Racconto di Claudio Santoro

(Prima pubblicazione)

 

Uscì di casa blindando la porta, si nascose in tasca la chiave adornata dal portachiavi rumoroso e pensò: questa sarà la mia ultima ora di vita.

Mentre si accendeva una sigaretta non aveva dubbi. Messo di fronte alla banalità della fine capiva di essere stato sempre solo, si sentì sorpreso.

Tutte le amarezze degli ultimi tempi, i guai che aveva provato a trasformare in grandi occasioni – così gli avevano detto di fare e si era ripetuto e a volte lo aveva detto anche agli altri – e i buchi, anzi le voragini, enormi, profondissime e nerissime e invitanti su cui aveva provato a incollare una toppa eterna, adesso ridevano immobili in attesa del suo ultimo passo.

Attraversò il parcheggio incastrandosi tra due macchine, girò l’angolo e sfiorò con le dita il lungo muro di mattoni bianchi che separava il complesso residenziale dal piazzale ombreggiato del tabaccaio.

Tutto questo – i dilemmi e le amarezze e le voragini – e tante altre cose a cui sentiva di non riuscire più a pensare con la giusta dose di rammarico, di colpo gli risalirono in gola in rigurgiti acidi. Nonostante il bruciore, sentì un principio di sollievo. Persino l’ultima sigaretta avrebbe lasciato un sapore diverso.

Smettere di fumare. Fumare di nascosto a lato dello specchio. Pensare di nascosto. Fumare bevendo un prosecco e il senso di soffocamento per quell’intolleranza ai solfiti.

Non doveva pensare più alla sua vita di solfiti.

Mentre trascinava i lacci sporchi delle scarpe da ginnastica consumate, davanti a una corte di sanguinelle vide un piccolo passero scuro saltellare tra i rami.

Salta, pensò, salta quando potrebbe volare.

Si mise ad annusare con un nuovo appetito le foglie del grosso ulivo, ripensando ai salti che aveva tentato e ai voli mancati.

Il giorno prima era stato nell’ufficio di C. e quando l’aveva vista, la sua gonna a tubino di fintissima pelle, i sandali allacciati intorno alle caviglie sottili coi malleoli sporgenti e bianchi, lei era partita con: qui non puoi fumare, non ci pensare, non ci provare.

Nessuno aveva mai capito il suo sogno e andava bene così: chi ha bisogno di coltivare campi o di pensare ai sogni quando ha una cassaforte?

Mentre si allontanava dal piccolo passero nero e dall’ulivo, iniziò a gesticolare con la mano destra, facendo oscillare la sigaretta. Il portachiavi gli risuonava nella tasca.

Cos’avrebbe detto a C.? Una parte di lui voleva restare solo per non farle arrivare la cattiva notizia.

Se fosse rimasto, avrebbe rivisto quelle gambe lunghe tremolare nella gonna, oppure addirittura cedere, e i gomiti nudi atterrare sulla scrivania lucida, prostrata di fronte a una di quelle dee-idee che nascevano spontanee e inutili nella testa di C., ma in fondo, quella caduta teatrale di C. avrebbe forse reso meno acide, meno taglienti le sue cadute?

Iniziava a essere ansioso e sentiva nei dolori alle ossa, nei pacchetti di sigarette svuotati e stropicciati e stretti nelle mani, come fazzoletti sporchi di lacrime nella mano di un amante, il motivo segreto del suo tremore.

Quello che gli altri non avevano mai visto. Che solo lui sentiva da venticinque anni.

Mai più, si disse, mai più.

Decise anche che non avrebbe aspettato un’ora. Era troppo per quell’epilogo così a lungo atteso, preparato come un complotto anche mentre era convinto di preparare il futuro: quel finale su cui aveva fantasticato così tante volte come il più bel film nella mente del più tormentato regista, e con troppi sceneggiatori e firme in calce per una sola fine stanca.

In verità attese, anche se cercò di non darlo a vedere neppure a sé stesso. L’ulivo era sempre al suo posto, il passero no. Doveva aver preso il volo con il salto giusto. L’erba sanguinella sembrava cresciuta, s’era allargata intorno a lui come un’orda. E d’improvviso sentì il cuore pulsare forte e la vista era densa, vaporosa, e i suoni più profondi e persino calmi. Davanti al tabaccaio udì troppe voci e per non distrarsi accelerò il passo lungo il muro di mattoni bianchi, ma i piedi erano lenti, le scarpe sporche – per la prima volta si accorse che in un punto un laccio s’era quasi stracciato – e quei mattoni bianchi lo chiamavano uno a uno: una lastra di piccole voragini affamate e lui una statua prossima a sgretolarsi.

Quando giunse alla fine di quel tappeto verticale e si ritrovò nel parcheggio, ogni macchina lampeggiava di una luce accecante, e i raggi del sole colpivano i vetri e le carrozzerie squagliandole e quasi cantando in un rimbombo che non voleva abbandonare le sue orecchie.

Di nuovo davanti casa. Invece di far risuonare nel vuoto il portachiavi, prima di infilare la chiave nella porta blindata, lo strappò dalla tasca e lo lasciò cadere a terra in un piccolo tonfo metallico ammutolendolo per sempre; salì le scale comuni fino all’ultimo piano, posò la sua vecchia scarpa da ginnastica consumata sul parapetto e saltò.