Racconto di Mattia Azzini
(Seconda pubblicazione)
Ci sono sogni che rimangono appiccicati alla coscienza, persino ai meno appassionati di psicoanalisi come me. Sogni così conturbanti da perseguitarti anche dopo il secondo caffè del giorno. Quello di ieri notte rientra in questa categoria.
Ricordo un terreno completamente carbonizzato; qua e là si scorgevano zampilli di lava, sebbene non vedessi alcun vulcano. Il cielo era cupo, come mai ne avevo visti in vita mia: una tonalità così scura da rasentare il nero pece. Stringevo la cravatta che mio padre mi aveva regalato quand’ero ragazzino, l’unico regalo che mi avesse mai fatto.
Avevo dodici anni e lui l’aveva ricevuta da un signore facoltoso perché lo aveva aiutato ad arare i campi. Arrivò a casa un sabato mattina, aveva in una mano una gallina spennata e nell’altra un elegante pacchetto.
«Quan’ tadè entèrèt dùtur, ta la mètèrèt», disse, scompigliandomi i capelli, con le dita che sapevano di quell’inconfondibile aroma di fumo e terra.
Nemmeno lo ringraziai, feci una smorfia per esprimere la mia perplessità di fronte a un regalo così bislacco. Non potevo sapere che l’avrei indossata nelle occasioni più importanti della mia esistenza. In quella landa incenerita, quel regalo era tutto ciò che mi rimaneva.
L’unica persona laggiù era il portinaio del mio condominio, che indossava un elmetto e un giubbotto catarifrangente, immobile, su una sedia. Sembrava aspettare il mio arrivo.
«Non puoi portarla», disse perentorio, indicando la cravatta.
«Mario, per favore, ho solo questa» ricordo di aver detto, con un accenno di pateticità.
Non so come si sia evoluta la conversazione, so solo che Mario era irremovibile. Dovetti pagare il dazio doganale per proseguire, e in fretta. Lo sguardo del portinaio si faceva sempre più truce: non ci fu modo di persuaderlo. Quando mi voltai, Mario non c’era più, e il terreno dietro di me iniziò a sgretolarsi. Davanti a me, in un orizzonte indecifrabile si assiepavano nembi che si incupivano più avanzavo. E più andavo avanti, più gli schizzi di lava diminuivano. Avevo la sensazione che quelle nubi, o vapore, qualunque cosa fosse, mi stessero per avvolgere. Cercai di urlare ma non uscì alcun suono. Sentivo il cuore trivellare in petto, pensando mi avrebbe abbandonato a breve. Iniziai a sentire un rantolo animalesco, poi aprii gli occhi. Balzai verso l’armadio, in cerca della cravatta. Si formarono collinette di indumenti ai miei piedi. Analizzai ogni singola cravatta: quella non c’era. Mi balenavano in mente tre immagini a rotazione: i resti del piccione morto visto la mattina precedente. Il terreno che si sfaldava dietro di me. Mio padre che mi consegnava la scatola contenente la cravatta.
Sentivo che le mura del mio bilocale si stavano per stringere, mi avrebbero schiacciato nel giro di poco. Infilai dei pantaloni qualsiasi e uscì da casa, lasciando la porta spalancata.
Mi fiondai sulla porta più vicina alla mia, e bussai più volte. Un bagliore fioco entrava dalla finestra del pianerottolo.
(La carcassa. La cravatta. La terra carbonizzata.)
Sentii il clack di un interruttore, dei tintinnii indistinti e, infine, una voce ovattata chiedere da dietro la porta: «Chi è?».
«Io», risposi con un sommesso mormorio.
La porta si aprì di scatto, pochi centimetri, sufficienti per guardare fuori: Adele analizzò la situazione.
«Ma… cosa… non sta bene, signor Carlo?», disse, sporgendosi da dietro la porta. Il suo tono manifestò un misto di preoccupazione e perplessità.
Io scossi il capo; lei rimase a fissarmi, inebetita dal sonno. Mosse le labbra più volte, ma sembrava non le arrivassero le parole giuste.
Dopo qualche istante di esitazione, mi fece entrare nel suo appartamento. Cercavo di nascondere le mani per non mostrare l’eccessivo tremore, mentre lei mi indicava la poltrona gialla sulla quale sedermi. La casa era semibuia, solo una lampada da terra illuminava fiocamente la stanza.
Nell’aria aleggiava profumo di cibo, sembrava avesse cucinato qualcosa con un soffritto.
