Racconto di GFM

(Prima pubblicazione – 17 dicembre 2018)

 

Non sto a dirvi il nome della città, la via o il perché. Il fatto è che nel 1992 la bazzicavo. Idem quella via trafficata, e un appartamento al primo piano che affacciava sulla stessa in piena curva.

Ieri, nel tardo pomeriggio, ero in quella città, dove del resto capito spesso per motivi di lavoro. Avevo un appuntamento ed ero in anticipo. Ero seduto al tavolo di un discreto bistrot in centro. Sfogliavo il giornale e davo sguardi veloci agli avventori. Gente più gente. Giovani, meno giovani, attempati. Caffè, tè, cappuccini, paste, qualcuno già all’aperitivo anticipato. Chi in piedi chi seduto, in un’atmosfera rilassata.

Dlin dlin. Il suono delicato dell’ingresso mi staccò dai miei pensieri. Vidi entrare un signore seguito da una bambina. Lei, le guance colorite per il freddo, si diresse nella mia direzione dove c’era un tavolo libero. Passandomi accanto, mi sorrise e disse timidamente: <buonasera>.

<buonasera>, risposi, a lei e al signore, che accennava anche lui un sorriso. Dopo essersi seduti, propose:

<papà, potrei avere una cioccolata calda?>.

<vuoi anche una pasta?> rispose lui,

<no grazie, basta la cioccolata>.

Lui si alzò per ordinare, tornando verso il tavolo, captai nel suo sguardo che incrociò il mio un punto interrogativo. La vibrazione del telefono nella tasca interna della mia giacca mi distolse. Risposi.

<Dimmi Marco>

<Gianni scusami, farò un po’ di ritardo…>.

Erano le diciassette e trentacinque, sarebbe dovuto essere lì già da cinque minuti.

<Per che ora pensi di arrivare?>

<le 18.00, al massimo le 18.10>

<Va bene Marco… ! ti aspetto>

<grazie Gianni, a dopo>

… Grazie un cazzo! Ero lì per un suo errore, per cercare di porvi una pezza. Invece di essere lui a essere solerte per appianare la cosa, era il contrario. Mi ricomposi mentalmente, ma qualcosa dei miei pensieri doveva essere affiorato all’esterno. La bambina mi guardava con due occhioni verdi che sembrava volessero chiedermi se andava tutto bene.

Le feci l’occhiolino e dissi:

<sai cosa faccio? Prenderò una bella cioccolata calda anch’io>.

Si sciolse in una risata e disse.

<papà invece prende un punch bollente, è raffreddato>.

< mi dispiace per papà, ma vedrai che guarirà presto>.

Allungai il braccio verso di lui e mi presentai:

<piacere io sono Gianni>

Mi sembrò che da parte sua ci fosse un po’ di ritrosia, ma ci stringemmo la mano.

<Io sono Massimo, è lei è Alessandra, mia figlia>.

<ciao Alessandra, un bel nome per una bella bambina>

<grazie>,

Rispose arrossendo

Nel frattempo entrarono una coppia con due bambini, compagni di scuola di Alessandra. Ci fu tra di loro uno scambio di convenevoli e si accomodarono a un tavolo poco distante dai nostri. Dopo un po’, la bambina chiese al padre se poteva spostarsi per un po’ insieme a loro, e rivolgendosi a me:

<lei non è di qui, vero?>

<no, ma vengo spesso>

<sono contenta di averla conosciuta, ora mi scusi, ma devo andare dai miei amici>.

<sono contento anch’io Alessandra, alla prossima e in bocca al lupo per la scuola>.

<grazie>.

Rimasti soli, feci i complimenti a Massimo per la compostezza di sua figlia.

Notai ancora in lui un certo imbarazzo. Dopo un po’, con un sorriso forzato articolò alcune parole:

<Lei non si ricorda di me, è scontato. Io invece, di lei, mi ricordo benissimo>.

Sul mio viso doveva essere spuntato un bel punto interrogativo, ma lui continuò imperterrito:

<sono passati ventuno anni, era una tarda serata fredda piovosa e inframmezzata da nevischio. Mancavano pochi giorni, alle festività, come ora.

In lui una difficoltà crescente. Non seppi dire altro che:

<l’ascolto. Continui>.

<Un malaugurato incidente. All’epoca avevo sedici anni, ero con il mio motorino. Dietro, insieme con me c’era un mio amico. Scorrazzavamo in lungo e in largo incuranti del freddo, dell’acqua e della neve. L’euforia della gioventù e altro ci rendevano invincibili a tutte le intemperie>.

In me si fece strada un flash, un ricordo vago che prendeva forma un po’ alla volta.

<Continua>.

Ero passato al tu, quasi senza rendermene conto. Non lo guardavo più ora il mio sguardo fissava il nulla.

