Racconto di Silvia Golfera
(Seconda Pubblicazione)
Quando siamo arrivati nel piazzale era notte. Il fango schizzava sotto le ruote. Ho messo i piedi a terra e gli stivali sono affondati in una melma morbida e scivolosa.
-Mi si rovinano gli stivali, ho detto.
-Poi pulisci, ha detto lui.
Il nostro viaggio di nozze finiva lì.
S’intravvedeva la sagoma di una casa solitaria. Anche nel buio la s’indovinava scalcinata e cadente. Se ne stava lì, in mezzo al niente. Si avvertiva però un brusio lontano di traffico e di città.
Janko ha tirato fuori dal baule dei pacchi e io lo volevo aiutare. Ma lui mi ha spinta via.
-Sta ferma, dico io cosa fai.
La casa sembrava abbandonata, le finestre sigillate. Ma appena entrati mi è salito nel naso un vapore tiepido di cucina, di fumo, di sudori dolciastri. Si udivano bisbigli, voci, strilli. Una striscia di luce incorniciava una porta chiusa. Janko l’ha aperta e tante donne gli hanno fatto festa. Una l’ha stretto al collo, che lui barcollava e quasi cadeva per terra, alcune lo accarezzavano come un peluche, un’altra gli tirava la mano.
Eravamo in un grande cucina, un tavolo, delle sedie spaiate attorno, sotto la finestra un divano sfondato, un televisore. Dappertutto bottiglie vuote e posaceneri pieni. Ma accanto al televisore, in un angolo, stava un vero albero di Natale, un’esplosione di fiocchi e palline luccicanti e bigliettini dei desideri, col puntale rosso e tutto.
Janko rideva adesso e la pancia gli sobbalzava. Le mani gli cadevano dentro i vestiti delle ragazze.
-E questa chi è? Una nuova? ha detto una.
Janko mi ha guardata. Sembrava stupito di trovarmi lì.
-Questa è mia sposa, mia regina Ester. Anche vostra regina.
Delle ragazze si sono avvicinate e mi toccavano. Una con gli occhi grandissimi e un collo da giraffa, mi ha tolto la pelliccia e l’ha appoggiata su una sedia dalle gambe storte.
Mi scrutava.
-Io sono Anja, ha detto.
In quel momento nella stanza è entrata una vecchia che borbottava arrabbiata. Degli occhiali con le lenti sporche le scivolavano sulla punta del naso e la bocca era un’unica grinza.
-Fora tutte, che devo fare il mangiare, ha gridato.
-Donka, non contenta che io vengo qui? Janko l’ha sollevata fra le braccia.
-Sì, sì, ma io devo lavorare. Cucinare, pulire, rammendare… non ho testa per queste minchiate.
-Ma se fai un mangiare di merda, ha sghignazzato una.
-Ehi, ehi, ragazze, rispetto per Donka. Lei come vecchia mamma sempre lavoro… ma perché tutte finestre chiuse?
-Non voglio che un delinquente viene a metterci il naso.
Janko ha aperto la finestra e spalancato gli scuroni. L’aria gelida si è mescolata al vapore fitto della stanza.
-Ho freddo, chiudi! ha strillato una con un vestitino corto.
La finestra dava sul piazzale, nero come la morte.
Anja ha tirato via la molletta che mi teneva i capelli. Io cercavo di sorridere per la vergogna e le spalle mi si sono incurvate a nascondere il seno che mi fa più vergogna di tutto.
Mi ha preso la mano e mi ha trascinata attraverso un corridoio scuro in una stanza scura, ma piena di specchi. C’era un grande letto.
-Questa è la camera di Janko, ha detto.
Mi ha fatta sedere su uno sgabello. Ha preso una spazzola e mi pettinava.
-Oggi è Natale. Devi essere bella. Se no quelle se lo portano via.
Nella stanza faceva caldo e gli specchi mi davano il capogiro.
Me ne ha messo uno dietro la testa per mostrarmi i capelli.
-Soddisfatta?
