come per esempio per segnalare un pericolo causato dall’arrivo di un predatore all’interno dell’alveare» Il professore aveva dedicato particolare attenzione allo studio del “canto” dell’ape regina. «Devi sapere che è una specie di segnale, di avvertimento nei confronti delle altre api regine per comunicare che l’ape appena nata è già pronta per la sfida. Nell’alveare c’è posto per una sola ape regina – diceva – ed è per questa ragione che gli esemplari si scontrano per eleggere un’unica sovrana dell’intero alveare. Io sono il solo al mondo a essere riuscito in quest’impresa». Tanya fissava il viso grinzoso del vecchio professore e intravedeva la scintilla del genio nel suo sguardo cristallino. Un giorno il professore si era allontanato di buon mattino e Tanya non l’aveva più visto fare rientro. Non aveva mai osato chiedergli nulla di quelle sue fughe solitarie ma quel giorno era diverso. Il caldo era soffocante più del solito. All’improvviso decise di andarlo a cercare nonostante lui glielo avesse sempre severamente proibito. Si procurò il necessario e si addentrò nella foresta seguendo le sue tracce e segnando su una cartina dei punti di riferimento per il ritorno. Dopo all’incirca un’ora di cammino intravide da lontano una massa grigia a forma di cubo. Rimase stupefatta e si arrestò ansimando, poi si avvicinò lentamente e le parve di udire la voce del professore provenire dall’interno di quella misteriosa costruzione. «È arrivato il mio tempo…sono troppo vecchio…Tanya mi sostituirà…sei la mia creatura più bella, lo sai…». La massiccia porta d’acciaio era socchiusa e dall’interno filtrava una debole luce. Il professore era di spalle e, davanti a lui, Tanya vide ergersi una creatura terrificante. Era alta circa un metro e sessanta, aveva le sembianze di un essere umano ma il corpo era ricoperto di una folta peluria a strisce orizzontali nere e gialle. Agitava nell’aria una sorta di ali, attraversate da un reticolo di vene con le quali si sollevava, a tratti, da terra. Era priva di braccia ma era dotata di zampe all’altezza del torace. La testa era quella di un’ape anche se a Tanya pareva di scorgere, nel mezzo, una specie di bocca e un paio di occhi quasi umani. Quella creatura mostruosa si voltò verso di lei appena la vide entrare e Tanya rimase impietrita dal terrore per qualche secondo. Karl von Lorenz la vide e urlò: «E così hai disobbedito al mio ordine…» poi, calmo, aggiunse: «te ne avrei parlato in questi giorni ma prima volevo preparare Beth ad interagire con te. Beth è il risultato di uno straordinario esperimento. Ho inoculato i geni di un’ape regina nel corpo di una povera ragazza menomata del posto. Vieni, avvicinati Tanya.» La ragazza ormai non osava più neanche respirare tanto era sconvolta da quella visione. Fu in quel momento che quella creatura sembrò pronunciare, sottovoce, parole umane: «Non ti muovere!». Non era un’allucinazione, quell’essere mostruoso aveva parlato. Il professore voltò lentamente la testa e disse: «Non avere paura Beth. Tanya non ti farà del male. Tanya adora le api e diventerà tua amica. Tu sei la regina…» Accadde tutto in un lampo. Beth agitò freneticamente le ali e puntò minacciosamente verso di lei. Il professore non si aspettava quella reazione e tentò di afferrarla mentre si alzava in volo. Quel movimento troppo repentino gli fece perdere l’equilibrio e l’uomo scivolò colpendo con la testa un tavolo di acciaio. Tanya osservò il sangue sgorgare copioso dalla ferita, il corpo esanime e capì che per lui non c’era più niente da fare. Beth rimase sospesa in aria guardando dall’alto quel fantoccio senza vita. Tanya fu lesta a scappare fuori chiudendo la porta dietro di sé. Giunse trafelata al laboratorio e si precipitò alla radio da campo. Nessuno le rispose, erano tutti impegnati a domare alcuni incendi che erano divampati in quei giorni nei dintorni. Afferrò la vecchia Luger del professore e notò nel cassetto una strana chiave di acciaio lucido. Intuì che quella doveva essere il doppione della chiave che apriva la serratura del cubo dov’era rinchiusa quella abominevole creatura. Guardò la sua immagine riflessa in uno specchio e vide frantumarsi in quel momento tutti i suoi sogni. Si determinò in un lampo e, fuori di sé, tornò sui suoi passi. Il professore era stato un pazzo, un folle e aveva varcato limiti che non dovevano essere valicati. Nella mente di Tanya i pensieri si rincorrevano vorticosamente. Quello che lei aveva visto andava al di là di ogni immaginazione e la sua mente ora vacillava paurosamente. Eppure aveva deciso di vendicare la morte del vecchio scienziato al quale, in fondo, si era affezionata. Tutto taceva dietro quella porta d’acciaio. Con voce tremante, quasi sibilando Tanya chiamò: «Beth?…». Prima piano, poi sempre più forte un ronzio arrivò alle sue orecchie. Un richiamo di guerra, un segnale alle api operaie. Era Beth che ordinava alle altre di uccidere l’invasore, e l’invasore era lei. Tanya non aveva più tempo. Strinse spasmodicamente le dita intorno al grilletto della pistola e aprì la porta d’acciaio. Beth era lì ad aspettarla…

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