Racconto di Maria Francesca Cantacessi

(Decima pubblicazione)

 

La notte era calda, un leggero vento di scirocco soffiava portando finalmente sollievo agli abitanti del piccolo paese di provincia del profondo sud, dopo un’intera giornata assolata e afosa. Le mura delle case, imbiancate a calce in occasione della festa del Santo Patrono, San Vittoriano, erano ancora calde, e sulle terrazze nel buio si scorgevano le corde tese dove le donne stendevano il bucato immacolato.

Nella piazza del paese le luci erano state fissate con pali di legno ai bordi del marciapiede e la cassa armonica troneggiava nel mezzo. Le giostre erano arrivate qualche giorno prima con il loro affascinante carico umano di giostrai: noi bambini li immaginavamo come creature fantastiche che, legate alle loro case mobili, vivessero mille vite diverse in mille paesi differenti. Andavamo a sbirciare di nascosto nel loro accampamento, eccitati, aspettando il dì di festa. La notte dell’attesa era perfino più bella del giorno della festa stessa.

Si sentivano risuonare nell’aria le note familiari del “tamburo” della bassa musica passare tra le stradine. Quella doveva essere l’ultima notte: dopo aver riempito di note le sere calde e stellate del mese di luglio, era giunto il momento di festeggiare, proprio in coincidenza con l’ultima domenica del mese.

Nel piccolo centro agricolo quella festa estiva era attesissima. A quei tempi non c’erano molte occasioni di svago e l’evento arrivava come una meritata pausa per gli agricoltori, stremati dal duro lavoro nei campi. Le donne ne avevano approfittato per rinfrescare le abitazioni ridipingendo i muri, che erano spessi e dalle volte ad arco altissime, perfetti per mantenere l’interno fresco d’estate e caldo d’inverno.

La mamma aveva già steso in cucina la pasta per fare le lasagne e la mattina seguente si sarebbe svegliata all’alba per prepararla per gli ospiti. Ci sarebbe stata tutta la numerosa famiglia intorno al tavolo, nella stanza più ampia della casa, da cui si intravedeva una veranda piena di gerani e piante sempreverdi che adornavano la nostra modesta dimora.

Tutto era rigorosamente fatto in casa: il pane, il formaggio, le lasagne ripiene di carne e la torta con la panna guarnita con lo sciroppo di amarene. Amarene raccolte nel giardino dalla mamma tempo prima e messe al sole con lo zucchero sul davanzale della finestra della cucina: con il tempo si formava uno sciroppo scuro e denso, usato sia per guarnire i dolci che per preparare bevande dissetanti diluendolo con l’acqua.

Nel letto mi rigiravo eccitata nell’attesa; poi mi addormentavo e sognavo le luminarie, le bancarelle con i giocattoli e i palloncini, il luna park con le giostrine. Era la notte magica prima della festa.

I ricordi tornano proprio in questa notte. La notte che mi fa tornare bambina, lasciandomi l’illusione che nulla sia mutato, mentre tutto è cambiato.