Racconto di Francesco Marchese
(Prima pubblicazione)
Mia madre ha i piedi che affondano nella sabbia, stanno a un metro dall’orlo del mare, poi a due metri, di nuovo a un metro, di nuovo a due metri.
La lunghezza d’onda è infinita e si perde all’orizzonte.
Mia madre non si lascia bagnare i piedi dal mare.
Si accarezza la pancia, mormora qualcosa, sorride.
Nella sua pancia ci sono io.
Ero appena entrata nella quinta parte del tutto, ce ne volevano altre quattro prima che nascessi. Me ne stavo lì dentro, e aspettavo, di solito dormivo quieta.
All’improvviso ho sentito come uno schianto, mi sono svegliata e mi sono ritrovata la forma di un pugno vicino alla testa. Il pugno di un uomo m’era sembrato.
Ho vomitato nella pancia di mia madre.
È stato allora che ho cominciato a immaginare. Si dice che si comincia a sognare quando si passa il confine che separa la sesta parte di sé stessi dalla quinta. Io quella porta l’avevo appena superata.
L’avevo superata e sono entrata nel cervello di quell’uomo, e quando sono entrata ho visto uno spazio vuoto che aveva dentro una pulce imbevuta di benzina. Una pulce e un fiammifero, uno solo.
Non c’era altro.
Mi sono detta che se quella capocchia si accende va a finire che la pulce si infiamma e quell’uomo perde la ragione. Ma forse la ragione l’aveva già persa perché quella pulce gli ronzava forte nella testa. Non stava mai ferma, agitava le ali e sbatteva il corpo di insetto sulle pareti del suo cranio deserto, come ubriacata dai fumi della benzina. Non poteva uscire dato che lì dentro era più buio di una notte maligna. Dai suoi occhi aperti non entrava che il niente.
Ho sentito che mia madre faceva di tutto per evitare lo sfregamento del fiammifero sulla carta vetrata della sua ferocia. Le parole di mia madre erano suadenti, più dolci dello zucchero filato, carezzevoli come il sole di maggio.
L’uomo non ascoltava, sembrava infastidito e continuava a urlarle addosso, urlava qualcosa come ti amo, gridava e strattonava mia madre, e quando la scuoteva anche io ne ero squassata. Ho pensato allora che quando si dice ti amo bisogna farlo sottovoce, con gentilezza, perché se ti arriva quel suono non sempre lo capisci. Ci vuole tempo per comprendere quelle due parole, bisogna aspettare, ascoltare, chiudere gli occhi, aspettare ancora.
Per esempio a me era capitato, quando non ero ancora la quinta parte del tutto. Mia madre mi accarezzava da sopra la pancia, e mentre mi sussurrava ti amo sorrideva e guardava il mare.
Quelle parole non le ho sentite subito perché c’è voluto tempo prima che prendessero l’ascensore dell’esofago ed entrassero nel suo stomaco. Lì dentro non sono state incenerite dagli acidi, hanno resistito, mia madre le ha protette, sono rimaste in silenzio a tenersi per mano. Hanno aspettato che fossi pronta, che mi voltassi come fa un girasole verso la luce, in modo che le mie orecchie fossero ben posizionate. Solo allora, per osmosi, hanno attraversato le pareti dello stomaco e sono arrivate intatte fino al mio cuore.
Quella volta il mio cuore si è dilatato, come fa una torta quando lievita.
Invece, quell’uomo più urlava ti amo, più quella capocchia di fiammifero si avvicinava pericolosamente alla superfice rugosa della carta vetrata. Più la pulce ronzava impazzita nel nulla del suo cranio vuoto.
Non era bastato il sale delle lacrime di mia madre per evitare l’incendio.
Ed è successo che il pugno di quell’uomo, all’ultimo fragoroso ti amo, è penetrato, di nuovo, nelle viscere di mia madre ed è arrivato a sfiorare ancora l’incompletezza di me stessa.
Per la seconda volta ho vomitato nella pancia di mia madre.
Tutto un disequilibrio.
L’odore aspro del disinfettante.
Il sapore velenoso dell’antidolorifico.
Sono cresciuta così.
Non è stato facile.
Ho raggiunto la quarta parte di me in rianimazione.
La terza parte è maturata in terapia intensiva.
La seconda s’è sviluppata a casa dei nonni.
Quando il tutto di me s’è formato eravamo di nuovo di fronte al mare, mi cullava lo sciabordio delle onde.
Mentre mettevo la testa fuori dal corpo di mia madre e la luce mi feriva gli occhi, m’è venuto da pensare che il significato di quello che diciamo sta nel senso che noi gli diamo. Pertanto ho conservato dentro il mio primo respiro le parole di mia madre quando mi aveva accarezzata attraverso la sua pancia. Quelle dell’uomo, così simili alle sue, le ho dimenticate.
Per questo sono nata.
Mia madre ha i piedi che poggiano leggeri sulla sabbia, stanno a un metro dall’orlo del mare, poi a due metri, di nuovo a un metro. Mia madre fa un passo, ne fa un altro, e mentre l’acqua le accarezza le caviglie, il mare pigramente si ritira lasciandole in dono perle lucenti di sale.
La lunghezza delle onde è infinita e si perde all’orizzonte.
Sono piccola, mia madre mi tiene in braccio, mi lascia bagnare i piedini nel mare oceano.
Ci bagnamo insieme, e insieme ci guardiamo, e insieme guardiamo l’infinito del mare, e insieme ridiamo, e insieme ricominciamo a vivere.
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