Ha preso da un armadio un vestito azzurro con le spalline, di una stoffa che si scioglieva fra le dita.
-Mi fa freddo.
-Janko ti riscalderà.
Quando siamo tornate in cucina ho visto la sorpresa negli occhi di Janko.
Le ragazze cercavano di distrarlo.
-I regali, dobbiamo aprire i regali, gridavano, tirandolo di qua e di là.
I pacchi adesso erano sotto l’albero.
-Regali dopo, ha detto.
La vecchia aveva messo in tavola. C’erano certe polpette piccanti e poi salsicce, formaggi e dolci, ma più di tutto, sulla tavola, passava la rakija.
La notte si era sbiancata. Dalla finestra arrivava il riflesso della neve, che aveva cominciato a cadere.
Una ragazza, che si chiamava Pola, è saltata sul tavolo, scalciando via quello che le capitava fra i piedi. Tutti ridevano, tranne Donka.
-Porca puttana, che tanto tocca a me raccogliere le vostre sporcizie.
La ragazza si è messa a cantare con una voce che saliva piano piano dai piedi al cuore. Sui baffi di Janko si erano formate delle goccioline.
-Hai voce che ubriaca, troppo bella per strada.
Lui era già ubriaco per conto suo, perché si era versato spesso della rakija e ora si attaccava direttamente alla bottiglia.
-I regali, ha detto.
Ha ordinato a me di distribuirli. Ma i suoi ordini non erano chiari.
-Il pacco rosso a Myriam.
Di pacchi rossi ce n’erano tre.
-Quale?
-Quello rosso, scema.
Allora ne ho preso uno a caso e l’ho dato a Myriam, che ci ha trovato dentro una tutina da neonato.
-Io non ho bambini, ha detto, mi vuoi augurare sfortuna?
Tutti sghignazzavano.
Alla cantante è toccato un collare col guinzaglio e se l’è messo al collo, a un’altra una scatola di sigari e a Janko un cappellino di pelo rosa. Ha cercato di ficcarselo in testa, ma la sua testa era troppo grossa. Tutti lo prendevano in giro.
La più fortunata sono stata io, a cui sono toccati dei guanti di tigre. Però sono stata anche sfortunata, perché poi non li ho più trovati, che qualcuno se li era fottuti.
Janko ha battuto la mano sul tavolo e si è fatto silenzio:
-Ora tutte al lavoro che questo ben di Dio non piove dal cielo.
-Fa un freddo cane, nevica.
La neve adesso vorticava contro il vetro della finestra, come se volesse rifugiarsi al caldo.
-Lavoro scalda.
-È la notte di Natale, anche noi siamo cristiane.
-Voi questa notte tanti soldi. Se brave io lascio piccolo regalo per voi e vostri figli lontani, e di nuovo ha battuto la mano.
-Persino i cani, stasera, se ne stanno al caldo, ha lamentato una.
-Vedrai che cani mettono fuori muso, se sentono odore di puttane.
Mentre le donne si strappavano dalle sedie, Janko si è infilato uno stuzzicadenti in bocca. Mi ha allungato una mano, ma la cantante si è messa di mezzo:
-Resta con me, stasera.
Janko la guardava in silenzio.
-Ti ridarò quello che perdo.
Gli ha messo in mano il guinzaglio.
I baffi di Janko hanno avuto un tremolio.
-Porta a spasso la tua cagna. Per la piccirilla hai tutta la vita.
Mi hanno mandato a dormire in una camera senza specchi, sei letti vuoti, armadi e pareti spoglie. Mi sono infilata in quello vicino alla finestra, perché mi piace gustarmi la neve fredda e la notte fredda dal caldo della casa.
I fiocchi bianchi erano diventati un mare bianco in tempesta. Una tempesta morbida e silenziosa. Tutta quella neve riempiva il mondo, riempiva la notte che non era più veramente notte.
La neve di Natale è pulita, si sporca solo quando tocca la terra.
Dentro quel bianco vivo potevo sognare.
-°-
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