<Era la terza volta che passavamo per via ……….. .Allora l’illuminazione lasciava un po’ a desiderare, ma non è una scusante. C’era una curva. All’improvviso un’ombra. Tardi, troppo tardi. La notai leggermente scostata dal ciglio della strada. Cercai di evitarla, frenai, sbandai, ma ero troppo veloce, troppo vicino. L’impatto fu morbido ma terribile …

<Gianniii>

Lei mi chiamava. Il terrore nella voce.

<Che c’è>

Andai di corsa nell’altra stanza, quella che affacciava direttamente sulla strada, in piena curva.

La trovai bianca in volto, con il dito m’indicava la finestra.

<E’ successo davanti ai miei occhi, un attimo fa>.

Mi affacciai e vidi la scena. Un ragazzo seduto sul marciapiede con le mani tra i capelli, un altro, in piedi che guardava inebetito una sagoma immobile in terra, quasi raggomitolata intorno a un motorino. Presi al volo il giaccone e mi precipitai giù per le scale. Uscii dal portone. Attraversai la strada. Le auto rallentavano, sbirciavano ma non si fermava nessuno. Stronzi. Certo, nevicava, non erano fatti loro, avevano fretta. Guardai il ragazzo che era rimasto lì, in piedi, lo sguardo fisso al corpo in terra. Devo avergli detto di deviare di poco il traffico, anche se sembrava non sentirmi.

L’altro era sparito.

Ero chinato su di lei, era una signora anziana. Le toccai le mani. Fredde. Le strinse convulsamente aggrappandosi a me.

<Signora…>

Alzò leggermente il capo cercando di dire qualcosa, ma ciò che usciva dalla sua bocca era incomprensibile.

Levai la testa in direzione della finestra. Lei era lì. Le feci cenno di chiamare i soccorsi. Lo aveva già fatto.

Misi dolcemente la mano sinistra a mo’ di cuscino, solo quel po’ per sorreggerle il capo. Sembrava mi guardasse, come se volesse dirmi qualcosa. Forse era solo una mia impressione per entrambe le cose. Aveva un netto affossamento sulla fronte, probabilmente dovuto all’impatto. E dire che la parete frontale, è la più spessa del cranio. Impercettibilmente iniziava a uscire del sangue. La poca luce lo faceva sembrare nero.

Il traffico era aumentato. Si erano fermati dei passanti. Pochi. Anche loro andavano di fretta …

<Non lo so…>

A parlare era stato il ragazzo.

<Cosa>, risposi.

<Non lo so, dovrei andare…>

Dava l’impressione di un pupazzo senza vita in balia della neve. Ora scendeva copiosa ma ancora non attecchiva.

Cercai di scuoterlo:

<come ti chiami!>

<Massimo>

<Massimo, dov’è l’altro ragazzo…>

<non lo so, era qui, ma non lo vedo più>

<eri tu che guidavi?>

<…sì, ma non lo so, me la sono trovata davanti all’improvviso>.

<bene Massimo, tranquillo, stanno arrivando>.

<sì, ma io cosa devo fare>

<nulla, ma non devi muoverti di un passo !!!>.

Arrivò anche qualcuno a riparare quel corpo con un ombrello.

Avrei voluto poter fare di più. Cosa.

Polizia e ambulanza giunsero contemporaneamente.

Un infermiere dovette fare forza sulle sue mani dell’anziana che non volevano lasciare la mia.

Mentre la spostavano sulla barella, vidi un accenno di sorriso rivolto verso di me. Certamente un’altra impressione …

Un agente di polizia mi disse che potevo andare. Non mi chiesero le generalità, né io, nei giorni che seguirono, non so ancora il perché, m’informai sull’accaduto.

<Trauma cranico e varie fratture su tutto il corpo. Aveva settantanove anni. Morì dopo poche ore>.

Era andato avanti nel parlare mentre io estraniato in un’altra dimensione, vivevo il suo racconto con i miei ricordi.

<Mio padre m’informò che aveva il morbo di Alzheimer, che spesso si sottraeva al controllo dei familiari e vagava senza meta per la città, che era malata di cuore e probabilmente non aveva molto da vivere, ma questo non è mai servito ad alleviare il mio senso di colpa>.

Anche se eravamo al caldo, un brivido freddo e bagnato mi riporto per un attimo a quei momenti.

<E l’altro ragazzo?>

<da quella sera di tanti anni fa non si è fatto più vivo. Non frequentavamo la stessa scuola, eravamo solo amici di baldoria>.

<ti ha abbandonato al tuo destino…>

<Lo so, e per me è stato meglio così>

<credibile>.

Restammo in silenzio a guardarci, forse alla ricerca di risposte l’uno dall’altro.

<Vedi Massimo…>

Fui interrotto dalla risata argentina di Alessandra, riapparsa come d’incanto dal tavolo dei suoi compagni.

