Racconto di Massimiliano Morgavi

(Seconda pubblicazione)

 

Era una bella mattina di sole opaco, foschia e neve. Mentre le lancette degli orologi della scuola si avvicinavano tutte insieme alle sette e cinquantacinque, gli studenti indugiavano nel piazzale, avvolti dai globi di fiato e nel chiasso del chiacchiericcio. Quando la campanella scattò, a modo di strillo da gallo strozzato e carica di novità sospese, gli studenti entrarono dal portone principale, invasero le aule, ancora indolenti, le risate ancora vive, nessuno ancora ai banchi. Fu il corpulento e ripetente Ara, giunto per ultimo, a dare l’allarme: — Arriva ragazzi. La Marcellina è sulle scale. — disse calmo, scrollandosi dal collo un residuo di neve ghiaccia. I compagni, di fronte a tanta audacia, sbarrarono gli occhi neri come ossi di nespola e si affrettarono ai posti. Una figura, in completo invernale nero, grossi scarponi pelosi ai piedi e dalla vaporosa testata di capelli biondo cenere, irruppe nell’aula, e sbattendo la borsa e il registro di classe sulla cattedra urlò all’indirizzo di Ara: — Aragone! Come ti permetti? Lo sai cos’hai detto? Quelli che mi chiamavano così sono tutti morti. Hai capito? — Ara, per nulla intimorito, mostrò i palmi delle mani, come per dire “Non è colpa mia se tutti in paese la chiamano così” — Aragone apri il libro — continuò la professoressa di francese Livia Marcella Rebaudengo, dal nome robosonante che la sola pronuncia evocava un reggimento di corazzieri cozzanti a cavallo sui Campi Elisi — Leggi la prima lezione, vediamo a che punto sei con la pronuncia — Ara ficcò una mano nella sacca e tirò fuori un libraccio, senza più copertina, ridotto oramai a un cencio di pagine tenute insieme dagli spaghi di rilegatura. Due ragazzi, seduti in un banco dalla parte opposta a quella di Ara, biasciavano segreti a labbra serrate.

— Per fortuna che c’è Ara. Forse si è dimenticata delle verifiche. — disse il primo, chiamato Churruca.

— Credo di no. Guarda, sta tirando fuori i fogli. Eccole, le verifiche con i voti — rispose il secondo, chiamato Il Loca.

Bonjeur Pierre… salut Marc…, te voici… enfin a Paris?Oui… vive les… vacances. leggiucolava nel frattempo Aragone con fatica. — et vos bagages?Voici ma… valise…

— Vada come vada, spero nella sufficienza — sussurrò Churruca.

…vous verrez…vous aimerez Paris…

— Sì, spero anch’io — rispose l’altro — Oggi la prof si è anche dimenticata l’appello.

Allons Pierre…tu as faim…allons manger quelche…chose…

— Aragone, basta così, mon Dieu!— intervenne la prof. Rebaudengo. — È un continuo duello tra te e il francese eh? Ma non sei stanco di ripetere sempre la stessa classe? Ti vorrai schiodare dalla prima media una buona volta? — così la professoressa predicante — Aragone Portami il diario. E voialtri silenti. Qualcuno vuole continuare la magra figura del vostro compagno?

Churruca, Il Loca e tutti gli altri, a quelle parole, si raggomitolarono dietro le schiene che stavano davanti a loro. — Aragone, nel mentre, si era alzato, seguito dagli sguardi dell’intera classe, e aveva posato sulla cattedra un’agenda color carbone. La prof. Rebaudengo Livia, evidentemente ancora chiamata Marcellina da taluni conoscenti, vivi e vegeti, tenne per qualche secondo una mano sul diario del ragazzo, fissandolo negli occhi, e l’altra sul registro di classe fuoriuscito dalla borsa. L’intera classe cuorbattente trattenne il respiro. Era il momento della decisione irrevocabile, che la classe conosceva bene, ovvero se iniziare una nuova spiegazione oppure scegliere il successore di Ara nell’interrogazione. — Non è neppure colpa tua — continuò la professoressa con un fatal sospiro — Su a Ca’ di Merli vivrai allo stato brado e … — Un’anima aveva avuto la pietas di piantarla lì con quell’umiliazione e pian piano bussava alla porta. — Avanti! — disse stizzita l’insegnante appoggiando la schiena alla sedia. La porta si aprì, e un uomo agitato, fasciato dentro a un maglione, dalla fronte sporgente e dall’occhiale nero fece alla professoressa segno un po’ urgente di uscire nel corridoio per due, anche tre parole.

— Che c’è Bordiga? — esclamò brusca la Rebaudengo. — Non tollero che mi si interrompa.

