Racconto di Rocco Pacileo

(Pima pubblicazione)

 

A una comune festa di compleanno di un comune bambino, uno di questi ha perso un dito nel bagno del fast food che ospitava l’evento. L’anulare sinistro. Non c’erano adulti lì vicino e nessuno riesce a spiegarsi come siano possibili due fattori: il primo è come abbia fatto a perdere un dito, il secondo è dove sia finito. Sono stato chiamato per assistere all’interrogatorio di ogni bambino. I genitori non possono ascoltare né intervenire, prassi della polizia da un bel pezzo. Ci sono due agenti, entrambi garbati ed educati con tutti i bambini, entrambi scorbutici e scontrosi con tutti i genitori. Viene chiesto alla responsabile di sala di chiudere temporaneamente ogni porta e via d’accesso allo stabile, di girare il cartello da “Aperto” a “Chiuso”, e di cacciare con i metodi che preferisce i clienti che non c’entrano niente con questa storia, Basta che si levino dalle scatole, dice il primo agente. Lo stanzino preparato per gli interrogatori è grande la metà di un bagno pubblico, ma puzza il doppio. Dentro non c’è niente a parte una lampada da terra e un piccolo frigorifero acceso. È estate ed è per questo che uno dei poliziotti si avvicina alla maniglia. Immagino cerchi l’acqua, fa un gran caldo qui. Sì, esatto, ho bisogno assolutamente di bere qualcosa. Agente, lo sa che qui c’è la possibilità di prelevare bevande gratuite? Non è un diritto riservato ai soli clienti? E cosa siamo noi, se non clienti del governo mandati per saziarci di misteri? Il secondo poliziotto sorride con vibranti e fiere orecchie e dice al primo: Avanti, non ci negheranno nulla, prendi un bicchiere anche per me! Il primo preme sul frigo per riallacciare quanto basta il sottovuoto della gomma e fila in sala. Torna con due grandi bicchieri rossi spumeggianti di bevande frizzanti.

Sedie e tavoli sono fissate a terra in sala per facilitare e velocizzarne la pulizia; quindi non è possibile improvvisare una sorta d’ufficio temporaneo. Vengono presi sgabelli e un tavolino dalla sala dei piccoli. Sono tutti colorati. Le gambe degli sgabelli sono tutte marroni. Sono alte poco più due spanne ben tese, ognuna con un disco in legno di colore diverso: uno verde, l’altro rosso, un altro giallo. Gli agenti passano almeno cinque minuti a scegliere i loro colori evitando categoricamente dischi rosa e viola. Il tavolino è completamente nero, per evitare che venga sporcato dall’inchiostro dei pennarelli.

I due si siedono. Sono grandi e grossi, così tanto che sembrano sospesi con le natiche in aria; coprono completamente la visuale degli sgabelli e, se si muovono di un solo millimetro, rischiano di cascare a terra come due sacchi di sabbia. Preparano un foglio bianco e chiamano il primo bambino. Io assisto in piedi in qualità di Ascoltatore Generico. Le regole sono semplici: ognuno di loro ha quindici minuti di tempo. Sono otto e vanno sentiti tutti. Difficile sarà riuscire a farli rientrare nelle tempistiche ipotizzate, proprio perché non si ha a che fare con degli adulti collaborativi, e nemmeno con dei bugiardi criminali. Cosa si dice a un bimbo muto per oltre cinque minuti? Hai qualcosa da nascondere? Su, forza, parla. A quel punto i bambini o piangono o rimangono muti. L’imbarazzo è una cosa da grandi.

Iniziamo.

