Racconto di Vincenzo Campisi
(Prima pubblicazione)
Ho sempre pensato che la cifra dell’evoluzione sia pensare positivo, tuttavia trascorsi la mia prima notte di prigionia arso dalla sete. Fu una punizione che decisi di autoinfliggermi, ché quel posto non sembrava affatto un carcere, bensì un posto per recuperare i detenuti. I luoghi di detenzione sovente scatenano, con progressione geometrica, una crescita esponenziale del lato brutto dell’anima di chi vi entra.
Il luogo in cui mi trovavo non mi deteneva, bensì mi ospitava: era un piccolo microcosmo sociale, una sorta di famiglia allargata. Un’ulteriore conferma che pensare positivo porta bene…
Tra i muri di quella prigione si respirava aria di casa; solo i cavi ad alta tensione, posti attorno al perimetro della struttura, non lasciavano dubbi che sempre di una «gabbia» si trattasse. Disegnavano l’invalicabile perimetro della vita dei detenuti. Un perimetro che non chiudeva la vista, ma la voglia di vivere: un uomo in gabbia è come un uccello in gabbia. Gli si tarpano le ali della creatività, del fare. Ogni uomo infatti crea, produce, progredisce, migliora per vedere negli occhi degli altri la felicità o l’invidia del suo apparire bello.
Ogni luogo di quella casa-prigione era stato pensato comunque per migliorare la persona che vi dimorasse.
Le celle, ad esempio, non erano ambienti claustrofobici, anzi non erano per nulla delle celle, bensì delle comuni stanze di appartamento, e molto ben rifinite. La stanza in cui passai la mia prima notte da recluso era inondata di una soffusa luce di luna piena, filtrata da tendine finemente ricamate. Non c’erano sbarre alle finestre, ma persiane di pino marino che odoravano di vernice fresca, spalmata da mano esperta: al risveglio mi ci specchiai aprendo le imposte, tanto era stata quella vernice passata con perizia.
Appena la luce del mattino entrò nella stanza, notai che le pareti erano macchiate di specchi. Ve n’erano dappertutto, di forme e dimensioni varie. A cosa servissero mi fu detto dagli “inquilini” solo nel pomeriggio: nessun uomo può dirsi veramente contrito se non ha il coraggio di guardare il suo volto allo specchio.
Uscii dalla mia stanza, il cui pavimento era un mosaico di piccoli tasselli di ceramica incastonati ad arte. Non v’era un tassello più sporgente dell’altro. Il piede non perdeva mai l’appoggio in quel pavimento.
Appena misi i piedi nel corridoio del pianerottolo fuori della mia stanza, pensai che avevano dovuto cambiare piastrellista: si inciampava ad ogni passo; passando i giorni mi abituai ad una piacevole gincana. Poi mi fu spiegato che quella era la gincana della vita: fuori dalle nostre certezze in cui camminiamo senza traballare (l’incedere sicuro nel pavimento della mia stanza), c’è un mare di ostacoli che bisogna imparare a superare. Quel pianerottolo insomma era una palestra di vita.
Le porte erano laccate in bianco ed erano dotate di chiave: si era cioè liberi di decidere se chiudersi dentro o meno. Mi bastò un rapido sguardo agli occhi degli altri “condomini” per capire che nessuno pensava minimamente di chiudere a chiave la propria stanza. La fiducia che ognuno nutriva nei confronti dell’altro era totale. C’era a monte la scelta di un giudice lungimirante che mandava in quel posto solo gente che aveva “sbagliato” per la prima volta.
Più tardi, mi fu detto che il giudice aveva preso la decisione di mandarmi in quella struttura speciale dopo aver letto la lettera che gli avevo fatto pervenire.
Se veramente nelle pagine di quella lettera vi fossero gli estremi per indurlo ad essere tanto clemente, beh giudicatelo voi.
Caro giudice, so di essere responsabile delle lesioni gravi che ha riportato il signor Antonio Ontuso. Non avrei dovuto eccedere nella mia legittima difesa. Ma…
“Mogli e buoi dei paesi tuoi”, mi diceva mio padre… e io… smettila con questi stupidi proverbi. E invece, caro giudice, i proverbi colgono nel segno molto più di quanto si possa credere.
