Racconto di LiberaRedazioneInLiberoTempo

 

L’aria nell’Habitat sette, l’avamposto orbitale terrestre, era satura di un profumo che la maggior parte dei suoi abitanti non aveva mai sentito: pino naturale. Non era un aroma sintetizzato dai purificatori d’aria ma il profumo di un vero albero, coltivato in una micro-cupola bioponica.

Elara, dodici anni e nata nello spazio, indossava il suo “maglione termico” auto-adattivo, che pulsava di calore e colori vivaci. Guardava l’albero con un misto di meraviglia e scetticismo. “Non riesco ancora a capire,” disse a suo nonno, Kael, “perché le luci sono ‘avvolte’ invece di fluttuare liberamente con la gravità zero. E perché così tante fibre ottiche obsolete?”

Kael, i cui occhi portavano il ricordo della gravità terrestre, sorrise. “È la tradizione, piccola mia. È la rievocazione. Sulla Terra, il Natale era tutto incentrato sul calore, sulla gravità e sul tempo che scorreva lentamente.”

Il 25 dicembre 2225 era molto diverso. Non c’era neve, solo il nero infinito dello spazio e l’abbagliante, non filtrato splendore del Sole. Il tradizionale “pranzo di Natale” era una serie di nutrienti stampati in 3D: un arrosto di sintesi al gusto di noce e patate di coltura idroponica, perfettamente bilanciato per il metabolismo a bassa gravità.

Il vero evento della giornata era la “Connessione Globale”. Tutti gli abitanti dell’Habitat 7 si riunirono nella sala comune a cupola. Quando l’orologio segnò le 14:00 (l’ora in cui, sulla Terra, cadeva il picco dei fusi orari), la grande schermata in policarbonato si accese.

Non si trattava di videochiamate individuali. Era un flusso di coscienza collettivo in Realtà Estesa (XR). Milioni di persone, dalla Città Sotterranea di Nuova Pechino alle colonie sottomarine di Aquatica, condividevano simultaneamente le loro visioni del Natale.

Elara mise il suo visore ottico e fu subito investita. Non era più nella sala comune fredda. Era a casa, sulla Terra. Vedeva attraverso gli occhi di una bambina nel deserto rigenerato dell’Australia, che giocava con un drone da compagnia. Sentiva la musica jazz di un club galleggiante a New York. Per un istante fugace, sentì persino il peso della gravità, un brivido di nostalgia non sua.

Fu in quel momento che vide il nonno Kael, in piedi accanto all’albero di pino. I suoi occhi non erano sul visore ma sul piccolo albero vero. “Anche con tutta la tecnologia del mondo,” mormorò Kael, le sue parole filtrate solo ad Elara, “nulla sostituisce il profumo di una cosa reale.”

Elara si tolse il visore. Il frastuono digitale si spense, lasciando spazio al leggero ronzio dei sistemi di supporto vitale dell’Habitat. Si avvicinò al nonno e gli strinse la mano. Il suo maglione termico si scaldò in risposta al suo battito cardiaco accelerato.

“Buon Natale Orbitale, Nonno,” disse. “Buon Natale, Elara,” rispose Kael. “E ricorda: trasformare il mondo, come diceva Marx, significa anche preservare ciò che è prezioso.”

E in quel momento, tra l’odore del pino e la vista della Terra che girava silenziosa sotto di loro, Elara capì che la magia del Natale non era la gravità, la neve o la tecnologia ma il semplice, non programmabile calore della connessione umana.