Racconto di Nisida Bortone Frainetti
Era già un annetto che Mena e Gerardino si frequentavano. Lei usciva verso le cinque del pomeriggio con Stefano, il fratellino di otto anni.
Si incontravano a Porta Roma, passeggiavano lungo il corso senza neanche sfiorarsi con un dito e al bar La Siesta, all’altezza di Porta Napoli, lui offriva loro un gelatino o una pastarella, a seconda della stagione. Quindi tornavano indietro e si davano appuntamento per il giorno dopo.
I rispettivi genitori si conoscevano da sempre. In particolare, il padre di lei e il padre di lui frequentavano lo stesso barbiere. E così, un giorno, Alfredino propose a Tullio di far incontrare le famiglie, per regolarizzare la situazione della ragazza.
«Lo devo dire a mia moglie. È lei che comanda in casa».
Non si sarebbe mai permesso di prendere un’iniziativa senza interpellarla. Teresina non ebbe nulla in contrario: Mena era una bella ragazza. Sembrava avesse la testa a posto. Il giorno di Pasqua sarebbe stato perfetto. E così, il 9 aprile 1950, Tullio, Teresina e Gerardino andarono a pranzo a casa di Alfredino e Rosa, per fare il restringimento. Rosa aveva fatto le tagliatelle, il ragù era lì che bolliva da parecchie ore. Poi aveva preparato l’abbacchio al forno con le patate e le castagne, la bietina ripassata e la parmigiana di melanzane. Il tortolo glielo aveva fatto sua cugina, perché lei non aveva il forno adatto e, al centro del tavolo, aveva messo pure le uova sode, dipinte a mano e benedette dal parroco alla fine della Santa Messa.
Tutto filò liscio. E Gerardino stava già pensando di introdurre l’argomento parlando delle nozze di suo cugino quando, arrivata l’ora della frutta, mentre Stefano era lì in cucina che preparava il cesto con arance, mandarini, mele e pere da portare in sala, Mena si toccò l’ombelico, diede un urlo, si piegò in due e svenne. La madre cominciò a chiamarla, schiaffeggiandola.
«Fatela stendere sul divano».
Tullio l’aveva sempre desiderata una figlia femmina.
«Slacciatele il reggiseno».
Teresina era una donna molto pratica.
«Dov’è il giornale? Se mi date un giornale, la sventolo un po’».
Iperteso com’era, il futuro suocero era diventato tutto rosso.
«Tieni, usa il mio ventaglio».
Lei ne aveva sempre uno in borsa, perché stava andando in menopausa e, da qualche mese, aveva spesso le vampate.
« Portiamola in ospedale».
Urlò alla fine Alfredino, bianco come un cencio.
In ospedale, la diagnosi la fecero subito: appendicite con inizio di peritonite. Non c’era tempo da perdere. Bisognava intervenire immediatamente.
E così, il lunedì in Albis, Mena e Gerardino non lo trascorsero in spiaggia come programmato ma in ospedale. E con loro, la Pasquetta non se la rovinarono solo Alfredino e Rosa, ma pure Tullio e Teresina, che non avevano avuto il coraggio di andare in campagna dal fratello di lui e si alternarono in sala d’aspetto, per sapere se la ragazza e i suoi genitori avessero bisogno di qualcosa.
Dopo l’intervento, il chirurgo chiamò i genitori della ragazza, li fece accomodare e…
«Signori, l’intervento è andato bene, ma… lo sapevate che vostra figlia ha un rene solo?»
«Un rene solo?»
Rosa scoppiò a piangere.
«Sì, proprio così, è una malformazione congenita, purtroppo».
Spiegò il medico.
«E questo che cosa vuol dire?»
Il padre, sporgendosi in avanti, s’era appoggiato alla scrivania.
«Che il lavoro che in noialtri è svolto da due reni, nel corpo di Mena è svolto da un rene solo. Per il resto non cambia nulla. Avrà una vita normalissima. Se il cielo vuole, può vivere anche più di cent’anni, con un rene solo. Ma voi, una volta l’anno, la dovete far controllare»
Dopo qualche giorno, se la riportarono a casa, ma non glielo dissero subito che aveva quella malformazione; aspettarono che le si rimarginasse la ferita. Avevano paura che avesse qualche reazione esagerata e le si lacerassero i punti.
