Racconto di Serena Grassia
(prima pubblicazione)
Non ci vedevamo da tre mesi e non era mai successo. Camminavamo insieme sul lungomare. Il grecale agitava i rami dei pini sulla mia testa: erano carichi di pigne, e fragili, io ogni tanto alzavo gli occhi per controllarli. Lui con una mezza giravolta si spostò sulla mia sinistra. Ora le fronde si muovevano su di lui. Lo faceva sempre quando il vento era forte e ogni volta, concludevamo quella mezza giravolta con un passo di tango che inventavamo al momento perché né lui né io sapevamo ballare. Quella sera barcollò. Le gambe gli tremavano come se avesse corso una maratona, o come se stesse resistendo al vento. Io lo acchiappai per il braccio, lo strinsi forte: “di’ la verità, lo hai fatto solo per farti abbracciare”. Appoggiai la testa sulla sua spalla ma mi scostai subito: lui aveva un odore diverso, un odore che non gli avevo mai sentito prima, simile a quello che si respira nelle case di vacanza quando vengono riaperte dopo l’inverno.
Mi allontanai di pochi passi dandogli le spalle.
“Che cos’hai?”, mi chiese.
Mi avvicinai al muretto che separava la strada dalla scogliera: nel buio non riuscivo a vedere neanche le due estremità del golfo. Scavalcai, il mare era bianco di spuma, allungai il braccio per sentire gli schizzi, lo sguardo per cercare i pesci, ma non era la serata giusta. Leccai il dorso della mano per assaggiare il sale.
“Te lo ricordi quel giochino che facevamo sempre?”, mi chiese.
Sorrisi senza voltarmi.
Tornai di nuovo verso di lui che era rimasto oltre il muretto, concentrato a resistere al vento o al tremore delle gambe. Distese la mano per togliere gli aghi di pino incastrati tra i miei capelli, io infilai il braccio nel suo e riprendemmo a camminare. Affondai il naso nel Gore-Tex della sua giacca a vento in cerca di una conferma che l’odore sentito poco prima non era il suo. Forse è il maglione di pile, magari è rimasto a lungo nell’armadio, oppure era stata una folata: l’aria di quel luogo disabitato d’autunno dove anche i lampioni avevano smesso di illuminare.
“Che cos’hai?”, mi chiese di nuovo.
Io battevo i denti.
Si fermò, si tolse il giaccone e me lo mise sulle spalle.
“Adesso avrai freddo tu”.
La nostra era una storia d’incontri rapidi nei paesini del Mediterraneo, di passeggiate sui lungomari indovinando il vento di gare, a chi vedesse per primo un muggine sotto il pelo dell’acqua, anche se io riconoscevo solo le meduse, i pesci sono tutti uguali, scherzavo, le meduse, invece, “sono creature uniche e inconfondibili”. E lui con il tono di chi si prende molto sul serio mi raccontava le caratteristiche dei muggini: le squame argentate, il corpo affusolato, il dorso blu quasi nero che poteva sembrare marrone in determinate condizioni di luce.
“Non nuotano mai soli i muggini, si proteggono l’un l’altro”.
Io non avevo nessuna curiosità per i pesci, volevo solo farmi trasportare dalle correnti insieme alle meduse.
“Ti piace l’acqua?” era stata la prima cosa che mi aveva chiesto quando l’avevo conosciuto a una cena da amici, nove anni prima. Pioveva e lui stava fumando una sigaretta appena arrotolata, con il braccio oltre la ringhiera per sentire le gocce; poi leccava il dorso della mano e assaggiava.
“Sì, ma solo quella salata”, avevo risposto.
Quella sera sul lungomare il grecale calò all’improvviso e si formò uno strato di nebbia, sembrava che il mare fumasse; i pini smisero di oscillare, ma lui no. Io gli strinsi forte il braccio e riprendemmo a camminare.
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