Ognuno degli interrogati viene accompagnato fino alla soglia da un genitore. Da subito gli agenti hanno la risposta autoimposta, No signora, Lei non può entrare, ma non si preoccupi, non succederà nulla di grave, e se non bastasse, c’è l’Ascoltatore Generico a garantire per il bambino, e così via. Qualche volta i genitori si accontentano con delle smorfie, qualche altra volta le smorfie diventano ringhi. Allora i due poliziotti minacciano di denuncia e loro si calmano: chi ringhia difficilmente morde. Io offro la garanzia di cui parlano accennando un sorriso con le labbra e ponendo un leggero sì con il capo. I genitori paiono miscredenti, sia delle parole che degli sguardi: ogni mamma pensa che il proprio pargolo sia innocente, ogni papà spera di non doversi accollare la responsabilità di un’atrocità simile.

Il primo a entrare è un bambino alto il doppio degli sgabelli, con un caschetto biondo e gli occhi timidi. C’è una sediolina in più davanti alla scrivania, ha il colore rosa. Il bambino grida: Io sul rosa non mi ci siedo, sono un maschio! Il poliziotto dice: E qual è il colore di un maschio? Il rosso. Il rosso è un colore da maschio. Rosso come cosa? Fammi un esempio. Il bambino stringe le palpebre, muove i capelli con uno scatto e risponde: Come il sangue! Allora l’agente ghigna: Sapeva che sarebbero arrivati a quel punto. Proprio come il sangue che è cascato dalla mano di quel poveretto, no? No, proprio come il rosso che sta sotto il tuo culo!

E siamo solo al primo! risponde l’altro. Vien da sorridere a tutti, tranne al diretto interessato, il poliziotto offeso. È proprio vero che ognuno di noi non guarda in faccia nessuno quanto c’è da essere permalosi: il suo viso si è incupito, le rughe si son fatte più marcate e il sudore balla sulla fronte tra una riga e l’altra. Dov’eri quando è successo il fattaccio? chiede l’altro al biondino, Ero nella piscina di palle.

E hai sentito qualcuno gridare?

No, non ho sentito nessuno gridare, non in quel momento.

E quando, allora?

 Quando è entrata la bidella e ha trovato il corpo svenuto senza un dito.

Non è una bidella. È una dipendente del fast food, non siamo sempre a scuola. Il primo poliziotto si prende la sua imbarazzante rivincita contro il bambino.

Sì, insomma, quel che è. ricuce l’altro. Se non hai sentito né visto nulla scrivi qui il tuo nome, leggibile e in stampatello per favore, e aspetta fuori.

 Non avete altre domande? domanda il bambino con uno sguardo divertito. Questo non è un gioco, mettitelo in quella testolina gialla! irrompe il primo agente. Esci immediatamente!

La fulva chioma molleggia verso la porta, si ferma un attimo prima di uscire, mi guarda: Tu chi sei?

Io sono l’Ascoltatore Generico.

E che cosa fai?

Beh, rimango qui e ascolto quello che succede.

E non fai nient’altro?

Sì, mi assicuro che vada tutto bene.

Allora posso farti da aiutante? Sembri non far nulla!

La fortuna mi trova meno permaloso del primo agente. Apro la porta e lascio che esca.

Il bambino ferito è stato portato via ancora svenuto: quando la cameriera se n’è accorta, ha cacciato un acuto così violento da richiamare l’attenzione di tutte le età in bagno. I primi genitori che si sono avvicinati sono stati quelli di un ragazzino che è ancora da sentire: il papà gli ha subito poggiato un fazzoletto sulla mano ferita per evitare un’emorragia, due polpastrelli sotto il mento per verificarne il battito, e le labbra sulla fronte per consolarsi dall’orrore. La madre si è precipitata al cellulare per chiamare l’ambulanza. Escono entrambi, il padre con il figlio ignoto in spalle e la madre con il telefono all’orecchio, chiamano a raccolta tutti i genitori presenti. Chiedono: Di chi è questo bambino? Tutti gli adulti scuotono il capo e incrociano gli sguardi.

Io sono arrivato qualche minuto dopo. Ho aspettato l’arrivo della polizia in silenzio. La prima domanda che mi è stata fatta è: Lei chi è? e io ho risposto: L’Ascoltatore Generico. Sapete di cosa si tratta?

