Racconto di Maria Pia Rosati

(Dodicesima pubblicazione)

 

Oggi Anna ha preso un permesso ed è uscita di corsa dall’ufficio. Guarda l’orologio e spera di arrivare in orario. È un gran giorno questo: suo figlio partecipa alla recita di Natale e lei non può assolutamente arrivare in ritardo. Anna riesce a guadagnare un posto in seconda fila. Poi il sipario si alza e il palco si riempie di bimbi vestiti da pecorelle. Ad Anna sembrano tutti uguali; possibile che non riesca a riconoscere suo figlio? Ma un breve cenno di saluto di un bimbo, sul lato sinistro della prima fila, le fa battere il cuore. Da sotto il copricapo di pelliccia spuntano i riccioli biondi di Miguel. Anna, al contrario degli altri genitori, non tira fuori il cellulare per fare delle foto: i suoi occhi sono puntati su quel palco e non vuole perdersi nemmeno un attimo di quello spettacolo.

“Coraggio, Pinguino mio!”, sussurra Anna. Le torna alla mente la febbre di Miguel di tre giorni prima, la notte passata insonne per far scendere la temperatura, le pezzuole sulla fronte intrise di acqua e aceto, la paura che la coglie ogniqualvolta suo figlio non sta bene, specie di notte, quando si sente sola e ha paura di non riuscire a curarlo e a proteggerlo. Poi il pensiero viene scacciato da quell’unica frase che Miguel deve recitare. “Dai, Pinguino mio!” sono le parole di incoraggiamento che pronuncia a bassa voce. E poi le arriva la vocina di suo figlio: “Gesù Bambino, proteggi noi e i nostri genitori”. Anna pensa che ha davvero bisogno della protezione di una potenza superiore non solo per tutte le volte in cui Miguel ha la febbre, ma anche per rispondere a tutte le domande che suo figlio ha cominciato a farle da quando frequenta l’asilo. E ogni volta l’assale la paura di dire qualcosa di sbagliato che possa farlo soffrire. Ma quali sono le risposte giuste? Se lo chiede Anna, ogni sera, dopo aver messo a letto Miguel, mentre si aggira per le stanze e prepara il grembiule e lo zainetto per il giorno dopo.

“Come mai mi chiamo Miguel? Nella mia classe nessuno ha un nome come il mio” le ha chiesto un mese fa, appena uscito dall’asilo. “Mentre eri nella mia pancia ho sentito una canzone molto bella cantata da un cantante spagnolo bellissimo e biondo che si chiama Miguel. Per questo ho deciso di chiamarti con il suo nome.”  E il bambino era rimasto soddisfatto della risposta. Ma Anna non poteva sapere che domande molto più difficili stavano per pioverle addosso. E per quanto si fosse preparata un discorso già da tempo, l’avevano colta di sorpresa: “Come mai io non ho il papà che mi viene a prendere all’asilo?” E soltanto due giorni prima: “Quando scriviamo la letterina di Natale per il babbo?”. Anna non si era rivolta ad uno psicologo, non si era iscritta ad una delle tante associazioni di genitori single, aveva sempre pensato di potersela cavare da sola. Ma quando le domande di suo figlio arrivano improvvise, Anna prende un bel respiro e scandisce lentamente le parole con cui rispondere: “Il bene della tua mamma è stato talmente grande che non c’è bisogno di un papà” è riuscita a pronunciare con le labbra che le tremavano. A Miguel, per ora, questa spiegazione è bastata.

Ma Anna sa bene che quando Miguel crescerà dovrà dare altre risposte, quelle sincere che ancora non è capace di dare perché la verità può fare paura anche a lei. C’è stata solo una domanda fatta da Miguel a cui Anna ha risposto senza timore: “Ma perché ogni tanto mi chiami “Pinguino mio”? I pinguini sono nel polo sud e io sono biondo, non sono nero come loro.” Anna lo ha stretto forte. “Un giorno, quando sarai grande, ti racconterò una bella storia e capirai perché” “Prometti?” ha chiesto Miguel. “Promesso” ha risposto Anna. Non sa ancora come dirgli che non c’è mai stato un papà. Gli uomini che Anna ha incontrato sono stati tutti sbagliati, ma ha deciso comunque di diventare madre: Miguel era un embrione congelato che nel gergo delle aspiranti mamme si chiama “pinguino”. Gli racconterà anche che nella sala d’attesa della clinica aveva ascoltato una canzone cantata da Miguel Bosè

Oggi pomeriggio Anna e Miguel sono andati al parco vicino casa. Si sono abbracciati stretti, stretti quando una ventata di tramontana li ha fatti rabbrividire. “Mamma, io non posso sentire freddo perché sono un pinguino, vero?” “Certo, amore mio, però è ora di tornarcene a casa. Sei contento?” “Si”, ha risposto Miguel.  Allora Anna lo ha baciato sul naso gelato e gli ha infilato il berretto rosso sui riccioli dorati.

C’erano soltanto loro due sul viale illuminato dalla luce fioca dei lampioni e ad Anna piaceva quella loro solitudine. Soltanto pochi passi e si erano ritrovati sulla strada affollata e illuminata dalle luci natalizie. Tutti che correvano, si affannavano, entravano ed uscivano dai negozi. Soltanto loro due procedevano senza fretta. Avrebbero trascorso il Natale da soli, come negli anni precedenti, con la lasagna al ragù che piaceva tanto a Miguel e il pomeriggio al cinema a vedere i cartoni animati, pensò Anna. Avrebbero poltrito nel letto fino a tardi, mangiato patatine fritte per cena: sarebbero state delle belle vacanze, pensò Miguel.

Il freddo era diventato pungente, ma Anna pregustava già il calore mescolato all’odore d’abete che avrebbero trovato entrando in casa. Strinse le spalle di Miguel e, in quel momento, pensò a quanto fosse facile sentirsi felici.

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