Avevo conosciuto mia moglie, che abitava a centinaia di chilometri da casa mia, dopo un turismo sessuale durato almeno dieci anni. Questa donna era diventata per me il mio paese natale. La sua presenza era penetrata nei più reconditi meandri delle volute del mio essere, fino a diventarne un costituente essenziale. L’amavo così tanto che le lagrime sgorgavano impetuose ad ogni lontananza dal mio sguardo.
La conobbi negli anni universitari e conseguita la laurea non esitai: ci sposammo pochi mesi dopo.
Restò incinta la prima notte di nozze: era vergine: conservò quel lenzuolo macchiato di sangue come una reliquia.
Non capì subito di essere rimasta incinta e, dopo la luna di miele, non riuscii più a sostenere i ritmi del forzato del sesso. Avevo dovuto cercarmi un lavoro e con la laurea che possedevo non potevo sperare in poco tempo di lavorare nello sbocco naturale dei miei studi: mi diedi ai lavori più umili.
Arrivavo a sera stravolto dalla fatica e – caro giudice – per quanto si può essere giovani, era inevitabile trascurare la moglie. Ma ogni mio voltarle le spalle nel letto, per lei era un pezzo del mio amore che volava via.
Quando mi comunicò di essere incinta, non mi accorsi neanche di aver superato da un pezzo il settimo cielo: avevo conquistato la mia immortalità: un figlio è la tua rinascita.
Carezzavo il pancino di mia moglie con orgoglio paterno, ma i suoi occhi non erano più gli stessi.
Non so ancora quali colpe attribuirmi, ma lei si era ormai convinta che avevo smesso d’amarla.
O almeno questo è quello che credevo, perché con mia moglie non ho ancora avuto modo di parlare da quando ieri…
Ieri, caro giudice, ieri è finita la mia vita.
Tornai da casa un po’ prima del solito e, in una traversa vicino casa nostra, vidi ciò che un uomo mai dovrebbe vedere: mia moglie appoggiata al muro faceva l’amore con l’uomo che avrei da lì a poco pestato a sangue. Conoscevo bene quell’uomo, tutti lo conoscono in paese: è uno sfaccendato figlio di papà, così lezioso che nessuna donna è mai riuscita a stare con lui.
Ma quest’uomo stava facendo l’amore con mia moglie e lei non sembrava proprio volersi divincolare. Restai attonito. Sapevo bene che dal posto in cui mi trovavo non potevano vedermi, per cui continuai a guardarli, vinto da un senso di impotenza cui non riuscivo a porre argini.
Ad un certo punto mi accorsi che iniziarono a litigare: – Allora, ti decidi a lasciarlo quel fallito di tuo marito. Laureato e ridotto a raccogliere limoni in nero…
Mia moglie si rabbuiò a sentire quelle parole e allora lui afferrò un’asta di ferro arrugginita che aveva raccatto da terra e gliela scaraventò con forza nel pancione – il mio adorato pancino.
Fui più veloce di una scheggia, lo scaraventai sul muro con quanta forza avevo in corpo. Restò impietrito: mi conosceva, i miei cento chili gli incutevano un reverenziale timore. Mi chinai verso mia moglie e subito sentii sibilare l’aria: aveva provato a colpirmi con la stessa asta con cui aveva inveito sul ventre di mia moglie. Mi mancò per un soffio. L’ho afferrato da sotto le ascelle, l’ho alzato sopra la mia testa e ho scaraventato la sua faccia contro il muro crespo. Non so che razza di forza avevo in corpo, ma ricordo bene che la sua testa ne uscì piuttosto malconcia.
Caro giudice, sa perché ho reagito così? Perché noi uomini siamo bestie, abbiamo dei rigurgiti di natura belluina che in certe circostanze non sappiamo reprimere. Siamo belve, giudice, ma belve che pensano, e io sono una di quelle belve che sa di pensare. E sa che cosa penso? Penso che non sono belva in assoluto, ma lo sono stato solo per quel figuro, per gli altri sono e sarò sempre un uomo.
Scrivi un commento