«Provi a bere», mi disse. Mi fece un sorriso pallido; le fissai le rughe che si increspavano sulla fronte.
«Lei stia qui seduto. Ora cerco il telefono e chiamo l’ambulanza, va bene?», disse, muovendosi avanti e indietro facendo ondeggiare la vestaglia, dalla quale si intravedevano i seni cadenti.
«No», risposi con tutte le energie che avevo. Niente ospedali, sarebbe stato peggio, pensai.
«No?», mi rispose, lasciando trasparire sul suo volto stanco l’assenza di un piano B.
«Sto meglio.»
Mi portò un altro bicchiere d’acqua, nonostante ne avessi uno davanti, ancora colmo. Non riuscivo ad allungare la mano. Ero troppo impegnato a sedare la paura antica, a cercare qualcosa che mi distraesse. Avevo bisogno di qualcosa di inutile e concreto, che non potesse far scaturire alcuna pulsione negativa. Vidi una manina argentata appesa al davanzale: trasalii.
«Non avendo nessuno che mi gratti la schiena… provvedo da sola», disse Adele, con il candore di un bimbo che rivela al genitore di aver rotto qualcosa in sua assenza.
Rimase a contemplare quell’oggetto come se fosse il suo totem, mentre tracannavo entrambi i bicchieri. Mi alzai, cercando di fare ordine. Mi picchiettavo le tempie con le nocche, credendo inconsciamente che questo avrebbe dissipato ogni angoscia.
«Stia, stia pure», disse lei, appoggiandomi le mani sulle spalle. «So cosa vuol dire, non è il caso che stia da solo».
Ricordai le volte in cui mia madre raccomandava al babbo di star seduto, viste le sue pessime condizioni di salute: «Ta ghét de stàsentàtsö!». E lui stava lì, su quel divano a due posti sgualcito in cui sprofondava, e sopportava stoicamente; pur sapendo che erano gli ultimi rimproveri che sentiva da parte di mia madre.
Mi abbandonai, ancora, sulla poltrona mentre Adele accendeva la luce della sala. Sotto le lampade a sospensione, i suoi capelli sembravano ancor più argentati.
«Mi dispiace di essere piombato qui…», le dissi.
«Spiace a me di non essere di grande aiuto», disse «capita, anche a me, di tanto in tanto, da qualche anno.» Volse lo sguardo verso il pavimento e storse la bocca, per qualche istante. Una mosca sbatteva insistente contro la plafoniera; fuori suonava senza sosta il pit-pit-pit-pit di un antifurto.
«E quando capita, ti getti in casa di vicini che conosci a malapena?» le dissi, svegliandola da chissà quale elucubrazione.
«Posso mentire?» mi chiese con un ampio sorriso.
Feci una risata forzata. Mi alzai per la seconda volta, pronto al congedo definitivo. Prima che potessi provare a chiederle scusa per il disturbo, mi disse: «Facciamo una passeggiata?», indicandomi con la manina metallica.
«Perché no?» ribattei, senza pensarci.
Sparì nell’oscurità del corridoio. Nel frattempo passai in rassegna tutta la cucina. Lo sguardo si fermò su un pezzo di stoffa beige sopra la credenza, sul quale era ricamato SAUDADE. Adele tornò con un lungo vestito scuro, volse anche lei lo sguardo verso quel vocabolo così melodioso, di cui non conoscevo il significato. Le uscì una tenera risatina, poi fece un cenno per invitarmi a partire, aprendo la porta.
«Quando sto male, faccio una passeggiata», mi disse sottovoce, «qualsiasi ora sia». I nostri passi erano insolitamente rumorosi sulle scale ma non era l’unico suono: al primo piano qualcuno stava ascoltando Lakmé di LéoDelibes, diffondendo le note in tutto il vano scala. Adele unì pollice e indice, muovendoli con eleganza in aria, come avesse una bacchetta in mano.
Il portinaio che stava all’ingresso, scrutava la strada. Aspettava, forse, che qualcosa accadesse, nella speranza di poter ingannare il tempo e il sonno. Appena uscimmo, salutò entrambi con il suo solito piglio esuberante.
«Dove andate a quest’ora?», chiese ironico, strizzando una bottiglia di plastica che teneva tra le mani.
«Una passeggiatina notturna» disse Adele.
«Attenti che su questa via vanno sparati… ve lo dico perché li vedo tutte le notti», rispose il portinaio in tono paternalistico.
