Racconto di Elina Sventsуtska

(Seconda pubblicazione)

 

Carlo aveva sei anni ed era perdutamente innamorato. Cosa ci sarebbe di peggio? Essere piccoli e cercare di sopravvivere! Quando si è piccoli, tutto ciò che c’è di più gustoso si trova in alto, non si può raggiungere e, quando si cerca di salire, si viene rimproverati. Inoltre, se un giocattolo si rompe è sempre colpa tua, dovevi stare più attento; mentre se sono gli adulti a rompere qualcosa, si dice: “Beh, succede!”. Infine, il costruttore può anche essere grande, ma le mani sono sempre piccole: tu cerchi di costruire, mentre i pezzi saltano via, neanche fossero ranocchie.

Ma mica finisce qui! Ti danno una caramella e subito dicono: “Solo una!”, mentre gli adulti possono mangiarsele tutte, non è giusto! E la cosa peggiore è quando cerchi di dire qualcosa di importante: loro ti liquidano con una pacca sulla spalla e un “Sì sì, bravo bravo” … Lui, Carlo, era invece un uomo serio.

Quest’uomo serio si innamorò. Di un dinosauro. Non un dinosauro giocattolo, un dinosauro vero. Il guaio fu che i dinosauri si erano estinti, tutti fino all’ultimo. Carlo lo aveva scoperto due settimane prima.

L’amore di Carlo era nato quando ancora non sapeva parlare e pronunciava soltanto “ah”, “u”, “wow”. Ricordava, perfettamente, un libro sui dinosauri. Un volume enorme che si apriva con un fruscio misterioso e su ogni pagina c’era una creatura diversa. Una rossa con la pancia dorata, un’altra verde e pelosa al tatto, un’altra ancora blu brillante con i fianchi argentati. Erano differenti tra loro, ma tutte piene di una forza cupa. Le loro code muscolose si agitavano lentamente e con vigore; avevano piccole teste indifese e occhi minuscoli, incorniciati da rughe gentili, che guardavano davanti a loro. La mamma, allora, non aveva menzionato nessuna estinzione di massa.

Come si faceva a non innamorarsi di un tale miracolo? Ahimè, nessuno aveva detto a Carlo che i dinosauri erano scomparsi da tempo, con le loro ossa pietrificate e giacenti nel terreno, senza possibilità di rivalsa. Lui pensava che vivessero in un posto lontano e che un giorno, da grande, li avrebbe sicuramente incontrati; avrebbe vissuto tra loro e sarebbero stati bene insieme. Nel frattempo avrebbe imparato tutto sul loro conto: il tipo di cibo che preferivano, le loro abitudini, come erano fatti. Avrebbe saputo ogni cosa di questi Stegosauri, Parasaurolophus e Diplodocus. Avrebbe imparato tutti i nomi e le caratteristiche.

Carlo voleva essere come loro. Agitava le braccia, digrignava i denti delle sue mascelle massicce e calpestava il pavimento di casa, facendo tremare le tazze di porcellana nella credenza. “Oh mio Dio”, diceva la madre, “non sei un dinosauro! Sei un essere umano!”. “Sarò un dinosauro – rispondeva lui – vedrai!”

Quando a Carlo fu chiesto cosa avrebbe voluto diventare, rispose: “Un dinosauro! Al limite, un pirata”.

Invece, i dinosauri non esistevano più. Carlo lo scoprì per caso, da una spiegazione della maestra. Che cosa avrebbe potuto fare, adesso, del suo amore?

Carlo immaginò di essere l’ultimo dinosauro rimasto sulla Terra. Immaginò di aver visto il sole attraverso la polvere il giorno prima, mentre ora gli sembrava di vedere un cielo limpido. Per qualche motivo si spaventò. Il mondo era troppo grande e non trovava nessuno che gli dicesse di iniziare la giornata. Le felci giganti appassivano sotto la cenere e nell’acqua torbida c’erano piccoli pesci che si nascondevano; forse, lui stesso sarebbe sparito. Gridò a voce alta e rauca. Un leggero vento spostò gli equiseti secchi e nemmeno le libellule ronzavano più. La terra non tremava per i passi dei suoi simili e nell’aria non si sentiva più il calore dei loro corpi. Le nuvole incombevano sulla terra. Carlo ruggì forte, disperato, impaurito, ma le nuvole non se ne curarono. Solo l’eco tremò, da qualche parte, in lontananza.

