Racconto di Maurizio Faretta

(Seconda pubblicazione)

 

Un vecchio uomo si avvicinò al mobile che adibiva a scrittoio e sotto il lume di un candeliere iniziò a scrivere con la sua grafia incerta. “Eccellente Monsieur d’Arby, caro amico mio, gli inverni cominciano a diventare freddi e duri per me e siccome senza la memoria non ci sarà più storia, vi racconterò in questa mia lettera i terribili giorni della peste che colpì la mia bellissima città: Venezia. E che, per quanto orribile sia la verità di quei infausti giorni, non dovrà essere dimenticata. Perciò vi racconterò quando io Tommaso Zenatti ero medico ai servigi della Serenissima Repubblica di Venezia. Era il 1630. Niente fu così spaventosa come la peste. Il morbo proveniva dall’Oriente e tutte le navi che arrivavano a Venezia, portando ricchezza, potevano trasformarsi in vie di contagio. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, trasportarono anche la morte nera.

Caro amico mio, neppure le guerre offrivano uno spettacolo così terribile. La Repubblica Serenissima cercò di fermare l’epidemia con una serie di dure leggi. Furono chiusi i luoghi pubblici: mercati e negozi, perfino le chiese. I “piombi” le carceri furono svuotate, la gente moriva e occorreva manodopera, così i detenuti vennero arruolati come “pizzegamorti”. Potevano circolare solo loro con gli infermieri, i becchini e noi medici. Tutti dovevano essere riconoscibili e dovevano portare i segni distintivi visibili anche da lontano. Ad esempio i lavoratori del porto i “bastazzi” chiamati così perché trasportavano i pesi (basti) erano facilmente riconoscibili per il loro vestiario: casacca, braghe e camicia di tela ruvida, nei colori azzurro cenere o giallino pallido, e larghe bretelle rosse o bianche incrociate sul petto o sulla schiena. Le merci però non arrivavano più e per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “Chi gà morti in casa li buta zoso in barca”. Una nave era usata dal magistrato e poco dietro l’albero “grando” era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. Per le strade cresceva l’erba, Venezia era diventata una città di morti.

Noi medici indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole. Il mascherone era simile al becco di un corvo, era così fatta per contenere erbe aromatiche e spugne imbevute d’aceto per non respirare la pestilenza. Facevamo fatica a camminare per i “campi” e i “campielli” perché l’abito era lungo e pesante, un “sacco” nero che ci copriva dalla testa ai piedi.  Alzavamo le vesti dei malati con un lungo bastone e operavamo i bubboni con bisturi lunghi che erano purtroppo scomodi e poco utili. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da “fignoli, pustole, smanie” e mandavano un odore fetido.

Per tentare di purificare l’aria dal morbo si accendevano fuochi con legno di ginepro che veniva fatto arrivare appositamente dall’Istria e dalla Dalmazia.

Avevamo un’unica medicina per curare i malati, un composto di 62 ingredienti che includeva carne di vipera ed estratto d’oppio. I ricchi morivano come i poveri. Ottantamila veneziani morirono in diciassette mesi; dodicimila nel novembre del 1630; in un solo giorno, il 9, furono cinquecentonovantacinque.  Gli uomini e le donne malati venivano portati nell’isola del Lazzaretto Vecchio; le persone che erano state a contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo. L’isola si trovava all’ingresso della laguna, a nord-est di Venezia, era posta proprio di fronte all’isola di S. Erasmo,

nell’antichità ebbe una funzione strategica a controllo delle vie acquee verso l’entroterra. All’inizio dell’epidemia, venivano ricoverate le navi e gli equipaggi di quelle navi sospette di portare un contagio, perché provenienti da zone contaminate o che trasportavano merci infette. Ora era diventato l’ospedale degli appestati. L’organizzazione faceva capo ad un priore, dipendente dal Magistero della Sanità, c’erano i guardiani, che scortavano i passeggeri delle navi alle camere. Il “Tezon grando” costruito nel 1500 per estensione era grande quanto le corderie dell’” Arsenale”. L’isola, che una volta era stata il luogo di contumacia (o quarantena) per uomini e merci provenienti dai quattro angoli della Terra, con la peste si era trasformato in luogo di morte. Un gigantesco cimitero dove non c’era più’ posto dove seppellire i morti. Vennero allestite fuori dalle mura gigantesche fosse comuni. Un luogo di strazio, dove arrivavano alla loro fine tutte quelle povere anime. Le continue morti costringevano i becchini ad aprire e chiudere le tombe. Durante uno di questi scavi fui testimone di un episodio orribile. Durante lo scavo per una nuova sepoltura, nel cimitero del Lazzaretto Nuovo, i necrofori si imbatterono in una tomba recente. Trovarono il corpo di una donna, non risultava decomposto era praticamente integro, era un “non- morto”. Il suo ventre era gonfio e si vedevano con chiarezza tracce di sangue sulla bocca. Si nutriva del sangue degli altri morti per raccogliere le forze, uscire dalla tomba e propagare il contagio. Trovai l’uomo, che aveva rinvenuto quel mostro, sconvolto dentro una stanza di purificazione. Cercava con il fuoco di purificare l’aria dall’odore di putrefazione. Era un mercante polacco, che aveva perso la sua ricchezza e la famiglia. Ora, l’unico scopo della sua misera vita era accompagnare quei poveri resti nella fredda terra. Iniziò a parlare balbettando per la paura nella sua lingua straniera: -Nachzehre-. Nella mia terra chiamata Kashubia, durante le guerre e le carestie comparivano questi mostri i “Nachzehrer,” un tipo di vampiro il cui nome poteva essere tradotto nella vostra lingua come “divoratore della notte” o anche “masticatore di sudario”. Un quasi-morto, un essere che non poteva morire ma che non riusciva neppure a trasformarsi in vampiro.