Quando glielo rivelarono, lei non esitò:
«Appena viene Gerardino, glielo dobbiamo raccontare. Se deve diventare mio marito, è giusto che lo sappia subito».
Infatti, quando lui arrivò, lei lo fece sedere sul divano, in sala, gli mise la tazzina col caffè macchiato sul tavolino ovale di cristallo, si sedette sulla poltrona vicino al tavolo e, senza troppi preamboli,
«Gerardì, il chirurgo che mi ha operato dice che io tengo una malformazione congenita: tengo solo il rene destro, quello sinistro, non si sa perché, non s’è mai formato».
Lui strabuzzò gli occhi.
«E allora? Rischi di morire?»
– No, il dottore dice che, probabilmente, avrò una vita normale, anche se, ogni tanto, mi dovrò far controllare, però… io te l’ho voluto dire, perché… secondo me, tu lo dovevi sapere subito.
«E certo, hai ragione».
E così dicendo, lui scivolò dal divano al bracciolo della poltrona vicino al tavolo e l’avvolse con un abbraccio rassicurante che, per lei, valse più di mille, inutili parole.
Ma quando il ragazzo andò a casa e lo raccontò alla madre, quella cominciò a fare un sacco di storie, a dire che, secondo lei, una donna con un rene solo non può avere una vita normale, non può affrontare serenamente una gravidanza.
«E se quella poi non li può avere i figli? Tu sei il nostro unico erede. A chi li lasciamo gli uliveti che abbiamo tanto faticosamente messo insieme, alle pendici del monte?»
Dapprima lui disse che se ne infischiava dei figli, ma poi ci si mise pure il padre a dargli il tormento e, così, Gerardino cominciò ad inventarsi ogni giorno una scusa nuova, per non uscire più con Mena. E quando Alfredino e Rosa si fecero convincere a lasciare l’Italia, per andare dal fratello di lei che da anni lavorava in una fabbrica in Inghilterra, perché la sartoria non rendeva più abbastanza per tirare avanti decorosamente, Mena, invece di rimanere in Italia ad aspettare che Gerardino si decidesse a sposarla, fece la valigia e partì con loro.
Dieci anni dopo, in prossimità del Natale, Gerardino andò al bar La Siesta, a prendere un caffè macchiato e un vassoio di sfogliatelle da portare ai suoceri. Era lì che cercava gli spiccetti per lasciare una mancia al cameriere, quando udì:
«Bernard, where are you going? Come here, please».
Quella voce l’avrebbe riconosciuta anche dopo mille anni. Anche se avesse parlato in giapponese, cinese, arabo. Si voltò di scatto. Come se si fossero dati un ennesimo appuntamento. China presso un passeggino doppio, occupato da due gemellini di pochi mesi, Mena stava chiamando a sé un bambino di cinque, al massimo sei anni che, attirato da un cane, aveva cercato di sgattaiolare fuori.
«Mena, sei proprio tu, Mena?»
«Ciao… sì, sono proprio io. Come stai?»
«Abbastanza bene. E tu?… vedo che… stai divinamente… e questi chi sono?»
Domanda retorica: i piccoli avevano gli occhi chiusi, perché stavano dormendo, e quindi, forse, non si capiva bene a chi appartenessero ma il grande, quello che lei stava trattenendo per un braccio, per impedirgli di allontanarsi, quello era identico a lei: gli stessi occhi enormi, lo stesso labbro superiore leggermente arricciato all’insù, la stessa fossetta sul mento.
«I miei tre figli: Martin, Peter e Bernard… E tu? Ti sei sposato? Li hai i figli… tu?»
«No, io no».
A quel punto, un altro si sarebbe fermato, senza scendere nei particolari, un altro avrebbe cambiato discorso o, comunque, non sarebbe andato oltre. In fondo, non era necessario.
Ma a Gerardino venne proprio spontaneo, fu più forte di lui aggiungere:
«I figli… non li posso avere. Sono sterile, io».
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