<Oh oh, e che visi seri che avete, che vi starete dicendo mai>.

Sul viso di Massimo riapparve un timido sorriso e un po’ balbettante rispose alla figlia:

<Nulla, si parlava della situazione di crisi che si vive. Lo sai anche tu no? Tutte quelle notizie in televisione…>.

Lei guardò prima lui e poi me, e con l’aria di chi voleva far intendere che non ci cascava disse:

<va bene…>.

Corse di nuovo dai suoi amici che stavano lasciando il locale insieme ai genitori e Massimo ne approfittò:

<Quell’esperienza mi ha segnato. Vivo la mia vita, ma le immagini di quella sera rimangono impresse nella mia memoria, come un virus nel computer che non riesci a cancellare. Mia figlia è nata lo stesso giorno. Dodici anni dopo, quasi alla stessa ora in cui probabilmente spirava la signora. Ieri ha festeggiato il suo nono compleanno…La signora, si chiamava Alessandra …>.

Fui percorso da un brivido.

<Oggi incontro lei, che è stato il custode di quei miei momenti di terrore>.

<Lo so che potrei essere quasi tuo padre, ma dammi del tu, per favore>.

<Gianni?>

<mi chiamo così>

<Va bene, Gianni …>

<Massimo, io penso che, al di là della tua esuberanza del momento, fondamentalmente, la colpa non fosse tua, e poi, il tempo ci regala l’importanza delle differenze nei comportamenti, e sono sicuro che questo dono tu l’abbia già avuto>.

<cosa vuoi dire>

<voglio dire che non sei più uno scapestrato, sempre che tu lo sia mai stato. Magari venivi trascinato ad avere certi comportamenti>.

Era perplesso.

<Ammetto che il mio carattere non è mai stato forte>.

Alessandra nel frattempo era tornata. Guardai l’ora. Il tempo era volato. Le diciotto e trentaquattro e quel coglione di Marco aveva accumulato ritardo su ritardo. Come pensavo da un po’, l’etica professionale e la correttezza personale per lui erano solo delle inique opzioni.

Ci eravamo alzati contemporaneamente. La bambina diede la mano al padre, poi mi guardò sorridendo e la diede anche a me. Pagammo il conto alla cassa e ci stavamo dirigendo verso l‘uscita.

<Vedi Massimo, a proposito degli angeli custodi. A volte si sbaglia. Il tuo, quello vero, ti è certamente molto vicino. Ricorda le date e le situazioni che mi accennavi prima>.

Sorridevo. Sorrideva anche lui. Alessandra ci guardava.

Eravamo fuori. Non nevicava come ventuno anni prima, ma il freddo era pungente.

<Ciao Gianni>

Alle nostre spalle, dall’angolo, era giunto Marco.

<Gianni scusami, sono desolato, ma non sai quello che mi è potuto accadere nelle ultime tre ore>.

Un quasi quarantenne tutto tirato, un modo di vestire e comportarsi da ventenne o poco più, che con esuberanza, specie quando non serve, usa un linguaggio imprenditoriale dell’economia aziendale, imparato pappagallescamente in corsi del cazzo di qualche agenzia per le risorse umane.

<Ciao Marco>

<Eccomi qui, tutto a tua disposizione>

<Marco, ti presento Alessandra e Massimo>

Alessandra gli strinse gentilmente la mano. Quando fu la volta di Massimo, lui non si mosse. Disse solo freddamente:

<ciao Marco, come te la passi? E’ un po’ che non ci vediamo… Ti ricordi di me>?

Dopo un attimo di esitazione Massimo rispose:

<Massimo, ma sei tu? Certo che sei tu. “Grandeee, che bella storia, rivedersi dopo tanto tempo”>.

<già>

Rispose laconicamente Massimo

<proprio una bella storia. Non ci si vede da quella sera. Dopo l’incidente sei sparito e non ti ho più visto>.

Il freddo aveva lasciato il posto al gelo. Avevo messo una mano sulla spalla di Alessandra che assisteva disorientata alla scena.

<Bene>

Dissi –

<Marco, tu mi scuserai, ma è tardi, devo accompagnare i miei amici>.

<Gianni, no dai, dobbiamo parlare. Quella faccenda non può aspettare, altrimenti è un casino…>.

Misi l’altro braccio sulla spalla di Massimo e tutti è tre ci incamminammo.

<Non preoccuparti Marco, tutto si aggiusta. Il tempo è galantuomo>

<Gianni, per favore, non lasciami con questa gatta da pelare>.

<scrivi una letterina a Babbo Natale, lui ti aiuterà…>.

Vaffanculo Marco, vaffanculo alla tua presunzione, alla tua vigliaccheria, alla tua inconcludenza e a tutto ciò che rappresenti o credi di simboleggiare. E tu, Babbo Natale, se lo aiuterai, beh, allora, vaffanculo anche tu!