«Servirebbero un giubbotto catarifrangente e un elmetto?», chiesi.
«Ha proprio ragione, Carlo, se volete li ho nello stanzino!», rispose, puntando l’indice verso la sua cabina.
(Le mani vuote. Le nubi. La dissoluzione.)
Rispose solo Adele con un riso smorzato, poi proseguimmo.
«Ti senti meglio?» Mi sfiorò il gomito, come se avesse paura di un eventuale rilascio di elettricità dal mio corpo. «Posso darti del tu? Siamo coetanei.»
«Certo. Non proprio coetanei, quest’anno sono settanta candeline.»
Passeggiammo senza una meta, alle prime ore del mattino. L’aria era fresca, e oltre ai canti melodiosi dei merli non si udiva nient’altro. Sembrava che Brescia fosse riservata a noi. Parlammo di tutto: film di Fellini, animali domestici, viaggi nel Regno Unito e patologie epatiche.
Passammo di fianco al Duomo Vecchio; sul marciapiede era ancora spalmata la carcassa del piccione. Il ronzare vibrante e nervoso delle mosche che si addossavano su di essa si udiva a distanza; sembrava avessero fretta di far sparire i resti del volatile. Sentivo in continuazione quel ronzio, era come se mi pedinassero. Per qualche istante rimanemmo in silenzio, fino al Capitolium, dove ci fermammo per dare tregua ai piedi indolenziti. Adele stava contemplando i resti del tempio romano quando si girò verso di me, come destata da un’improvvisa folgorazione, e mi disse:
«C’è qualcosa che ti turba?»
«Qualcosa… troppe, troppe cose.»
«Ho visto come hai guardato il piccione.»
«Penso a mio padre… è morto da un pezzo. Ho perso l’unica cosa che mi avesse mai regalato.»
«Una cravatta?»
«Come lo sai?»
«Sentivo che lo ripetevi sottovoce, quando ti ho aperto la porta.»
All’orizzonte spuntò una linea color arancio; le sinfonie dei merli si fecero più intense. Adele si incamminò a passo lento, io mi limitai a seguirla.
«L’ho persa a Lipsia, qualche settimana fa in un hotel. È ancora là, probabilmente in qualche sgabuzzino polveroso.»
«Vorrà dire che la prossima passeggiata notturna la faremo a Lipsia» disse Adele, come se fosse la scelta più ovvia.
Io mi limitai a ridere, credendo che con quella battuta volesse porre fine al discorso.
Tornammo a casa mentre la città si svegliava, le prime lamelle di sole si depositavano al suolo. Adele aveva un’espressione stanca ma al contempo serafica; di tanto in tanto mi guardava, come se volesse accertarsi che i nembi si fossero diradati.
Ci salutammo davanti alle rispettive porte, la mia ancora spalancata. Sembrava ci conoscessimo da decenni, dal modo in cui ci abbracciammo.
«Non è persa, la cravatta», disse lei. Mi accarezzò il gomito e mostrò un sorriso appena accennato.
«Non è persa.»
Rientrato a casa, mi diressi nella mia stanza. L’abat-jour era sul pavimento, le ante dell’armadio aperte, le lenzuola stropicciate intrecciate come fossero una fune. Mi sdraiai senza toccar nulla, immaginai me e Adele su un volo di linea. Mi addormentai sentendo l’eco di mio padre che mi redarguiva: «A dormer che l’è tarde».
Sognai di nuovo la terra carbonizzata: Mario, la lava, i nembi. Tutto come prima, ad eccezione di un elemento. Dietro alla caligine all’orizzonte, tra gli schizzi di lava, si intravedeva una figura. Mi misi a correre, mentre Mario, che aveva il timbro vocale di mio padre, gridava di fermarmi. Ignorai l’ordine. Continuai a correre verso la sagoma ornata dalla foschia; il viso le si illuminava grazie ai fiotti di lava, che si facevano più intensi. Mi sembrava di non poter più sentire nulla, tanto il vento sferzava con furia. I fiotti si moltiplicarono; riuscivo a fissare solo il suolo consumato dal fuoco. Quando alzai lo sguardo: Adele era ritta davanti a me. Un piccione se ne stava appollaiato sulla sua spalla, docile. Entrambi mi fissavano.
Il piccione si alzò in volo; lei mi afferrò la mano, conducendomi attraverso nubi sempre più lugubri, dove nemmeno la lava riusciva a portare un accenno di bagliore.
(La dissoluzione)
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