Racconto di Francesco Manciola

(Prima pubblicazione)

 

 

o di come l’affinamento dei sensi per mezzo di tavola rotante salvò Vienna dai turchi.

 

In letteratura non ve n’è traccia, ma è probabile che il medico tedesco Friedrich Trendelenburg, per concepire la sua posizione anatomica, si sia ispirato alla storia del soldato Morpurgo.

Verso la fine dell’impero asburgico circolava tra gli intellettuali un libello del cantore Zunser in cui le gesta di Ismaele Morpurgo venivano narrate in rima. Era una pubblicazione colta che intendeva educare al patriottismo la gioventù dell’impero.  Il libello subì una triste sorte durante il rogo di Bebelplatz del 1933: i nazisti non avrebbero mai potuto accettare un ebreo tra gli eroi della nazione.

La storia si svolge nell’anno 1683, quando i turchi di Kara Mustafà, Gran Visir del sultano Mehmet IV, stavano cingendo d’assedio Vienna. L’imperatore Leopoldo I d’Asburgo e i nobili al suo seguito fuggirono prima a Linz e poi a Passau, lasciando le difese di Vienna nelle mani della fanteria regolare e di milizie di cittadini volontari.

Per mesi le campagne circostanti furono battute da bande di tartari a cavallo che in sparuti gruppi incendiarono i villaggi e uccisero chiunque si fosse trovato sul loro cammino. Torme di contadini caricarono le proprie masserizie e si rifugiarono in città.

I vessilli turchi imperiali sventolavano sulla sommità delle colline intorno a Vienna. Gli assedianti avevano scavato una rete di gallerie per arrivare a minare i bastioni. I turchi conoscevano bene i punti vulnerabili della difesa grazie a una efficiente rete di spie, ma i loro grossi cannoni non erano stati in grado di abbattere le massicce mura.

La leggenda narra che i viennesi rilevarono il movimento degli zappatori turchi osservando il lieve increspamento dell’acqua contenuta in bacinelle posate a terra. Seguendo i piani dell’ingegner Ernst Rüdiger von Starhember i viennesi  intercettarono i passaggi nemici arrivando a cruenti scontri sottoterra.

Un’altra arma fu l’orecchio di Morpurgo, un vecchio artigliere in pensione. Era stato un allievo del compositore Pietro Antonio Cesti, ma decise di abbandonare il violino per seguire la carriera militare con Raimondo Montecuccoli che guidò le truppe austriache nella battaglia di San Gottardo.

La capacità di distinguere l’esatta distanza delle batterie avversarie e di calibrare il preciso contrattacco grazie al suo orecchio, gli aveva fatto ottenere il privilegio di cenare nella tenda degli ufficiali. Tutti, dopo lo stufato di manzo e i kipferl, restavano ad ascoltare l’artigliere che raccontava storie di turchi mascherati da donne per scappare alla fanteria imperiale; di contadini che trovarono nei campi tesori lasciati dagli ottomani e della storia del giannizzero Occhi di Vetro, rapito dal suo villaggio della Cariniza e cresciuto come un turco alla corte del sultano.

Viaggiò per tutta l’Europa e scampò alla morte una quantità incalcolabile di volte. Verso i cinquant’anni si ritirò nella casa a torre.

Si costruì un marchingegno bizzarro fatto da una tavola rotante. Il progetto gli era stato rivelato da un cerusico di Spoleto e gli era costato un cappone. Disteso sulla tavola Morpurgo si rovesciava all’indietro e restava gran parte della  giornata appeso all’ingiù. C’era chi lo chiamava der Hagende, l’Appeso, come l’arcano dei cartomanti zingari.

L’idea di coinvolgerlo nella difesa della città era venuta al suo vecchio compagno d’armi Arno Zweig al quale aveva salvato la vita durante un’epidemia di febbre dissenterica. Mentre gli altri soldati spendevano le loro paghe con le prostitute, Morpurgo visitava le stamberghe delle curatrici e acquistava i rimedi per ogni sorta di male.

