Racconto di Eva Czerkl
(Seconda pubblicazione)
“Non è morto ciò che in eterno
può attendere, e con il passare di
strane ere anche la morte muore”
(Abdul Alhazred, anno 730 Damasco)
Vi sono giorni in cui viene la smania di andarsene in giro senza meta
seguendo un percorso che pare tracciato, stranamente. Ad incontrare
l’inaspettato, forse. Ovunque si trovi.
Johannesburg, marzo 1989.
- era ospite insieme a moglie e figli, dopo un interminabile viaggio dall’Italia, nella casa del fratello che non vedeva da anni e che lì aveva fatto fortuna.
Quel giorno aveva disertato, con una scusa, la tavolata delle interminabili colazioni mattutine, fra trionfi di frutta esotica, bibitoni multicolori e fantasiosi assaggini serviti dal cameriere nero, il tutto inframezzato dai ricordi della comune infanzia. Da giorni lo stesso copione. Foto tristi e sbiadite sciorinate sull’immacolata tovaglia e nomi che rimbalzavano da un capo all’altro del tavolo, come numeri alla tombola.
Uscì. Spinto da un irresistibile impulso, o forse incalzato dal passato – ché il rinvangare ciò che era sepolto gli creava sempre disagio e una certa inquietudine – si ritrovò in quella strada sconosciuta senza rendersene conto.
Capì di aver sconfinato.
Mentre stava per attraversare, sulla scia di una marea variopinta e vociferante, vide materializzarsi di fronte a sé un fantasma. Qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi lì, né in nessun altro luogo che non fosse il sogno.
Non pensava più a lei da una vita, riposta ormai fra le pieghe più intime della memoria. Fino a un paio di giorni prima. Era successo durante una gita insieme alla famiglia a Capo di Buona Speranza. Si trovavano su un estremo lembo di terra proteso nell’oceano. Osservando l’immensa distesa, il senso dell’infinito lo aveva afferrato alla gola. Aveva distolto lo sguardo per posarlo sul candore abbacinante del faro quando, nella testa, il ricordo di lei gli era esploso come pura luce.
Allora su quel muro immacolato aveva scritto, come migliaia di altre volte aveva fatto da ragazzo, il suo nome accompagnato dalla loro magica parola: oinnìa che, nella lingua di una tribù pellerossa, voleva dire per sempre.
E adesso se la ritrovava davanti. Era lei quella sul marciapiede opposto.
L’apparizione era accompagnata dall’insistente nenia di due zulù che le si dimenavano intorno seminudi e grondanti di sudore. Faceva un caldo bestiale. Lei, fresca ed impassibile come una piccola dea, fissava al di là della folla un punto lontano.
Era lei. Le pagliuzze d’oro nei lunghi capelli sormontati – unica novità – da un cappello di paglia, il sorriso tra il beato e il sornione. Ma soprattutto il vestito, il suo preferito, l’avrebbe riconosciuto ovunque, blu con ampio collo alla marinara e i bottoni d’oro. Lo portava un quarto di secolo fa e già allora pareva unico.
In un soffio le labbra di B. pronunciarono il suo nome. Lei si girò dalla sua parte. E tutto avvenne come allora. Il suo viso che si accende e brilla nel vederlo, la risata gorgogliante come un ruscello, la mano alzata in un cenno di saluto. La vide scendere dal marciapiede per corrergli incontro – adesso avrebbe saputo – col suo passo da gazzella, senza guardarsi intorno. Oh lei l’impulsiva! Lei la sbadata… Segnava ancora rosso. Ci fu uno stridere di freni.
- aveva chiuso gli occhi prima ancora di sentire il botto. Quando li riaprì, vide al rallentatore una vela blu che si gonfiava in aria per poi rapidamente afflosciarsi a terra come un paracadute.
Si mise a correre. Così gli parve. In realtà restava inchiodato. A correre erano gli altri. Di nuovo. Senza che lui potesse muovere un dito. Da un varco lasciato, poteva scorgere l’immagine che già da tanto portava dentro di sé.
Voltò le spalle alla visione e tornò indietro per la strada da dove era venuto.
Mistero, allucinazione o a che altra diavoleria avesse assistito, un’unica domanda continuava a martellargli nella testa: quante, quante volte ancora l’avrebbe persa prima che fosse per sempre?
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