Carlo credeva di essere l’ultimo dinosauro sulla Terra. Si faceva chiamare “Il grande T-Rex di Napoli” e correva per i vicoli della città, spaventando i piccioni nella piazza davanti alla cattedrale. La mamma gli chiese: “Ma perché da Napoli? Tutti i napoletani sono ignoranti!” “Non è vero! È solo che tutti sono invidiosi di loro!” rispose.

Carlo mangiava foglie, lattuga, cavoli, a volte persino giornali; camminava senza piegare le ginocchia e stava a lungo al sole, perché aveva il sangue freddo. A volte ringhiava come risposta alle osservazioni degli adulti. In generale, cercava di non parlare e di essere più alto degli altri: si arrampicava sugli alberi, saliva sull’armadio.

Poi Carlo decise che era stato commesso un errore. I dinosauri erano ancora tra noi e nessuno li aveva scovati. Così gattonò per il cortile con una spatola di ferro e scrutò il terreno alla ricerca delle ossa. A casa, seppellì la sua auto preferita in un vaso di fiori per poterla dissotterrare più tardi e dimostrare che i reperti non solo apparivano nel terreno, ma ci vivevano.

Nel frattempo crebbe. Si trovò un giorno di fronte alla domanda: cosa diventare? Iniziò a fare sul serio. Non un pirata! Sarebbe stato stupido. Allora cosa? I test dimostrarono che era bravo in matematica. Avrebbe potuto fare il commesso in un negozio di antiquariato: in questo modo avrebbe potuto toccare cose vecchie tutto il tempo, così diceva la mamma. Avrebbe dovuto, però, parlare con la gente e Carlo non voleva proprio farlo. Le persone erano cattive, lo guardavano sempre con disprezzo. Perché? C’era qualcosa che non capiva e nessuno riusciva a spiegarglielo.

Alla fine decise di lavorare come addetto nel laboratorio di una grande gelateria del centro. Sua madre si chiedeva perché lo facesse. Preparava solo il gelato e nessuno lo vedeva, ma a lui piaceva molto: usare quel cucchiaio speciale, mescolare gli ingredienti, decorare. Era un modo per stare in disparte, lontano dal giudizio degli altri; si sentiva più tranquillo. Nessuno avrebbe avuto da ridire sulla sua andatura strascicata, sulla schiena storta, sul nasone o sull’espressione distratta.

Un giorno si innamorò. Si innamorò di una ragazza e fu una sensazione strana. Anna lavorava nella stessa gelateria come commessa. Era una donna singolare: ogni giorno piangeva o appariva stordita, e chiedeva consigli a chiunque le capitasse a tiro. “Pensi che se un uomo sceglie il gelato al pistacchio significa che è capace di essere fedele?” gli chiese un giorno. Carlo ci pensò a lungo, tanto che il gelato in preparazione iniziò a sciogliersi. Si rese conto, con grande sorpresa, che per la prima volta non stava pensando ai dinosauri.

Da quel momento andarono a vivere insieme. Le mani di Anna erano sempre fredde. Lui le stringeva tra le sue e pensava di aver trovato una compagna, un altro dinosauro. Così dimenticò per sempre le antiche lucertole.

Carlo era gentile e, finalmente, sereno. Entrambi erano strani, ognuno a modo suo; non capivano le persone che li circondavano e per questo avevano molto di cui parlare. A volte lei lo provocava con le sue domande: – Ti sei mai chiesto se per noi sia più importante essere dolci o freddi? – e lo guardava in modo espressivo. Da qualche tempo si era abituato a quei quesiti. Aveva imparato a ragionare a lungo e astrattamente, come se stesse parlando a un albero. E lei lo ascoltava con attenzione mentre lui le teneva le mani tra le sue per scaldarle; il che non gli impediva di parlare, parlare, parlare, dimenticando l’essenza della domanda e dimenticando, infine, di scaldargliele davvero. Nel tempo libero lui si interessava di vini rari, ma beveva solo quello economico della casa in una piccola trattoria alla periferia della città. Lei creava bigiotteria con materiali improvvisati: pezzi di cuoio, ciottoli di mare, ferro arrugginito, che spargeva dappertutto nell’appartamento e che, se non si guardava bene dove si poggiavano i piedi, finivano per ferirti.

