Racconto di Rosemary Randi
(Prima pubblicazione)
Casa. 7 novembre. Fuori piove. Sono le 10,34
… Aspettiamo te, le figlie e il marito… Dio, ma che razza di lettera è? E c’è anche questa cartolina. Bel posticino, però. La montagna innevata, gli abeti e il resto. Le case sulla riga grigia, col tetto aguzzo. E in una ci abitate di certo voi, e magari avete anche la stanzetta col camino. Quindici anni. Non una parola in quindici anni e ora Aspettiamo te le figlie il marito. Stroonzii. Brutti stronzi. Le figlie. Come se non avessero un nome. Vi odio. AN-NA. MAR-TI-NA. Sette e undici anni. Sono bionde. Sono brave a scuola. Anna ieri ha messo l’apparecchio. E il marito, come se non lo sapeste, si chiama Vito. L’innominabile. Il bassista drogato. Il napoletano, per voi. Sì, quello che ho sposato. Andate affanculo. Crepate. Col cazzo che ci vengo nel vostro presepino di merda.
Casa. 7 novembre. 13.45 e continua a piovere.
Ha appena cambiato idea. Perché Elisa è fatta così. Vito dice che è sole e bufera e che a fare l’arcobaleno ci deve sempre pensare lui, da bravo guaglione qual è. Lei gli chiede tu cosa ne pensi, ma è una domanda tanto per dire, perché ormai ha deciso: a Varazzano ci andranno. Con le bambine. Domani tirerà giù lo scatolone dei costumi. Le maschere le tiene lì.
Lui alza le sopracciglia.
“Sicura?”.
“Di più”.
Vito sospira, batte una mano sul tavolo, si alza in piedi di scatto, e grande e grosso com’è, a momenti fa cadere la sedia, con lo spartito e le matite.
Martina scuote la testa e continua a fare gli esercizi di grammatica.
“Papà, attento, che se le rompi tutte, poi dove ci sediamo?”
Vito le dà un buffetto sulla guancia e allarga le braccia.
“Mo’ faremo un picnic”.
Anna poggia la Barbie sulle ginocchia e batte le mani.
“Sì sì sì! Picnic picnic picnic! Evviva”.
“Per quello c’è tempo, spero” fa Elisa, controllando il quaderno di Martina. “Ma una vacanza sulla neve, non vi piacerebbe?”
Sulla strada. 27 dicembre. Ore 11.30. Nubi all’orizzonte.
Anna chiede quando arriviamo. L’ultimo tratto è un po’ capriccioso, la montagna è così. Per arrivare devi sopportare un po’, ma poi viene la meraviglia, la musica vera, dice Vito.
“Ma a me fa male lo stomaco”.
Elisa si gira e le accarezza una gamba.
“Cerca di guardare dritto. Siamo quasi arrivati”.
Martina si appiccica alla portiera e alita sul finestrino.
“Non provare a vomitare sul mio piumino” fa, rivolta alla sorella.
Poi, giocando con la cerniera del taschino laterale: “Io però lo volevo rosso. Perché ce lo hai preso bianco?”
Nessuna risposta.
Martina non si dà per vinta.
“Eh, mamma?”
Vito lancia uno sguardo alla moglie, e subito continua a fissare placido la strada.
“Per vestirvi come Pulcinella, no?” risponde Elisa, controllando il cellulare.
“Mmm” fa Martina poco convinta. “Il berretto con la coda a punta però ce lo potevi anche risparmiare”.
Anna ripete che le fa male lo stomaco e che le viene da vomitare.
“Qui non posso fermarmi. Cantiamo qualcosa tutti insieme, su” dice Vito.
“Se canto è peggio, lo so” fa Anna con una vocina sottile.
Martina continua a esplorare il suo piumino. Ha trovato altri tre taschini. “Ma che nonni sono, se nemmeno li conosciamo?” fa, con voce annoiata.
Poi prende dal sacchetto le maschere col naso curvo.
“E queste?”
Nessuna risposta. Vito le tocca un braccio ed Elisa si riscuote.
“Tra un po’” dice, poi chiude gli occhi.
Può ancora rivivere la scena. I gesti. Le parole. L’odore delle fresie sul tavolino rotondo. Suo padre che le dice prendi i tuoi vestiti e le cianfrusaglie e finché stai col napoletano, alla larga da qui. Sua madre in un angolo è immobile, la testa bassa. Con una mano tormenta la collana di perle, l’altra, quella col rubino si sposta nervosa sulla gonna grigia di tweed. Non alza gli occhi per un ultimo sguardo. E lei nella mente la trattiene così, giurandole vendetta per quel vuoto.
Varazzano, 27 dicembre. Ore 12.30
Elisa si slaccia rapida la cintura, e sollecita Anna e Martina a fare altrettanto.
“Ci siamo. Presto, mettetevele” dice, indicando le maschere che ora le bambine hanno in mano.
“E non toglietevele per nessun motivo” poi, al marito “Suonalo tu il campanello, che i miei guanti sono troppo grossi”.
Vito borbotta qualcosa, sistemandosi la sciarpa, forse sul freddo cane che fa, forse sul fatto che quella pagliacciata non ha senso. Ma Elisa è decisa: ecco le figlie del napoletano, dirà. E le facce delle bambine resteranno nascoste dietro le maschere da Pulcinella, perché quei due non meritano di vederle. Poi fine. Sì, resteranno con un palmo di naso e loro quattro invece se ne andranno in albergo. E inizierà la vacanza.
Anna e Martina si sono appena messe i berretti bianchi con la punta lunga e le maschere nere col naso ricurvo, quando la porta si apre piano e se ne escono questi due vecchietti con la pelle stropicciata, che sanno di naftalina.
Piccoli, tanto più piccoli di come Elisa li ha lasciati. E il padre ha questo bastone e la madre è gobba, le mani che tremano e anche la bocca. Subito guardano le bambine, l’espressione di chi non capisce.
Anche Elisa si sente strana: né sole, né bufera, né niente.
“Decidi tu” fa, appoggiandosi a Vito.
E lui sa che è arrivato il suo momento e che può bastare un cenno a Anna e a Martina per portare l’arcobaleno.
-°-
Scrivi un commento