Racconto di Pino Lucà Trombetta
(Prima pubblicazione)
Ce l’ho fatta.
Da quando i genitori di Rocco sono partiti non ho fatto che insistere, nell’unico modo che ho: ingrossando la patta dei pantaloni.
Un po’ alla volta. Senza tregua.
Finché quell’imbranato si è deciso.
L’ha presa alla larga.
- Come stai?
- Che fai domani?
- Partono; la nonna?
- La neutralizziamo.
Io continuavo a premere. Alla fine ha detto:
- Vieni?
Dall’impulso che ho ricevuto, ho capito che Rosanna ha detto sì.
Non ne posso più. Costretto nei pantaloni al cinema, nel costume sulla spiaggia oppure appiccicoso, dopo gli strusci nella 500. E anche quando mi facevano prendere aria, non ero affatto libero, stretto fra l’elastico per mutande e la zip che pungeva.
Prima di Rosanna, ancora peggio.
Mi accusava di essere la fonte di pensieri e immagini oscene che gli fiorivano in testa; di piaceri che non si poteva permettere; di peccati che l’avrebbero perduto in eterno.
Ero il Nemico.
Mi evitava come un appestato: anche al risveglio, quand’ero al massimo, o mentre m’insaponava sotto la doccia.
Ma adesso basta!
*
Rosanna arriva puntuale.
Davanti allo specchio sopra il comò, nella stanza dei genitori, sistema i riccioli intorno al volto.
Io e Rocco rimaniamo sulla poltrona reclinabile. Finché lui, ringalluzzito dalla mia crescita, la raggiunge e la cinge da dietro incollandomi a quelle rotondità.
Lei ha in mano la cornice d’argento coi genitori il giorno delle nozze, magrissimi, nel fondale fiorito dello studio fotografico. La posa, prende quelle di due neonati, poi i rossetti, i trucchi.
D’improvviso, si stacca e raggiunge il comodino con le pillole antiacido e la sveglia ticchettante.
- Non posso …
- Perché?
- Questi oggetti … parlano
- Addirittura, cosa dicono?
- Cosa pensi di fare? Sarai all’altezza? E poi … ho parlato con mia sorella ieri sera
- Come sta?
- Mi aveva promesso di darmi uno dei preservativi che tiene sempre in borsetta
Mi sento già soffocare; ma lei continua:
- Stamattina ero in ansia per l’esame. L’ho dimenticato.
Lui la rassicura, abbassa la serranda. Ci sediamo tutti e tre sulla sponda del letto.
Nella penombra lei parla dell’esame di letteratura latina:
- Ventisette, solo…
- Come mai?
- M’ha fregato la stanchezza; ho confuso le Georgiche con le Bucoliche.
Io non so cosa siano e non mi interessa saperlo.
Ma devo ammettere, per una volta, che lui è bravo. Continuando a parlare di aliscafi, autobus in ritardo e caldo esagerato, lei lo aiuta a slacciare il bottone e sfilare il jeans attillato.
Siamo all’unisono. Pianifichiamo l’assalto finale, quando il telefono squilla.
Rocco scatta:
- Prima che la nonna si svegli – dice.
Non si limita però a sollevare la cornetta e staccare il telefono, come farebbe qualunque maschio in buona salute. Si impantana nella telefonata.
Chiede scusa: l’aveva scordato. Poi ringrazia: certo, bene ci penso, dopocena, in sede.
- Chi era? – chiede Rosanna emergendo dal copriletto sotto cui si era rifugiata.
- Don Mino, l’assistente spirituale.
- Quel ficcanaso…
- Ho mancato una cosa importante.
- Cosa?
- L’assemblea: era alle tre.
- Più importante di me?
- Mi hanno eletto presidente della Federazione degli Universitari Cattolici.
- Bravo!
- Un corno! Don Mino dice che non posso fare il presidente della FUCI ed essere fidanzato con un’atea.
- Come si permette.
- Devo chiarire.
- E tu?
- Lo vedo stasera. Nel frattempo….
Solleva il copriletto e riprende da dove ci eravamo interrotti.
Solo che quella discussione mi ha spento e non se n’è accorto.
Inizia l’esplorazione in basso, come nella 500, con più agio, sperando di azzerare la telefonata e i sensi di colpa. Senza di me, però, non può fare molto e io non sento nessun dovere verso chi non mi ha consultato prima di partire lancia in resta.
Sto a vedere.