Mai sentito, sarebbe? ha domandato un papà con voce scettica.

È una figura di prova istituita dal governo centrale, serve per affiancare le deposizioni e renderle il più eque possibili. Sa, per evitare che ci siano abusi di potere o violazioni simili.

Ora capisco, Insomma Lei è contro gli sbirri sussulta un adolescente vicino a sua madre. Fine della discussione.

Il secondo bambino è come il primo, solo che è bruno. Entra nello stanzino e saluta educatamente: Buonasera signori. I due sghignazzano sottovoce. Si siede direttamente e gioca a fare l’adulto: Allora, cosa vorreste sapere?

Vorremmo sapere, giovanotto, se hai visto o sentito qualcosa di strano durante quegli avvenimenti.

Oh sì, certo che sì. Il bagno è rimasto chiuso fino a quando la ragazza non ha gridato come una pazza.

Chiuso? domanda l’agente.

 Sì. Mi è scappata la pipì e io ho chiesto se potessi andare in bagno, ma la controllora ha detto che era un posto vietato. Posto vietatissimo, ha detto così. Ah, ha detto così? E chi sarebbe la controllora?

La controllora, quella un po’ grassa che sta alla cassa. Il bambino ci dipinge un quadro con la bocca: ci spiega per filo e per segno come e dove si trovava al momento del grido.

L’altro lo interrompe: Tu conoscevi il bambino a cui è stato tranciato un dito?

Io no. Non ci sono nemmeno i suoi genitori qui.

Lo sappiamo, ma non lo hai mai visto prima?

Non saprei, l’ho visto direttamente sulla barella dell’ambulanza, non l’ho guardato in faccia.

Quanti eravate invitati alla festa?

Tutti quelli che sono rimasti qui, Signore.

E non sai dirmi se questo bambino era invitato alla festa?

No, non so dirglielo, Signore.

Bene, abbiamo finito. Esci.

Ricostruiamo la storia un pezzo alla volta. Prendiamo i racconti degli altri per incastrarli e sperare che tutte le versioni combacino. Il lavoro è straziante, perché con i bambini non sai mai quale sia la verità: quello subito dopo, difatti, è muto come una pietra. Così come i successivi due.

Il sesto degli otto è una femmina. Speriamo ce la mandi buona! esclama il secondo poco prima che entri.

La bambina entra accompagnata dalla madre: un’ombra gigantesca non ci consente di capire che faccia abbia quel presunto angelo. Perciò esclamo: Signora, come detto in precedenza, nessuno può partecipare agli interrogatori se non i bambini stessi. La prego di uscire.

Io lo so cosa fate qui! impreca la signora.  So benissimo che cosa ha in mente il governo con voi, sporchi e stupidi servi!

Ora si calmi ed esca immediatamente! ammonisce il primo poliziotto, Altrimenti dovrà vedersela con la legge. Sua figlia può stare qui, Lei no! Fuori! La madre della bambina borbotta qualcosa in una lingua diversa dalla nostra: più marcata, assorbita da collera. Poi sbatte la porta dicendo: Provate a prendere mia figlia e vi sgozzo vivi! Esce.

La bambina rimane zitta, sembra essere la più impaurita tra quelli che abbiamo sentito finora. Se ne sentono tante sul governo centrale negli ultimi tempi. Dai poliziotti che mangiano i bambini per sfizio ai funzionari amministrativi che fanno sparire pratiche di genitorialità per consentire al ministero di avere dei feti vuoti. Li chiamano così nella cultura popolare: bambini resi orfani al servizio del governo centrale per degli esperimenti sociali: le brillanti fandonie dell’ignoranza.

Il secondo agente chiede alla bambina pressoché le stesse cose degli altri: lei risponde con precisione e puntualità, alludendo al fatto che, come da previsioni, crede molto più alla mamma che a loro. A un certo punto domanda: Che cosa ci fate con feti vuoti? il primo agente si gela.

