Racconto di Italo Falcier
(Quarta pubblicazione)
«Questa è la tapparella da sistemare. Se non ha bisogno di me io vado, che ho un sacco di cose da fare».
Salone papa Luciani della casa di riposo Giorni Felici. Mi hanno chiamato per sostituire la corda della persiana che si sta sfilacciando.
È la prima volta che vengo qui. C’è molta luce e un forte odore di disinfettante. Sparsi per la stanza alcuni tavolini di acciaio e formica, di quelli che a spostarli stridono da mettere i brividi. Due divani stanchi guardano una televisione spenta. Attaccate ai muri vecchie stampe di cavalli immobili ormai stinte dal tempo.
Come stinte sono anche le espressioni dei vecchi che mi stanno guardando in silenzio, occhi vuoti di interesse o curiosità. Alcuni si reggono a un bastone o a un trabiccolo a quattro zampe, altri sono rannicchiati su sedie a ruote, sepolti sotto a plaid gelidi, avvolti in scialli tenebrosi, tremanti, gobbi, storti, mezzi morti. Sembrano esiliati da un altro pianeta, superstiti di una catastrofe nucleare, cavie di esperimenti falliti, rottami alla demolizione, scarti.
Ho smontato il cassonetto, sostituito la cinghia usurata e controllato l’avvolgimento. Mi sono sforzato di fare tutto questo molto lentamente, provando imbarazzo per la mia energia che pare un insulto alla debolezza di questi malridotti. A fare su e giù per la scala quasi senza fatica mi sono sentito spregevole come se stessi tracannando una bibita fresca in faccia a una comitiva di turisti smarriti da giorni nel deserto.
Che poi, chissà se è proprio così, se questi poveretti si sentono effettivamente degli involucri a perdere, inutili e ingombranti. Chissà se sanno solo rimpiangere il vigore passato e ora esaurito oppure se, pur con rassegnazione, accettano la pace di una consolante tranquillità, il ritmo lento di qualcosa che resta pur sempre vita da vivere, comunque.
Sto riponendo gli attrezzi nella cassetta quando mi sento afferrare un braccio. È una presa leggera, delicata ma ferma. Uno di questi anziani mi ha acchiappato e con determinazione mi invita a seguirlo. È un tipo alto, secco, perso dentro a un vestito di panno pesante. La faccia di ossa appuntite non ha espressione; solo gli occhi severi sotto le ispide sopracciglia raccontano di una passata fierezza. Attraverso il cotone della mia camicia sento il gelo di quelle dita gracili che mi trattengono.
Per il timore che opporre resistenza possa mandare in frantumi quel corpo fragile, mi lascio trascinare fino a un tavolino dove mi viene offerta una sedia. Con movenze al rallentatore, la scena tutt’attorno si anima: con scricchiolio d’artrosi lo spilungone tutt’ossa si siede di fronte a me; alla mia destra prende posto un omino avvizzito con un berretto di lana in testa; a sinistra appare un tizio dalle mani pelose e la pelle bruciata dal sole di tutta una vita passata, io credo, a cavar raccolto dalla terra. Altri lentamente si avvicinano come comparse di un film in registrazione.
Distratto da queste manovre, non mi sono accorto che sul tavolo è comparso un mazzo di carte.
«…e…ette» mi dice con soffocante fatica il ragnetto alla mia destra.
«…e…ette. …hai le …ate» ripete un po’ spazientito vista la mia assenza di reazione.
«Mescoli le carte, che si fa una partitina a tressette» interviene lo scheletro. Io e lui contro gli altri due. Perché no?
Comincia il giro con il ragnetto che apre a bastoni. Dieci carte a ventaglio da tenere strette con una mano non è cosa facile per dita deboli, anchilosate, tremanti. Lo scheletro piazza l’asso e facciamo un punto. L’atmosfera si scalda. Il contadino alla mia sinistra pianta il tre picchiando sul tavolo con le nocche dure. Il mio compagno tenta di farmi dei segni che non capisco. Il ragnetto se ne accorge e protesta. Altri vecchietti si sono avvicinati. Fanno il tifo. Commentano. «Doveva mettere il re» mi sgrida uno che ha una cannula che gli esce dal naso e finisce attaccata a una bombola con le ruote.
Dal tavolo si diffonde un tepore di vitalità che abbraccia un po’ tutti. Una vecchina applaude a sproposito. La sua amica che le sta aggrappata al braccio la rimprovera. Un tipo con lunghi capelli bianchi raccolti a coda di cavallo — forse un ex artista — si avvicina a chiunque ripetendo solamente «Calma, calma, c’è tempo, c’è tempo». Seduto sul divano un tizio in vestaglia, occhiali a fondo di bottiglia e piglio da professore di filosofia, parla — e gesticola, madonna se gesticola! — rivolto a un tricheco obeso spiaggiato sopra una sedia a ruote e con il capo riverso sul suo stesso pancione. Il professore parla ma il tricheco non lo sta ascoltando perché ha gli occhi chiusi e speriamo che si sia solo addormentato. Qualcuno ha acceso la televisione. Qualcuno è incantato ad ammirare i cavalli alle pareti come se li avessero attaccati solo qualche minuto prima.
La partita finisce e dall’occhiataccia del mio compagno capisco che abbiamo perso.
«…ivinci…a». Le carte tornano a girare. C’è la rivincita. Un campionario di relitti si è stretto al nostro tavolo, incuriositi. Tutti si sentono partecipi e ognuno vuole dire la sua. «Mai giocare il tre! Mai giocare il tre!» sentenzia uno che si regge a una flebo. «Chi è primo di mano se indugia è un villano!» proclama con l’indice al cielo un baffone che sembra Vittorio Emanuele.
Si è creata una atmosfera che assomiglia all’allegria, a una forma surrogata di gioia di esistere. È come se il sangue fosse tornato a scorrere dentro a questi corpi sfiniti, donando agli organi ancora un po’ di interesse alla vita.
«Lei sta ancora qui?» L’inserviente è entrato di sorpresa. «Ha sistemato la tapparella?»
«Sì, sì, tutto a posto» balbetto alzandomi in fretta dalla sedia. «Me ne stavo andando».
«Beato lei che se ne può andare da questo posto».
Il silenzio è tornato a riempire la stanza. Prima di uscire mi giro a guardare i vecchietti. Tutti gli occhi sono puntati su di me. In quegli occhi vedo una luce che sa di sorriso.
Alla prossima tapparella rotta devo ricordarmi di portare una bottiglia di vino, leggero e amabile dovrebbe andar bene.
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