Secondo Zweig Morpurgo avrebbe potuto prevedere le manovre delle talpe turche e le milizie cittadine si sarebbero mosse rapidamente per stanare gli assedianti nei loro cunicoli. Gli ingegneri imperiali lavorarono alla costruzione di un sistema di condutture in ottone che dai recessi sotterranei della città trasportavano i suoni nella casa di Morpurgo. Il musicista, nella sua posizione a testa in giù, era in grado di rilevare ogni minima incrinatura dell’aria e non appena udiva colpi di piccone o il rollìo dei barili fatti rotolare nelle gallerie, dava subito l’allarme innescando la reazione dei viennesi. Le milizie compivano fulminei attacchi trovando i turchi impreparati.

Kara Mustafà si vedeva già scorrazzare con i suoi giannizzeri per le vie della Mela d’oro, ma l’assedio si arrestò di colpo. Un esercito di più di centomila uomini fu arrestato dalla resistenza di ventimila uomini male armati e mal riforniti.

Si era a inizio settembre e i turchi intendevano dare l’assalto finale alle mura.

Un giorno piovoso la mano di una ragazza bussò ai battenti del portone di Morpurgo. La giovane entrò. Aveva un bellissimo viso sotto una chioma scura di capelli crespi.

«Salute a te cugino Ismaele, sono Lia, la figlia di Baruch di Salonicco. Sono venuta a chiederti albergo.»

Morpurgo notò le bianche mani affusolate della ragazza e i suoi occhi colore oliva.

«Che piacere sentire notizie del cugino Baruch. Che tu sia la benvenuta nella mia casa. Cosa ti porta in questa città in tempi così amari?»

«Da mesi mi trovo a Vienna al seguito di mio marito, Elif di Sebenico, che purtroppo è venuto a mancare. Attendo tempi migliori per lasciare la città e sono venuta da te, unico legame familiare in questa terra straniera.»

Detto ciò estrasse dalla custodia il suo strumento e iniziò a suonare. Morpurgo tornò alla sua infanzia, quando nel giorno di Purim lo zio Herschel faceva il mishugas con la marionetta di Haman. Quella ragazza suonava meglio del primo violino di corte. Dall’uomo a testa in giù colarono lacrime sulla fronte. Raddrizzò la tavola e scese ad abbracciare la nipote: sarebbe potuta rimanere con lui tutto il tempo che avesse voluto.

In quel frangente non prestò ascolto ai rumori sotterranei. La mina scoppiò con un boato che fece tremare le pietre del lastricato come un giocatore che per stizza fa sbattere con un pugno le tessere di domino sul tavolo. Una voragine inghiottì il lato sud della torre e si aprì un varco nelle mura. I primi giannizzeri che entrarono si diressero alla ricerca di Morpurgo; videro la ragazza affacciata alla finestra che sventolava un fazzoletto di seta nera.

Morpurgo fu portato al cospetto di Kara Mustafà e fu interrogato.

«Prima di entrare in città voglio sapere una cosa da te, vecchio ebreo. Dicono che passi il tuo tempo su una tavola rotante appeso a testa in giù. Perché?»

Morpurgo guardò a terra.

«Gran Visir, la tavola che mi sono costruito è un rimedio per il mal di schiena che mi fa camminare zoppo.»

Descrisse come costruì il marchingegno; di come in quella posizione anche i pensieri più complicati si sbrogliassero come un filo di seta.

Kara Mustafà fece requisire la macchina. Un messaggero trafelato piombò nella tenda annunciando che l’accampamento era stato attaccato alle spalle dalla cavalleria polacca di Jan Sobieski e che l’artiglieria tedesca stava martellando le alture del Kahlenberg, dove le forze turche erano state ammassate. Il Visir e i suoi giannizzeri batterono in ritirata.

Quando a Belgrado gli emissari della Sublime Porta lo catturarono e lo condannarono a morte per strangolamento, lo trovarono con la faccia tutta rossa, le gote e il ventre flaccido che sembravano debordargli dal corpo. Aspettava i suoi aguzzini a testa in giù, appeso al marchingegno di Morpurgo.