Racconto di Carlo Cascone
Roma, 9 feb. 2009
Pur essendo assolutamente contrario filosoficamente, umanamente ed eticamente alla pena di morte, ci sono altre morti che mi colpiscono e mi addolorano maggiormente.
Penso alla morte delle persone anziane. Come muoiono oggi i vecchi? Muoiono in ospedale. Perché quando la nonna di 92 anni è un po’ pallida e affaticata, deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l’ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie.
“Come va la nonna, dottore?”
“E’ molto debole, è anemica!”
Il giorno dopo, della nonna, ai nipoti già non gliene frega più niente!
“Come va l’anemia, dottore?”
“Che vi devo dire? Se non scopriamo la causa è difficile dire come potrà evolvere la situazione.”
“Ma voi cosa pensate?”
“Beh, potrebbe essere un’ulcera, o un tumore… dovremo fare un’endoscopia.”
Io faccio il chirurgo e lavoro da vent’anni in ospedale. Mi sono trovato moltissime volte in situazioni di questo tipo. Che senso ha sottoporre una vecchia di 92 anni a una gastroscopia? Che mi frega di sapere se ha l’ulcera o il cancro? Perché deve morire con una diagnosi precisa? E inevitabilmente la gastroscopia viene fatta, perché i nipoti vogliono poter dire a sé stessi, e a chiunque chieda notizie, di aver fatto di tutto per la nonna.
Dopo la gastroscopia, finalmente, sappiamo che la vecchia ha solamente una piccola ulcera duodenale e i familiari confessano che la settimana prima aveva mangiato fagioli con le cotiche e broccoli fritti, “…sa, è tanto golosa”.
A questo punto, ormai, l’ospedale sta facendo la sua opera di devastazione. La vecchia perde il ritmo del giorno e della notte, perché non è abituata a dormire in una camera con altre tre persone, non è abituata a vedere attorno a sé facce sempre diverse, visto che ogni sei ore il turno degli infermieri cambia, non è abituata a essere svegliata alle sei del mattino con una puntura sul sedere. Le notti diventano un incubo. La vecchietta che era entrata in ospedale soltanto un po’ pallida e affaticata, rinvigorita dalle trasfusioni e rincoglionita dall’ambiente, la notte è sveglia come un cocainomane. Parla alla vicina di letto chiamandola col nome della figlia, si rifà il letto dodici volte, chiede di parlare col direttore dell’albergo, chiede un avvocato, perché detenuta senza motivo.
All’inizio le compagne di stanza ridono, ma alla terza notte minacciano il medico di guardia “…o le fate qualcosa per calmarla o noi la ammazziamo!”. Comincia quindi la somministrazione dei sedativi, e la nonna viene finalmente messa a dormire.
“Come va la nonna, dottore? La vediamo molto giù, dorme sempre.”
Tutto questo continua fino a quando una notte (chissà perché in ospedale i vecchi muoiono quasi sempre di notte) la nonna dorme senza la puntura di Talofen.
“Dottore, la vecchina del 12 non respira più.”
Inizia la scena finale di una triste commedia che si recita tutte le notti in tanti nostri ospedali: un medico spettinato e sbadigliante scrive in cartella la consueta litania: “assenza di attività cardiaca e respiratoria spontanea, si constata il decesso”. La cartella clinica viene chiusa, gli esami del sangue però sono ottimi. L’ospedale ha fatto fino in fondo il suo dovere, la paziente è morta con ottimi valori di emocromo, azotemia ed elettroliti.
Cerco spesso di far capire ai familiari di questi poveri vecchi che il ricovero in ospedale non serve e che, anzi, è spesso causa di disagio e dolore per il paziente, e che non ha senso voler curare una persona che è solamente arrivata alla fine della vita. Vengo preso per cinico, per un medico che non vuole “curare” una persona solo perché è anziana. “E poi sa dottore, a casa abbiamo due bambini che fanno ancora le elementari, non abbiamo piacere che vedano morire la nonna!”
Ma perché? Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, “carrambe” e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé, per l’ultimo viaggio, una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti, e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto.
Regaliamo ai nostri vecchi un atto di amore, non cacciamoli di casa quando devono morire.
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