— Ecco … c’è che … — Il tenero Bordiga, segretario dell’istituto, dal cuore messo a dimora nella terra soffice di una cotta per la donna che ora aveva di fronte, pian piano aveva abbassato il tono di voce portandolo fino a un sussurro incomprensibile. — Come dice? Scusi Bordiga, parli più forte, non ho capito. Alors, tu as donné ta langue au chat?  — sbottò la Rebaudengo. — Sì insomma, la smetta di mangiarsi le parole — Bordiga, strangolato dall’emozione, socchiuse la porta. I ragazzi si guardarono gli uni con gli altri, quindi fecero silenzio per captare qualcosa. Il solito Ara, temerario sino al sacrificio, si alzò dal posto e andò a origliare alla porta, ma dopo pochi istanti veloce ritornò al banco. — Va bene Bordiga. Chi li accompagna? — chiese la professoressa rientrando.

— Sono stati affidati al professor Scapellato — rispose il segretario.

— E allora perché il preside non mi ha avvertita?

— Veramente… Non saprei… Lo chieda a lui…

Pour tous nos ancêtres les Gauloises! Je… — La prof Rebaudengo non riuscì a finire la frase.

Sabbinirica a tutti! E anche a te, Livia. — Una, due, tre creature erano entrate nell’aula. Per primi, lenti e impacciati, una ragazzina e un ragazzino, dai tratti berberi, la pelle di bronzo, gli occhi neri tutt’intorno come se volessero bucare ogni cosa, fasciati in giacche a vento calate sopra a vesti lunghe color avorio. Dietro stava un uomo, poco più alto delle prime, in verità, tuta da ginnastica, le guance rossastre raschiate della poca barba color del grano di luglio, così come i capelli, gli occhi celesti che tradivano una discendenza normanna. L’uomo, che pareva di pietra lavica, prese la parola, anticipando ancora la Rebaudengo che restò a mascelle aperte.

— Dunque — disse l’uomo, battendo le mani sulle spalle delle creature — lei è Farah e lui è Driss. Sono arrivati dal Marocco, il loro paese si chiama Ouarzazate. Vi invito a cercarlo sulla carta geografica. Sono venuti a vivere qui, in Italia. E questa sarà la loro scuola. — La classe restò immobile, ma Churruca con il ginocchio diede un colpetto a Loca, indicando al compagno di banco qualcosa nei due ragazzi marocchini.

— Hai visto? — disse Churruca.

— Sì — rispose Loca — E allora?

— Per quanto ne so, parlano solo arabo e francese — continuò l’uomo, che poi rispondeva al nome di Scapellato Giovanni, professore di educazione fisica.  La Rebaudengo intervenne, gelosa del fatto che quel piccolo siculo le stesse rubando la scena.

Bien! Tout d’abord, bienvenue les gars! Siete i benvenuti. — Quindi si rivolse alla classe. — Ne approfitteremo per conversare in francese e fare la conoscenza dei vostri nuovi compagni, va bene? E ora, caro Giovanni, vai pure, a questi ragazzi baderò io. Grazie.  —  Ragazzi con voi ci vedremo tra un’ora. E tu, cara Livia, mi raccomando, fai la brava. Tratta bene i nuovi arrivati. Non fare come al solito. — ribatté il professor Scapellato. Il segretario Bordiga, accortosi delle occhiatacce di fuoco che gli stava lanciando la Rebaudengo, si destò dall’attacco di trance amorosa, prese per un braccio il professore e insieme sparirono su per le scale. Ora che aveva il pieno controllo della scena, la Rebaudengo spalancò il suo miglior sorriso alla classe, ma gli occhi di Churruca e Loca erano fissi sui due ragazzi magrebini.

***

— Bordiga, dobbiamo salvare quei ragazzi.

— Ma che dice, professore?

— Fidati di quel che ti dico. Spero di sbagliarmi.

***

Il trillo della campanella del cambio d’ora strozzò in gola l’ultimo sorso di caffè al professor Scapellato. — Bedda Matri! Già le dieci sono? Bordiga dove sei? Andiamo. — Arrivarono nell’aula che già un parapiglia diverso del cambio dell’ora era in atto: la Rebaudengo parlava con il signor preside, il preside che ascoltava la Rebaudengo e allo stesso tempo guardava la Servetti, professoressa di lettere che tentava di asciugare le lacrime dagli occhi neri e lucidi di Farah e Driss. — Quindi? Che succede? — sbottò il preside.

— Ah non ne ho idea. Sono arrivata un minuto fa. Lo chieda a Livia. — rispose la professoressa Servetti, come se la cosa non la riguardasse.

— Ho iniziato conversazione in francese, dato che queste creature non parlano ancora l’italiano — rispose la Rebaudengo a braccia conserte. — Volete sapere una cosa? Non hanno mai visto la neve!

— Interessante, ma vorrei sapere perché stanno piangendo! — esclamò il preside.