Il secondo risponde: Semplice. Niente. Non esistono i feti vuoti.

Ma a scuola hanno detto che esistono. È pieno di feti vuoti che vengono nascosti per vedere come ci comportiamo noi.

 Che cos’è che dicono a scuola? Questa è bella!

La bambina stringe i pugni e grida: Voglio sapere che cosa fate con i feti vuoti! Portala fuori sussurra il primo.

Vieni qui, andiamo sussurro io alla bambina.

 Non volete dirmelo! Ha ragione la mia mamma!

Io e i due agenti incrociamo gli sguardi e cerchiamo di rimanere calmi. Prendo la bimba dal gomito e la tiro verso di porta, ma lei oppone quanta più resistenza possa per essere di quella stazza, allora il secondo agente dice: Sei stata tu a mozzargli il dito, non è vero? È per questo che ora fai tutte queste domande sciocche! Finirai in galera! la bambina si gira e con un movimento molto rapido mi dà una ginocchiata vicino alla rotula, china il capo verso il pavimento e inizia a piangere. Mamma! Mamma! Con un calcio simile a un ariete la mamma spalanca la porta e non apre bocca, prende la bambina in braccio e le sussurra: Non preoccuparti, ce ne andiamo di qui! e poi ce lo ripete. Noi leviamo le tende, sporchi maiali!

Ma come si permette? Ha la minima idea della gravità di quello che ha detto?

Oh sì, certo. Se è tanto grave, fuori i distintivi, avanti.

Sfilo dalla tasca un disco nero con il diametro poco più grande di una pesca, premo il tasto centrale. Da tutti gli altoparlanti parte un fischio stridulo che mette tutti giù per terra, grandi e bambini. Al ritorno del silenzio sono tristi e dimenticati. I due uomini davanti a me, ormai ex agenti di polizia, si guardano come appena risvegliati da un incubo e perdono entrambi l’equilibrio sugli sgabelli tonfando le natiche a terra. A uno dei due viene una crisi di pianto, l’altro lo consola stringendolo a sé. La mamma della bambina, con un movimento chirurgico, ma dubbioso, increspa le sopracciglia ma poi le ritrae immediatamente. Butta un occhio nella fessura dello stanzino per il rumore della caduta e poi esce con la figlia in braccio, dicendo: È stato un bel compleanno, sei contenta? e la figlia risponde che sì, è contenta, ma voleva assaggiare la torta, Alla fine non l’hanno portata. Che peccato.

I due uomini chiedono spiegazioni sul perché si trovino in una stanza seduti su degli sgabelli per bambini (seduti fino a poco fa). Rispondo che ne so quanto loro e allora il primo, quello che prima era l’agente cattivo, borbotta: È successo di nuovo. Ancora il governo ci ha manipolati per prendersi gioco di noi, il collega, o amico, o ex agente numero due, risponde, Sì. A lavoro non mi crederanno mai, dicono che prendano sempre gli stessi per torturarli (dicono male, li scegliamo a caso).

I due escono ancora in lacrime e passano il pubblico dei genitori. Nessuno li riconosce come poliziotti, sono solo due grandi e grossi uomini tristi che passano inosservati come clienti del locale. Il cartello viene rigirato in “Aperto”. Da una cabina telefonica ricevo una chiamata: Sì, la prova di oggi è saltata per colpa di una mamma un po’ svitata, ma io potevo farci poco rispondo. Chi sta dall’altra parte del telefono chiede che cosa dobbiamo farne del bambino, soprattutto ora che è rimasto senza un dito. Ci penseremo rispondo. Mi dicono: Le dita sono dieci, quante dovremo toglierne affinché si possa dimostrare che l’animo dei bambini sia violento? Tutte e dieci se necessario. Fine della chiamata.

Apro il piccolo frigorifero e tiro fuori la torta di compleanno. Accendo l’anulare sinistro posto al centro della panna.