Per fortuna Rosanna se ne accorge. Si svincola dagli abbracci inconcludenti.
- Perché aut-aut?
- Cosa?
- Meglio et-et – gli dice – Fare il Presidente e il fidanzato.
- Farei male l’uno e l’altro.
- Non è detto. Vediamo.
Gira intorno al letto, lo raggiunge e inizia a tirare giù piano, in un colpo solo, pantaloni e biancheria. Poi, venendo su lenta con la mano lungo un fianco per accarezzargli il musino triste, mi sfiora. Troppo a lungo perché sia involontario.
Mi riprendo subito e per la prima volta mi trovo libero: da mutande e zip pericolose. Entusiasta.
Lei sta in piedi, con la camicia aperta e sento la meta vicina. Capisco che mi conviene allearmi con Rosanna che ha il mio stesso obiettivo; mentre lui…
Ma devo pazientare.
Si stende accanto a lui e iniziano un dialogo inconcludente: richieste e promesse d’eterno amore.
Tutto apprezzano, quei due, tranne me che sono l’unico che può far concludere l’incontro alla grande.
Mi soccorre lei che, continuando le tiritere amorevoli, mi spinge in basso, strisciandomi sui peli tanto agognati.
Inizia il corpo a corpo.
Mi guida con calma sotto il pube. Intuisco la direzione: semplice, chiara. Non ci vuole la laurea.
Avanziamo. La strada si apre. C’è umidità.
Ma più ci prova, più Rocco si dimena.
La bacia, la stringe, mi schiaccia e impedisce il movimento che preannunciava il successo.
Il cuore accelera.
Poi si blocca, come se qualcosa tirasse il freno. La sveglia ticchettante, le pillole antiacido sul comodino di sua madre; don Mino che ha appena chiamato…
Si accontenta di uno spostamento minimo. Qualche centimetro. Gli basta.
Io resto. Caldo. Deviante. E mi lascio andare sulla camicia a fiori di lei, fresca di bucato.
*
Per un po’ me ne sto buono e Rocco tira fuori i testi dell’esame di economia: a giugno. Lei lo chiama e glielo dice. Studia mattina e pomeriggio, sull’aliscafo che lo porta su e giù dall’Università, a Messina; dopocena fino a tardi. Approfitta del fatto che io non interferisco.
Una mattina è sul balcone, col manuale di Centorrino in mano, sulla sedia reclinabile con le strisce di plastica verde.
I pantaloni si scaldano all’altezza della mia postazione.
- Chiudi le imposte, Rocco – urla sua madre – c’è troppo sole.
Deduco che qualcosa che chiamano sole, può avere un effetto ricostituente. Inizio a premere. Lui fa finta di niente; continua a leggere. Anch’io. Lo obbligo a sistemarmi nei pantaloni.
Insisto finché si alza, posa il libro aperto sulla sedia-sdraio e va al telefono.
L’appuntamento è dopocena.
Mi porta a prenderla con la 500. Parlano: siccome è presto e domani è domenica, scelgono di andare sull’autostrada, fino a Scilla.
Parcheggia sul lungomare.
Iniziano a descriversi il paesaggio. Lui parla di luci della Sicilia tremolanti nel mare d’inchiostro; lei di lampioni solitari nella spiaggia fuori stagione. Per un attimo rimpiango di non avere anch’io uno o due occhi per godere di quelle meraviglie.
Perché poi? Sarebbe una distrazione dal mio lavoro. E lo è anche per loro che si impappinano in quelle sbrodolate verbali.
A un certo punto Rocco si ricorda dei miei richiami, stamattina, che lo hanno convinto a telefonare. Quel pensiero basta ad attivarmi.
Si dànno da fare nel modo collaudato: reggiseno e camicia di lui; cintura del pantalone e reggicalze, eccetera. Tutto come sempre, anche per me: con l’elastico che riduce il flusso sanguigno, la cerniera in agguato.
Ma stavolta rischio meno.
È che sono giù di morale. Di lui c’è poco da fidarsi e anche di lei, a questo punto. Rimango a mezz’asta: né carne né pesce.
Mentre torniamo a Reggio, Rosanna parla di Simone.
Un ragioniere. Apre uno studio. Vuole assumerla. E non solo!
Almeno lo vuol far credere.
Lui dice che Reggio Calabria non gli basta. Vuole partire. Dopo la laurea.
Trovare amici al Nord.
Come se bastasse nominarlo.
Io però mi scaldo lo stesso.
Qualcosa cambia.
-°-
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