Avvolto nel sudario dentro la tomba, in una specie di torpore, lo Nachzehrer masticava la tela dei suoi vestiti, azzannando pure le proprie mani. Poteva nutrirsi, anche di eventuali cadaveri vicini. Fatto che serviva per assorbire le residue energie vitali degli individui a lui prossimi, in questo modo riusciva così a fortificarsi fino a riemergere dalla tomba e diventare un vampiro.

Ero sconvolto da quella rivelazione, ma ero fermo nell’idea che quella terribile creatura non poteva rimanere a profanare i corpi dei miei concittadini. Attesi che il povero polacco potesse riprendersi e cercai tra le stanze del Teson, un paio di “Pizzegamorti”, uomini senza paura, che in passato erano stati assoldati come sicari ed erano stati accusati di alcuni omicidi tra Treviso e Castelfranco. Uomini duri, figli di questi tempi terribili. Li trovai, avevo il loro rispetto e ubbidirono ai miei ordini. Uscimmo dal “lazzaretto Nuovo” per recarci dove era stato visto il “divoratore della notte”. Era tutto buio, i rumori della notte ci rendevano particolarmente nervosi. Arrivammo alla fossa e i miei occhi tra i lumi delle candele videro quell’orrenda creatura.

Era una donna. Era stata presa dal demonio quand’era in vita, uccisa dalla peste e da non-morta si nutriva dei cadaveri vicini. Sicuramente, ne sono certo, fu causa di diffusione della pestilenza. Era in attesa di raccogliere le forze e uscire dalla sua tomba. C’era un solo modo per fermare questo vampiro: impedirgli di cibarsi. Il polacco trovò ai nostri piedi un mattone, i monatti afferrarono con rudezza il mostro, che si muoveva con estrema lentezza. Fermarono la testa e a forza gli infilarono in bocca il mattone, giù fino in fondo, spaccando denti e mascelle, secondo un rito consolidato e sfidando il contagio e la morte stessa. Lavorarono alacremente finché la fossa fu coperta totalmente di terra. Pensai a quello che dicevano i frati e i preti, che indicavano il Demonio e l’ira divina come vere cause di tutto quell’orrore calato su Venezia. La situazione era davvero tragica. Allora il doge

Nicolò Contarini, a nome del Senato, fece voto solenne di edificare una chiesa se la Vergine avesse liberato la città dalla spaventosa malattia.

Durante l’inverno la peste si affievolì, ma nel marzo del 1631 ebbe una recrudescenza. Solo in autunno fu debellata. Il Contarini era morto e il nuovo doge, Francesco Erizzo, volle subito adempiere al voto. Bandì un concorso per l’edificazione del tempio, ma intanto venne costruita una chiesetta di legno riccamente addobbata a ridosso del “Canal Grande”. I veneziani si recarono in processione ad esprimere la loro riconoscenza alla Madonna.

Eccellente Monsieur d’Arby, caro amico mio, questo è quanto, monsieur: ve ne affido la testimonianza per i posteri. Sempre vostro, Tommaso Zenatti, medico ai servigi della Serenissima repubblica di Venezia.”.

Il vecchio medico era stanco, ma felice, perché in quella notte era riuscito ad ultimare quella lunga lettera a testimonianza di quel lontano e terribile passato. Le palpebre facevano fatica a rimanere aperte e il corpo era appesantito dalla fatica. Sentiva una sensazione di freddo tra le spalle, era una sensazione strana, che aveva provato unicamente anni prima, durante il periodo della peste. La candela si spense improvvisamente e nella stanza aleggiò un odore innaturale, che sapeva di putrefazione e morte. Una creatura attendeva paziente alle sue spalle, vestiva un sudario logoro, sporco di sangue e tra le mani scheletriche aveva un mattone rosso. Un gridò disperato si udì nel cuore della notte, poi un tonfo e la stanza ritornò buia.

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