Era il loro modo di vivere.

Un giorno Anna scomparve. Se ne andò con un regista che girava film sulle ceramiche medievali toscane, il quale le aveva promesso di renderla famosa in tutto il paese con un cortometraggio sui suoi gioielli. Carlo trovò un foglio in cui lei spiegava tutto. Lo aveva lasciato perché lui ascoltava sempre le sue parole, ma non le chiedeva mai cosa provasse; e perché lei voleva vivere al caldo, mentre lui dormiva sempre con la finestra aperta.

Carlo rimase solo. Negli ultimi tempi trascorreva le serate in un caffè. Era situato in una strada tranquilla alla periferia della città, dove si riunivano vecchi marinai in pensione. Ascoltava le loro storie di tempeste, di scogli enormi e di tesori in fondo al mare, tanto da iniziare ad avere paura di nuotare persino in acque poco profonde. Lavorava come una macchina, guardando spesso fuori dalla finestra gli aeroplani che volavano lentamente nel cielo.

Arrivò anche per lui la pensione. Poco prima del suo ultimo giorno di lavoro, sua madre morì di colpo. Successe all’improvviso, sul treno. Lei e Carlo stavano rincasando dalle vacanze; la mamma si spense prima di riuscire ad arrivare all’appartamento.

Carlo ci tornò da solo. Gli dicevano che sarebbe stato più facile dopo il funerale, ma non fu così. Ogni giorno aspettava una sua telefonata. Era più facile pensare che fosse lontana da qualche parte, non ancora a casa. Per tutto il tempo sentiva che la porta stava per aprirsi e che lei sarebbe entrata. Stanca come sempre, ma felice di essere tornata.

In seguito divenne impossibile vivere in quel modo, così vendette l’appartamento e si trasferì in un piccolo villaggio del nord. Intorno c’erano enormi montagne grigie, era tranquillo e piacevole. Una stretta strada asfaltata si snodava intorno a dimore con tetti di tegole. Inaspettatamente, Carlo si appassionò al suo piccolo giardino. C’erano alberi di limoni e aranci, ai quali decise di aggiungere un orto. Ogni giorno curava le piante e i fiori, strappava i fili d’erba indesiderati, si chinava, sollevava le foglie e le scrutava. Camminava curvo, con le braccia penzoloni, il viso corrucciato, le guance cascanti, le borse sotto gli occhi, l’andatura instabile e un po’ sbilenca.

Era vecchio, eppure gli piaceva la vita. Gli piaceva il fatto di essere solo, che nessuno gli chiedesse consigli, nessuno scuotesse la testa o lo rimproverasse per averlo nutrito e accudito, dandogli del perdente e del fallito. Carlo si scoprì improvvisamente a cantare le canzoni della sua giovinezza: “Io, vagabondo che son io / Vagabondo che non sono altro / Soldi in tasca non ne ho / Ma lassù mi è rimasto Dio”.

Di solito era solo, lavorava e cantava. La sua voce era debole e sferragliante, e il suo udito non era particolarmente buono, così tutte le melodie che accennava si somigliavano e sembravano marce allegre. Di solito girava per il paese su una vecchia bicicletta, con una cassa di piantine o un fascio di pali per legare i pomodori sul portapacchi. L’impermeabile blu di Carlo svolazzava dietro la sua schiena, e in quei momenti sembrava non essere per nulla vecchio e curvo.

Nessuno si aspettava la sua morte, eppure un giorno successe. Aveva bisogno di qualcosa in soffitta e la scala era scivolosa. Carlo cadde rovinosamente. In quel preciso istante gli sembrò di essere di nuovo enorme e forte: aveva denti storti, scaglie di ferro sulla schiena, la sua coda si muoveva come un albero immenso e il mondo intero tremava sotto i suoi passi.