— Ho chiesto di parlare del loro paese, dei loro nonni e dei loro amici che forse non rivedranno più. Tutto qui — chiuse acida la professoressa. Il preside e la prof Servetti rimasero qualche secondo a bocca aperta, ma Scapellato, arrivato da pochi istanti, no. — Ci penso io a loro. Adesso ho lezione con questa classe. Per due ore saranno miei. In fila per due. Forza ragazzi. Bordiga! Vai in testa. Adesso si esce. Andiamo in palestra — continuò il professore — Se non l’hanno mai vista, un po’ di neve calpestata gli farà bene. Le novità di solito aiutano — Prima che il preside, la Servetti e la Rebaudengo potessero replicare, Scapellato con un ampio abbraccio aveva unito Farah e Driss in fondo alla fila, che si era già mossa in avanti. — Tenete, vi piacciono le caramelle di rabarbaro? — I due ragazzi tirarono su col naso, guardando Scapellato, Driss prese la caramella e la mise in tasca. — Merci — disse. Farah, dal volto incorniciato come una madonna, sfasciò la carta e prese a masticare la caramella. La colonna guidata da Bordiga uscì dal portone principale, imboccò la discesa nera e bianca e in breve raggiunsero il marciapiede, costretti a passare in mezzo a un sentiero fra cumuli alti di neve ghiaccia. La foschia era diventata nebbia, e sì che erano da poco passate le dieci del mattino.

— Dobbiamo dirglielo a Scapellato. Ma ce ne siamo accorti solo noi? — disse Loca.

— Sembra proprio. E poi forse a loro va bene così — rispose Churruca.

Croccava la neve sotto gli scarponi. Bordiga fermò il traffico e la colonna attraversò la strada imboccando il viale in direzione della palestra, situata nella zona sportiva.

— Bordiga, ma che minchia fai? Sulle zebre la prossima volta. — urlò secco il professore dal fondo della fila.

Il campanile della parrocchia batté le dieci e mezza e i ragazzi marocchini, colti di sorpresa, fecero un balzo, alzando di scatto la testa e guardandosi attorno.

— Che avete ragazzi? Sono campane. Non le avete le campane in Marocco? Biancamaria, come si dice campana in francese? — Silenzio. — Allora, chi lo sa? Nessuno? Ma cosa v’insegna la Rebaudengo? — esclamò Scapellato. I ragazzi camminavano come soldati tra due cumuli di candore sporco, i loro giacconi, invece che tristi e grigioverdi, formavano i colori dell’arcobaleno. Alcuni tiravano palle di neve, altri ridevano e schiamazzavano. Quando la colonna giunse nel piazzale, ancora invaso da un buon palmo di neve fresca, il professore disperse il gruppo.

— Forza ragazzi, calmina supra la nivi va beni pi tia! Dieci minuti, poi andiamo negli spogliatoi e ci canciamu li scarpi — Gli alunni avevano capito prima che il professore terminasse e si erano sparpagliati in uno scompiglio chiassoso. Bordiga si avvicinò con aria interrogativa.

— Scusi professore, può ripetere?

— È dialetto di Vizzini. Lo sai dov’è Vizzini?

— Sì. Cos’ha, nostalgia della Sicilia? — Scapellato ficcò le mani nelle tasche.

— Può darsi. È che oggi è na jornata strana.

I due ragazzi marocchini, invece, avevano trovato un ritaglio di asfalto nero e pulito, e si erano stretti l’una contro l’altro. Scapellato abbassò lo sguardo e capì. Sotto la veste, Farah e Driss avevano i piedi nudi, rossi di gelo, dentro a sandali di cuoio fradicio, e senza mai protestare avevano camminato, pestato e scalciato nella neve.

— Santa Virdini Maria… — sussurrò Scapellato, e fece per slanciarsi verso i due ragazzi.

— Aspetti professore. Ci parlo io.

— Tu Bordiga?

— Sì. Ehm… conosco il francese. A casa leggo libri solo in francese. Cosa ci posso fare… è la mia passione — sussurrò il segretario arrossendo.

— Va bene. Vai! Pi l’amuri di Dio. Di’ loro che mi scuso e can un mi n’era accortu ca eranu senza scarpi — Bordiga fece un cenno come per dire “Ci penso io”, poi raggiunse i due ragazzi.

— Salut. Le professeur s’excuse. Personne n’avait remarqué que vous n’aviez pas de chaussures…

— Ça ne fait rien. — rispose Driss. La chiacchierata continuò. Scapellato, ansioso in disparte, tirava sospironi, cercando di capire, ma senza successo. Finalmente Bordiga salutò i ragazzi.

— Allora? — chiese Scapellato. Bordiga fissò per qualche secondo il professore.

— Tutto bene. È vero che non avevano mai visto la neve. Dove sono nati non nevica da cinquant’anni. E pazienza se hanno i piedi freddi. Solo… una cosa.

— Cosa? — chiese Scapellato.

— A Farah la caramella di rabarbaro non è piaciuta.

— E allora perché l’ha mangiata lo stesso?

— Perché non voleva offenderla. E da masticare le sembra molto più buona la neve.

Farah prese un poco di neve, ne fece una palla e come una mela le diede un morso, compiaciuta.